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Vlt, Tar Emilia Romagna respinge ricorso su mancato rilascio licenza: “Devono essere i bookmaker a chiedere l’88 Tulps”

In: CED e CTD, Diritto, Scommesse

30 marzo 2015 - 12:13


martellotribunale

(Jamma) – Il Tar Emilia Romagna ha respinto tramite sentenza il ricorso presentato dal titolare di una sala contro questore e prefetto di Bologna per l’annullamento “del rigetto del ricorso gerarchico proposto avverso il mancato accoglimento da parte del questore della domanda di rilascio di licenza ex art. 88 Tulps per l’esercizio della raccolta del gioco attraverso apparecchi videoterminali Vlt.

 

Il ricorrente ha presentato alla Questura di Bologna, in data 23 luglio 2014, un’istanza intesa ad ottenere il rilascio della licenza ai sensi dell’articolo 88 del T.U.L.P.S., per l’esercizio della raccolta del gioco attraverso apparecchi videoterminali in un locale a ciò dedicato. La questura di Bologna ha respinto l’istanza con un provvedimento del 29 settembre 2014 prot. n. 43/2014. Con successivo provvedimento del 22 dicembre 2014, prt. 1061/2014 il prefetto di Bologna ha respinto altresì il ricorso gerarchico presentato dal richiedente. Avverso quest’ultimo provvedimento ha presentato ricorso al Tar l’interessato deducendone l’illegittimità.

“Il collegio ritiene che dal quadro normativo di riferimento emerga come la qualità di concessionario costituisca presupposto imprescindibile, laddove stabilisce che la licenza può essere data esclusivamente a soggetti concessionari o autorizzati da parte di Ministeri o di altri enti, ai quali la legge riserva, appunto, la possibilità di svolgere l’attività suddetta (Consiglio di Stato  sez. III   Data:27/11/2013, n.5672, Cons. Stato, Sez. III, 27 novembre 2013, n. 5644)). Quindi, come già riferito, la provenienza della domanda da un soggetto avente la natura giuridica di sopra individuata, e pertanto sostanzialmente privo del titolo legittimante, avrebbe ingenerato incertezze presso gli stessi scommettitori. Tale incertezza costituisce di per sé un valido e sufficiente motivo di ordine pubblico per denegare l’autorizzazione, in quanto si pone in contrasto con le esigenze di tutela del consumatore, anch’esse protette dal diritto comunitario. Va da sé che l’autorità preposta all’ordine pubblico non può disinteressarsi del meccanismo in esame, poiché esso coinvolge i consumatori italiani, atteso che gli effetti dei contratti di scommessa si producono anche nel nostro ordinamento, nell’ambito del quale vengono fatte le puntate e pagate le vincite. Va, comunque, osservato che il ricorrente non ha titolo d’ottenere l’autorizzazione di polizia di cui al citato articolo 88 del TULPS anche per la mancanza dei requisiti soggettivi sostanziali. Le autorizzazioni di polizia, in una materia così delicata quale quella della raccolta delle scommesse con vincita di denaro, che richiede che l’attività sia assoggettata ad un controllo iniziale e ad una sorveglianza continua con l’obiettivo mirante a evitare che questi operatori siano implicati in attività criminali o fraudolente, come chiarito anche dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Corte CE sentenza 12 settembre 2013 nelle cause riunite C-660/11 e C-8/12 sopra richiamata) deve essere prudentemente valutata dall’Amministrazione in relazione ad ogni manifestazione comportamentale del soggetto stesso, da cui desumere il venir meno della buona condotta, senza peraltro che sia necessario che le manifestazioni stesse integrino fattispecie penalmente rilevanti e, comunque, acclarate dalla competente autorità giudiziaria. Anche sotto questo profilo il diniego impugnato è ampiamente giustificato dai puntuali riferimenti alle denunce all’autorità giudiziaria, “per i reati di falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico e truffa, per il reato di furto aggravato”, e per il reato di somministrazione di bevande alcoliche a persona in stato di manifesta ubriachezza, puntualmente indicate sia nel diniego del questore sia nel provvedimento del prefetto. Tali elementi, specifici concreti, sono stati ampiamente valutati dall’amministrazione la quale, ha ritenuto che gli stessi, “pur non concretizzandosi in specifici illeciti di rilevanza penale, possono incidere, anche su un piano solo sintomatico, sul grado di affidabilità di chi aspira al rilascio o al mantenimento dell’autorizzazione di polizia”. Tali argomentazioni che sono il frutto di una valutazione discrezionale dell’amministrazione non sindacabile in questa sede di legittimità, non emergendo profili di eccesso di potere, giustificano ampiamente il diniego essendo dirette “a tutelare superiori prevalenti esigenze di sicurezza pubblica”. Nè possono essere condivise le censure formali del ricorrente, che ha avuto ampia possibilità di partecipare al procedimento essendogli stato comunicato l’avviso di avvio del procedimento amministrativo ai sensi degli articoli 7 ed 8 della legge 241 del 1990 (le cui memorie difensive prodotte in data 17 settembre 2014 risultano essere state valutate dall’amministrazione, come indicato nel provvedimento del Questore oggetto del ricorso gerarchico al Prefetto). Infatti, un’ulteriore comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza, ai sensi dell’articolo 10 bis della legge 241 del 1990, la cui violazione è stata dedotta nel ricorso, non avrebbe potuto incidere sul contenuto del provvedimento con conseguente applicabilità, nel caso in esame, dell’articolo 21 octies della citata legge n. 241. Del resto il ricorrente neppure in questa sede giudiziaria fornisce elementi idonei che possano evidenziare un’illegittimità della valutazione dell’amministrazione sulla carenza dei requisiti soggettivi per ottenere l’autorizzazione di polizia di cui all’articolo 88 del T.U.L.P.S.. Per tali ragioni il ricorso va respinto”.

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