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Tar Emilia: la sala scommesse non è un luogo per l’intrattenimento. Negata licenza di somministrazione

In: Diritto, Ippica, Scommesse, Sport

10 aprile 2012 - 11:32


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 (Jamma) La sala scommesse, autorizzata in base all’articolo 88 del Tulps, non può essere  qualificata come riconducibile alle “sale da gioco” e quindi può essere negata la licenza di somministrazione. 

E’ quanto stabilisce il Tar Emilia, sezione di Parma, con una sentenza pubblicata nei giorni scorsi. Il ricorso è stato presentato dai titolari di una sala scommesse in cui si chiede l’annullamento del provvedimento “del Direttore del Settore controlli del Comune di Parma con il quale è stata determinata la cessazione degli effetti della dichiarazione di inizio attività non prevalente presentata dal ricorrente  per l’attività di somministrazione alimenti e bevande a supporto dell’attività prevalente di sala scommesse e conseguente divieto di prosecuzione dell’attività stessa.

 

La ricorrente impugnava il citato provvedimento deducendo la violazione dell’art. 4, comma 5, lett. a) della L.R. n. 14/2007 ed il difetto di motivazione.

L’Amministrazione comunale, costituita in giudizio, confutava le avverse doglianze chiedendo la reiezione del ricorso.

Nella camera di consiglio dell’11 maggio 2011 veniva respinta l’istanza di sospensione ed all’esito della pubblica udienza del 7 marzo 2012 la causa veniva trattenuta in decisione.

Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente contesta l’esistenza, in capo al Comune, dei potere di programmazione per il rilascio delle autorizzazioni in questione per attività da svolgersi in locali adibiti a diversa attività principale rientrante nelle previsione del citato art. 4, comma 5.

A tal proposito rileva che, sebbene l’art. 4, comma 2, della L.R. n. 14/2003, sul punto, riconosca alla Giunta regionale la competenza ad adottare le “direttive di carattere generale sulla base delle quali i Comuni stabiliscono i criteri di programmazione per il rilascio delle autorizzazioni degli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande”, il successivo comma 5 stabilisce che “il comma 2 non si applica per il rilascio delle autorizzazioni concernenti le attività di somministrazione di alimenti e bevande da effettuarsi: a) negli esercizi di cui all’articolo 8 nei quali la somministrazione al pubblico di alimenti e bevande viene effettuata congiuntamente ad attività di spettacolo, trattenimento e svago, in sale da ballo, sale da gioco, locali notturni, stabilimenti balneari, impianti sportivi, cinema, teatri e altri esercizi similari, nonché in tutti i casi in cui l’attività di somministrazione è esercitata all’interno di strutture di servizio ed è in ogni caso ad esse funzionalmente e logisticamente collegata, sempreché alla somministrazione di alimenti e bevande non sia riservata una superficie prevalente rispetto a quella in cui è svolta l’attività cui è funzionalmente e logisticamente collegata”.

La circostanza che il bar oggetto di dichiarazione non occupi una “superficie prevalente” all’interno dei locali adibiti alla raccolta di scommesse determinerebbe, secondo la ricorrente, l’applicabilità al caso di specie del richiamato art. 4, comma 5, lett. a) con la conseguenza che, in tali ipotesi, i Comuni non sarebbero titolari del potere di disciplinare, introducendo limitazioni, lo specifico settore delle attività di somministrazione.

Ciò sul presupposto che la propria attività debba essere qualificata come riconducibile alle “sale da gioco” o, al più, agli “altri esercizi similari” di cui alla richiamata norma.

A sostegno della propria posizione, la ricorrente allega una nota interpretativa datata 7 settembre 2010, dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato riferita al Decreto Direttoriale 22 febbraio 2010 recante “Disciplina dei requisiti tecnici e di funzionamento dei sistemi di gioco VLT, di cui all’articolo 110, comma 6, lett. b) del T.U.L.P.S.” dalla quale si ricaverebbero elementi a sostegno della equiparazione, ai fini in esame, delle “agenzie per l’esercizio delle scommesse” alle “sale pubbliche da gioco”.

Per i giudici del Tar il motivo è infondato.

Preliminarmente deve rilevarsi, sotto un primo profilo, che la presente controversia verte in materia sottratta alla potestà legislativa statale ed attribuita in via esclusiva alle Regioni ex art. 117 Cost. e, nel caso di specie, disciplinata dalla Regione Emilia Romagna con propria L. n. 14/2003.

Sotto un secondo profilo si evidenzia che nel presente giudizio si controverte circa l’applicabilità di una deroga alla disciplina generale dettata dal legislatore regionale.

Premesse le suesposte precisazioni si rileva ulteriormente che la questione oggetto del presente giudizio è rappresentata dalla riconducibilità o meno dell’attività di gestione delle scommesse autorizzata ai sensi dell’art. 88 del T.U.L.P.S., alle attività specificate dalla normativa regionale che consentono di intraprendere l’esercizio di somministrazione mediante DIA in deroga agli strumenti di pianificazione ordinari.

Attività che, come anticipato, consistono in “attività di spettacolo, trattenimento e svago, in sale da ballo, sale da gioco, locali notturni, stabilimenti balneari, impianti sportivi, cinema, teatri e altri esercizi similari”.

La norma, in quanto derogatoria della disciplina generale, non può che essere interpretata restrittivamente e, pertanto, non può trovare applicazione se non in presenza di un espresso richiamo alla specifica attività di gestione delle scommesse che, nel caso di specie non è contenuto nel testo normativo.

Non può, infatti, essere condivisa la pretesa assimilazione dell’attività esercitata dalla ricorrente a quella delle sale da gioco che la ricorrente cerca di sostenere sul presupposto che entrambe rientrerebbero nelle attività di intrattenimento e svago espressamente menzionate stante l’assenza nella prima di quelle finalità ricreative e di socializzazione che accomunano le seconde.

Allo stesso modo non può aggirarsi la ratio normativa invocando la riconducibilità dell’attività di scommesse agli “esercizi similari”.

La locuzione, in quanto inserita in una disposizione derogatoria, non può che essere riferita ad attività che presentano le medesime caratteristiche e le stesse finalità di intrattenimento e svago di quelle espressamente indicate pena la neutralizzazione del carattere eccezionale della deroga.

A sostegno della tesi del ricorrente non può essere invocata la posizione assunta dall’Agenzia dei Monopoli con la citata nota del settembre 2010 che, per quanto autorevole, rappresenta un mero ausilio interpretativo, peraltro, di tenore contrastante con le posizioni assunte dalla Regione Emilia Romagna, titolare della potestà normativa in materia, in sede di chiarimenti (quindi con atti aventi la medesima natura di ausili interpretativi) circa la portata derogatoria della norma in questione, con argomenti fatti propri dall’Amministrazione.

La posizione del Comune trova conferma anche sul piano normativo atteso che le attività di scommessa sono soggette ad un regime autorizzatorio differente, ex art. 88 del T.U.L.P.S., mentre le attività di intrattenimento, nello specifico “sale pubbliche per bigliardi o per altri giuochi leciti”, sono disciplinate dagli artt. 86 e 110 del medesimo Regio Decreto.

L’art. 110, comma 1, in particolare, con riferimento alle “sale da biliardo o da gioco e negli altri esercizi, compresi i circoli privati, autorizzati alla pratica del gioco o all’installazione di apparecchi da gioco” (attività che la ricorrente vorrebbe assimilabili alla propria) prevede l’esposizione “in luogo visibile una tabella, predisposta ed approvata dal questore e vidimata dalle autorità competenti al rilascio della licenza, nella quale sono indicati, oltre ai giochi d’azzardo, anche quelli che lo stesso questore ritenga di vietare nel pubblico interesse, nonché le prescrizioni ed i divieti specifici che ritenga di disporre”.

Il successivo comma 2, stabilisce che “nella tabella di cui al comma 1 [tabella da affiggere all’interno delle sale giochi] è fatta espressa menzione del divieto delle scommesse”: dato che depone per una non assimilazione delle attività di scommessa alle attività di gioco.

Le suesposte considerazioni determinano, altresì, l’infondatezza del secondo motivo di ricorso con il quale, la ricorrente deduce il difetto di motivazione del provvedimento impugnato nella parte in cui non considererebbe, senza spiegarne le ragioni, l’attività di raccolta scommesse come attività riconducibile alle categorie tipologiche menzionate nell’art. 4, comma 5, lett. a).

Il provvedimento impugnato richiama e riassume i contenuti della comunicazione di avvio del procedimento finalizzato alla cessazione degli effetti della DIA presentata chiarendo che la contestata cessazione degli effetti della DIA presentata viene disposta “in quanto un’attività esclusiva di sala scommesse che necessita di autorizzazione del Questore ai sensi dell’art. 88 del Tulps, che non sia abbinata ad una delle tipologie di attività elencate all’art. 4, comma 5, lett. a) della L.R. N. 14/2003, come nel caso di specie, non legittima all’esercizio dell’attività di somministrazione in deroga alla programmazione comunale”.

Il richiamo operato alla comunicazione del 9 dicembre 2011 determina che il riportato supporto motivazionale debba ritenersi integrato dai contenuti dell’atto in questione che, sul punto, sono ancor più articolati ed esaustivi.

In quella occasione, infatti, l’Amministrazione aveva ulteriormente chiarito che, conformemente a quanto ritenuto dalla Regione Emilia Romagna, essendo “il servizio reso da una sala scommesse non paragonabile per ruolo e funzione ad una sorta di biglietteria, non vi si riscontra alcuna forma di intrattenimento e svago che consenta di usufruire delle condizioni di favore contemplata al già citato art. 4 comma 5 lett. a) assoggettata a dichiarazione di inizio attività. Si ritiene che la disciplina di favore di cui sopra, può essere applicata al caso di specie qualora unitamente alla sala scommesse venisse richiesta e rilasciata la licenza di cui all’art. 86 del TULPS per una qualsiasi forma di pubblico intrattenimento, ovvero una licenza per sala giochi di cui all’art. 86 del TULPS”.

 

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