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Revoca concessioni per raccolta scommesse causa inadempimento, Tar Sicilia boccia richiesta di annullamento presentata da agenzia ippica

In: Diritto, Ippica, Scommesse, Sport

19 gennaio 2015 - 16:49


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(Jamma) – Il Tar Sicilia – Sezione staccata di Catania ha rigettato tramite sentenza il ricorso presentato da un’agenzia ippica contro il Coni, l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato e il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Nel ricorso veniva chiesto l’annullamento del provvedimento adottato dal Coni con il quale era stata comunicata la decadenza/revoca, per inadempimento, delle concessioni per la raccolta delle scommesse sportive.

 

“Avverso tale provvedimento, la società è insorta con il ricorso in epigrafe, con il quale deduce: 1.- (primo e secondo motivo) che il provvedimento impugnato sarebbe doppiamente illegittimo, in quanto emesso in contrasto con il provvedimento cautelare di sospensione adottato da questo Tar, e con l’art. 5 bis della L. 265/2002: entrambi i provvedimenti, infatti, hanno sospeso il decreto interdirigenziale 6 giugno 2002 in attuazione del quale il Coni ha dichiarato la decadenza della concessione.

 

2.- che il provvedimento impugnato non avrebbe tenuto conto dell’adesione prestata dalla ricorrente a quanto disposto dai decreti interdirigenziali.

 

3.- che il provvedimento impugnato sarebbe illegittimo laddove considera equivalente alla mancata adesione, o al recesso, la dichiarazione di adesione formulata con riserva dalla ricorrente.

 

4.- che il provvedimento impugnato sarebbe illegittimo perché pretende dalla ricorrente una dichiarazione di adesione unita ad atti di riconoscimento di debiti ed al rilascio di garanzie che si pongono in insanabile contrasto con la volontà di proseguire le azioni giudiziarie intraprese.

 

5.- (motivi sesto e settimo) illegittimità discendente dalla mancata consultazione con i concessionari destinatari di effetti diretti del provvedimento prevista dall’art. 7 della L. 241/90, e dalla mancata indicazione del responsabile del procedimento.

 

6.- falsa applicazione dell’art. 6, co. 7, del decreto interdirigenziale del 6.06.2002, poichè non prescrive in alcuna parte la decadenza e/o revoca quale conseguenza della mancata adesione alle condizioni previste dai decreti stessi.

 

7.- illegittimità del provvedimento nella parte in cui richiede integrale pagamento del debito maturato per “minimi garantiti” degli anni 2000 e 2001.

 

8.- che il Coni sarebbe a sua volta inadempiente rispetto ad alcuni precisi obblighi assunti con le convenzioni accessive alle concessioni, e non avrebbe sterilizzato il mercato dalla presenza di operatori stranieri che agiscono illegalmente: ciò si tradurrebbe nella possibilità giuridica da parte della ricorrente di opporre l’eccezione di inadempimento, nonché di far valere l’impossibilità sopravvenuta della prestazione assunta con la sottoscrizione della convenzione.

 

9.- che il “minimo garantito” dovuto dalla ricorrente non avrebbe potuto essere richiesto dal Coni, in quanto la sua determinazione in sede di offerta è risultata inficiata dall’errore commesso al momento della redazione del piano di distribuzione delle concessioni, sul quale la gara stessa era stata impostata.

 

10.- che il provvedimento impugnato sarebbe privo di una motivazione adeguata che spieghi in cosa consista l’inadempimento addebitato alla ricorrente.

 

11.- che il provvedimento impugnato sarebbe illegittimo perché caratterizzato da un contenuto dispositivo incerto, dal momento che dispone la “decadenza e/o revoca” delle concessioni.

 

12.- che il provvedimento avrebbe dovuto essere adottato dall’organo competente: i Monopoli di stato, piuttosto che il Coni.

 

13.- che il provvedimento sarebbe infine illegittimo in quanto non tiene conto dell’avvenuto adempimento alle proprie obbligazioni, effettuato dalla ricorrente per mezzo della procedura di condono stabilito dall’art. 8, co. 2, della L. 289/2002; non rilevando in nessun modo il fatto che tale disposizione sia stata successivamente abrogata con l’art. 5 ter della L. 27/2003.

 

14.- in subordine, il citato art. 5 ter della L. 27/2003 che ha disposto l’abrogazione con effetto retroattivo della norma sul condono è da considerare costituzionalmente illegittimo in quanto la retroattività non trova giustificazione sul piano della ragionevolezza e contrasta con il principio del legittimo affidamento del cittadino.

 

Si sono costituiti in giudizio, per resistere, il Ministero dell’economia e delle finanze e l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato.
Il rigetto del ricorso è stato anche chiesto dal Coni che, in particolare, ha evidenziato l’irrilevanza rispetto al provvedimento adottato, ed oggi impugnato, dell’ordinanza di sospensione cautelare emessa dal giudice amministrativo, avendo questa riguardato aspetti del decreto interdirigenziale diversi da quelli che vengono oggi in rilievo (in particolare, quelli relativi alle condizioni di adesione alle nuove condizioni delle convenzioni).

 

Con ordinanza n. 1396/2003 la Sezione ha respinto la domanda cautelare formulata dalla ricorrente per insufficienza del necessario fumus boni iuris. All’esito del giudizio di merito – connotato da una più approfondita analisi della vicenda – va confermata la valutazione già resa in fase cautelare, ed il ricorso va respinto in quanto infondato.

 

1.- Le prime due censure risultano infondate in quanto l’art. 5 bis della L. 265/2002 ha sospeso il decreto interministeriale solo fino al 31 gennaio 2003, mentre l’atto impugnato è stato emesso alcuni mesi dopo, il 12 maggio 2003; inoltre, la sospensione del medesimo decreto disposta in via cautelare da questo Tar ha riguardato solo la clausola che imponeva agli operatori di accettare le nuove condizioni economiche senza riserva o salvezza delle azioni giudiziarie instaurate o instaurande: non risultano quindi inibite da alcuna pronuncia giurisdizionale le disposizioni con le quali si ridefiniva il quantum dovuto dai concessionari.

 

2.- La circostanza esposta nella terza censura risulta irrilevante ai fini della presente controversia, giacchè la ricorrente ha sottoscritto le modifiche solo con riguardo ad alcune delle concessioni di cui è titolare, restando inadempiente per le altre.

 

3.- la problematica sollevata col quarto e quinto motivo è diversa dal thema decidendum: riguarda le modalità e gli effetti dell’adesione prestata dal concessionario alla nuova convenzione, ma non incide sul regime dei debiti pregressi gravanti sul concessionario nei confronti del Coni; sicchè, il vizio denunciato – ove esistente – non inficerebbe il potere del Coni di pronunciare la decadenza della concessione per inadempimento delle obbligazioni pecuniarie.

 

4.- Anche le censure di ordine procedimentale indicate nei motivi sesto e settimo risultano infondate, tenuto conto del fatto che – prima dell’adozione del provvedimento impugnato – la ricorrente ha avuto diverse occasioni di interloquire con l’amministrazione, e di far conseguentemente valere il proprio punto di vista. Anche la mancata indicazione del responsabile del procedimento non rappresenta una omissione viziante, tenuto conto che “Ai sensi degli art. 4 e 5, l. 7 agosto 1990 n. 241, la mancata designazione del responsabile del procedimento implica soltanto che è considerato responsabile del singolo procedimento il funzionario preposto all’unità organizzativa, e pertanto essa rileva unicamente in termini di responsabilità disciplinare dell’agente che ha omesso la relativa comunicazione” (Tar Lazio Roma n. 8971/2002; più di recente, nello stesso senso, n. 10560/2014, ma anche C.d.S., III, 4694/2013).

 

5.- Non ricorre la denunciata violazione e/o falsa applicazione dell’art. 6 del decreto interministeriale, dal momento che la revoca della concessione è stata adottata – ai sensi dell’art. 7 del decreto interministeriale – a causa del mancato pagamento delle somme dovute, e non come prospettato, per la mancata adesione alle nuove condizioni contrattuali.

 

6.- il denunciato inadempimento da parte del Coni è irrilevante: fermo restando il fatto che l’eventuale inadempimento della convenzione accessiva alla concessione va valutato dal giudice ordinario ed è quindi sottratto alla giurisdizione del giudice amministrativo, la denunciata presenza di operatori che agiscono nel settore in esame in maniera illegale, in quanto sprovvisti del titolo necessario, non può costituire ragione che determini il venir meno delle obbligazioni di natura pecuniaria gravanti sui concessionari regolarmente autorizzati.

 

7.- Neanche la censura che riguarda l’erroneità di redazione del piano di distribuzione delle concessioni ha pregio, tenuto conto del fatto che l’amministrazione pubblica è intervenuta per sanare gli squilibri registratisi nel settore in esame proprio con il decreto interministeriale che ha ridefinito l’entità del cd. “Minimo garantito”.

 

8.- Le due censure con le quali si deducono vizi della motivazione e del contenuto dispositivo del provvedimento impugnato non possono essere accolte: da una parte, la motivazione è chiara, e fa discendere l’effetto decadenziale dall’inadempimento delle obbligazioni di pagamento nella misura espressamente indicata nel provvedimento stesso; dall’altra parte, non sussiste la paventata confusione di termini (decadenza e revoca), posto che l’art. 7 del decreto dispone sia revoca della concessione, sia la decadenza dal beneficio del termine.

 

9.- Anche la dedotta incompetenza da parte dell’ente autore del provvedimento impugnato non ricorre; infatti, le competenze nella materia in esame sono state affidate in capo all’A.A.M.S. solo successivamente, a partire dal luglio 2003.

 

10.- Infine, la censura che prende le mosse dall’avvenuto pagamento delle some dovute a titolo di adesione al condono di cui all’art. 8 della L. 289/2002 non può essere accolta in ragione della eccepita parzialità del pagamento eseguito in quella occasione, come peraltro risulta dalla documentazione prodotta in giudizio, alla quale sono state allegate solo tre ricevute di versamento per l’importo di euro 5000 ciascuna, a titolo di prima rata.

 

In conclusione, il ricorso va respinto”.

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