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Il TAR Lazio condanna per la seconda volta il ritardo del rilascio della delega per l’esercizio dell’attività di raccolta delle scommesse

In: Scommesse

1 ottobre 2015 - 11:47


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(Jamma) – Con ricorso notificato il 23 febbraio 2015 e depositato il successivo 4 di marzo, una società di scommesse chiede sia ordinato al Ministero dell’Economia e delle Finanze, al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, e all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di dare esatta ottemperanza alla sentenza del T.A.R. Lazio, resa tra le parti, con cui le citate Amministrazioni sono state condannate a risarcire i ricorrenti dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, loro derivati a causa del ritardo nell’adozione del provvedimento di rilascio della delega per l’esercizio dell’attività di raccolta delle scommesse ippiche.

In particolare, le tre Amministrazioni e l’UNIRE erano state condannate dal Giudice di primo grado, senza distinzione o graduazione di responsabilità fra di esse, a risarcire alle parti ricorrenti il danno patrimoniale, da calcolarsi, ai sensi dell’art. 34 comma IV c.p.a., secondo i seguenti criteri: ammontare dei canoni di locazione sostenuti dal ricorrente per i locali da adibire a sede dell’attività, per il periodo di non attività; ammontare del mancato guadagno per ciascun anno di esercizio, correlato alla media degli utili di esercizio che la ricorrente ha prodotti, una volta ottenuta la delega per l’esercizio dell’attività di raccolta delle scommesse, da considerare per ogni singolo anno di mancata attività, valutato in relazione alla media ottenuta secondo il criterio del 10%. Il risarcimento prevede inoltre: una maggiorazione della somma effettivamente proposta degli interessi legali e rivalutazione monetaria come per legge, atteso che sul dovuto a titolo di risarcimento del danno, che è debito di valore, competono rivalutazione monetaria e interessi nella misura legale fino al soddisfo; il danno non patrimoniale, e le spese di giudizio.
Secondo il TAR Lazio “il ricorso è fondato, e va accolto, nei limiti di cui appresso. II. – Innanzitutto deve essere disattesa la eccezione di difetto di legittimazione passiva dell’UNIRE, del MEF e dell’Agenzia delle Dogane formulata, anche in questa fase, (e tardivamente) da parte resistente: su tale questione si è infatti espressamente pronunziato, nel giudizio a quo, il Giudice d’appello, che ha rilevato come fosse stato proprio l’UNIRE a emettere i provvedimenti lesivi per i ricorrenti: sicchè essa è oramai coperta da giudicato. Peraltro, la circostanza (dedotta in memoria dall’Avvocatura dello Stato) per la quale l’UNIRE è stato soppresso con legge n. 98 del 2011, le sue funzioni sono state trasferite all’ASSI, e anche quest’ultima è stata soppressa con legge n. 87 del 2012, con trasferimento solo parziale delle sue funzioni al all’Agenzia delle Dogane, deve necessariamente essere presa in considerazione dal Giudice dell’ottemperanza al fine di garantire –come è proprio di questa fase- l’effettività della tutela, essendo del tutto evidente che un Ente oramai giuridicamente inesistente non potrà adempiere alla condanna a suo tempo subìta.
Tale condanna, pertanto, grava oggi in solido –in assenza di specificazione normativa relativa al trasferimento dei rapporti passivi già facenti capo all’UNIRE- sulle Amministrazioni superstiti che hanno sopportato la condanna oramai passata in giudicato; ciò in quanto, in assenza di affermazioni di una obbligazione parziaria da parte del Giudice del merito, si deve applicare l’ordinaria regola di cui all’art. 1294 c.c., recante la presunzione di solidarietà passiva.
Rimane salva la facoltà delle Amministrazioni debitrici di regolare, nei loro rapporti interni, le modalità di ripartizione dell’obbligazione, ex art. 1298 c.c.
VII. – Nel merito, non può essere condivisa la deduzione di parte ricorrente, formulata con memoria depositata il 24 aprile 2015, secondo la quale il silenzio serbato dall’Amministrazione dopo la notifica della sentenza di condanna e, poi, nella prima parte di questo giudizio (fino al 2 maggio 2015, data in cui l’Avvocatura erariale si è costituita) possa valere quale opposizione alla sentenza c.d. sui criteri, e debba, per questo, dare luogo alla quantificazione del risarcimento da parte del Giudice dell’ottemperanza.
A tale deduzione si deve opporre che l’art. 34 comma IV c.p.a., nel delineare il possibile contenuto delle “Sentenze di merito” (ossia di quelle che definiscono l’assetto di interessi oggetto di lite, che la stessa norma definisce di accoglimento o di rigetto), prevede che “In caso di condanna pecuniaria, il giudice può, in mancanza di opposizione delle parti, stabilire i criteri in base ai quali il debitore deve proporre a favore del creditore il pagamento di una somma entro un congruo termine. Se le parti non giungono ad un accordo, ovvero non adempiono agli obblighi derivanti dall’accordo concluso, con il ricorso previsto dal Titolo I del Libro IV, possono essere chiesti la determinazione della somma dovuta ovvero l’adempimento degli obblighi ineseguiti.”
Risulta evidente dalla piana lettura della norma che la eventuale opposizione delle parti alla dettatura di criteri di quantificazione (in luogo della diretta quantificazione) del risarcimento per equivalente deve, innanzitutto, essere formulata nel corso del giudizio di merito (si deve ritenere –non essendo previsto un termine decadenziale a tale fine- sia con le memorie di cui all’art. 73 che, oralmente, in udienza); ma non nel corso del giudizio di ottemperanza, quando si tratta di eseguire una sentenza di merito già data.
Inoltre, dalla stessa formulazione della norma si ricava che l’opposizione a che il Giudice scelga la quantificazione tramite criteri deve essere espressa dalla parte interessata nel corso del processo, e non meramente desunta dal silenzio o dall’inerzia di questa: tanto più se tale silenzio cade nella fase successiva all’emissione della sentenza di merito.
Tanto discende anche dalla constatazione per cui, in generale, quando il legislatore vuole che dal silenzio di una delle parti del processo scaturisca un dato effetto giuridico, una norma lo dispone espressamente: si pensi, ad esempio, all’art. 64 c.p.a. comma II, che ha recepito il principio per cui la non contestazione di una allegazione di fatto dalla parte costituita equivale ad ammissione di quel fatto.
Non può deporre in senso contrario l’ultima parte del comma IV dell’art. 34, per cui “Se le parti non giungono ad un accordo, ovvero non adempiono agli obblighi derivanti dall’accordo concluso, con il ricorso previsto dal Titolo I del Libro IV, possono essere chiesti la determinazione della somma dovuta ovvero l’adempimento degli obblighi ineseguiti”.
Questa disposizione conferma proprio quanto su esposto, prescrivendo che, in caso di inadempimento alla condanna, il creditore può adire il Giudice dell’ottemperanza al fine di dare effettività alla tutela di merito ricevuta.
VIII. – Peraltro, nel caso in esame i creditori, nelle conclusioni del ricorso, si sono limitati a chiedere che sia assegnato alle dette Amministrazioni un termine ultimativo per dare luogo alla proposta di risarcimento ex art. 34 comma IV c.p.a., e non che il Giudice dell’ottemperanza proceda direttamente alla quantificazione del risarcimento.
Si deve notare che la suddetta norma dispone espressamente che la determinazione della somma dovuta, ovvero – in evidente alternativa, per cui l’una domanda esclude l’altra- l’adempimento degli obblighi ineseguiti (costituiti dalla formulazione della proposta di quantificazione) debbano essere richiesti con l’atto introduttivo del giudizio di ottemperanza.
Dalla lettera dell’art. 34 discende, pertanto, che il ricorrente debba operare la scelta se chiedere l’una o l’altra forma attuativa del giudicato in sede di ricorso, e che, electa una via, non possa operare una mutatio libelli con la memoria di replica depositata in vista della camera di consiglio nei termini dimezzati di cui al combinato disposto tra gli articoli 87 e 73 c.p.a., in quanto, diversamente opinando, si priverebbe la parte resistente della possibilità di contraddire sul punto.
E si tratta di un punto determinante, perchè tale modifica della domanda introduce, in prossimità del passaggio in decisione del ricorso, una pretesa obiettivamente diversa (ed infatti individuata, dal legislatore, in alternativa) a quella fatta valere in ricorso, e non già una mera emendatio libelli: la quantificazione da parte del Giudice dell’ottemperanza cristallizza in via definitiva la misura delle somme dovute ed inibisce quella sorta di adempimento in contraddittorio che l’art. 34 IV comma c.p.a. prevede anche in una fase successiva alla sentenza di ottemperanza, quando consente che il Giudice disponga “l’adempimento degli obblighi ineseguiti”.
IX. – La necessità dell’instaurazione di un contraddittorio pieno anche nella fase di ottemperanza, quindi, si coglie con immediatezza proprio quando si tratti di attuare una sentenza (di merito) che detti solo i criteri di quantificazione del risarcimento, e non operi direttamente la quantificazione; specie ove si pensi che, secondo i più recenti arresti giurisprudenziali (Cons. Stato, sez. V, 29 aprile 2015 n. 2177), la “sentenza sui criteri” non costituisce più -soltanto- una semplice tecnica di quantificazione dell’illecito rimessa alle parti (come la si concepiva quando l’istituto fu introdotto dall’art. 35 del d. lgs. n. 80\1998), ma trova rispondenza nella stessa concezione c.d. dicotomica dell’illecito aquiliano, per cui nella fase di merito viene affermato il diritto al risarcimento del c.d. danno-evento, mentre è demandato al momento dell’ottemperanza quello della emersione, anche e soprattutto sul piano probatorio, del c.d. danno-conseguenza.
Si tratta di una delle più eloquenti manifestazioni della natura composita, di esecuzione e di cognizione, che è propria del giudizio di ottemperanza.
Le ragioni che impediscono la radicale mutatio libelli (da domanda di quantificazione “differita” a domanda di immediata quantificazione da parte del Giudice dell’ottemperanza) a ridosso del passaggio in decisione della causa, quindi, emergono con tutta evidenza, e sotto due profili distinti, che riguardano, rispettivamente, l’interesse dell’una e dell’altra parte del processo di ottemperanza.
Vi è certamente l’interesse del soggetto condannato al risacimento “generico” nella fase di merito a contraddire (o ad avere la possibilità di contraddire) efficacemente la quantificazione proposta dal ricorrente.
Ma vi è anche l’interesse del ricorrente -che ha forse priorità sul piano logico, e certamente su quello della scansione temporale delle fasi processuali delineata dall’art. 73 e dall’art. 87 c.p.a.- a fornire tempestivamente la prova della quantificazione proposta, innanzitutto mediante la produzione di idonee prove documentali, non oltre il prescritto termine (dimidiato) di venti giorni liberi precedenti alla camera di consiglio.
Ove tale prove non sia fornita, la domanda andrà respinta (ancora Cons. Stato, sez. V, 29 aprile 2015 n. 2177); esattamente come accade nelle controversie risarcitorie devolute alla giurisdizione del Giudice Ordinario, che non conosce la fase di ottemperanza, e che tale onere probatorio vede confluire, per intero, nel processo di cognizione, nei termini di decadenza (posti proprio a tutela del contraddittorio) scanditi dalle produzioni di cui all’art. 183 VI comma c.p.c.
X. – Tanto premesso, a fronte della perdurante inerzia delle Amministrazioni condannate nel procedere a quantificare il risarcimento dovuto, esse devono essere dichiarate tenute a dare esatta esecuzione, secondo le modalità di cui alla presente sentenza, alla pronunzia azionata.
A tale fine esse proporranno ai ricorrenti, entro e non oltre giorni sessanta dalla ricezione della presente sentenza, una somma a titolo risarcitorio stabilita secondo i criteri delineati dal titolo in epigrafe.
Con la precisazione che, quanto alla liquidazione di interessi e rivalutazione monetaria, ciascuna delle due voci andrà calcolata separatamente sull’importo nominale del credito, escludendo sia il computo degli interessi e della rivalutazione monetaria sulla somma dovuta quale rivalutazione sia il riconoscimento di ulteriori interessi e rivalutazione monetaria sulla somma dovuta a titolo di interessi (Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria n. 18/2011).
Nel caso di perdurante inottemperanza dopo lo spirare del termine su assegnato, su istanza della parte interessata, provvederà, a spese delle Amministrazioni debitrici, nel termine di ulteriori trenta giorni, un Commissario ad acta, che sin d’ora si individua nel Dirigente pro tempore della Ragioneria Territoriale dello Stato di Roma, con facoltà di delega ad un funzionario dell’Ufficio.
XI. – Le medesime Amministrazioni devono essere inoltre condannate alla corresponsione ai ricorrenti delle penalità di mora previste dall’art. 114 comma II lettera e) c.p.a., sia per il ritardo nella quantificazione della citata offerta che per i canoni di locazione integranti danno emergente (posto che alla dedotta difficile intelligibilità dei documenti prodotti dai ricorrenti le debitrici avrebbero potuto agevolmente sopperire richiedendo copie leggibili, oltre alle integrazioni necessarie), sia, ancora, per il ritardo nella corresponsione dell’importo relativo al risarcimento dei danni morali, già quantificato nella sentenza di merito in euro 20.000,00.
Il Collegio stima equo stabilire l’importo delle penalità nella misura di euro 50,00 (cinquanta\00) al giorno a far data dalla notifica alle debitrici della sentenza del giudizio di appello che ha avuto ad oggetto il titolo qui azionato sino all’integrale soddisfo.
XII. – Le spese di lite della fase di ottemperanza, che devono essere distratte in favore del procuratore antistatario dei ricorrenti, seguono la soccombenza e vengono liquidate nella misura di cui al dispositivo.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Terza) accoglie il ricorso in epigrafe nei sensi e limiti di cui in motivazione.
Condanna le Amministrazioni intimate al pagamento delle spese di lite in favore del procuratore del ricorrente…”

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