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Carboni (EGLA): Il quadro giurisprudenziale dopo la sentenza della Corte Suprema sul bando “Monti”

In: CED e CTD, Scommesse

30 gennaio 2015 - 15:06


carboni

(Jamma) – La lettura della sentenza della Corte Suprema Europea – scrive Giovanni Carboni – relativa ai quesiti rimessi dal Consiglio di Stato, riguardanti l’eventuale violazione dei principi di parità di trattamento e di effettività di taluni aspetti del bando “Monti” del 2012, è solo apparentemente semplice.

L’esito di questo ricorso alla Corte Suprema era incerto. Altrettanto incerto appare il risultato prodotto dalla sentenza. Lo scenario giurisprudenziale è ancora problematico. Ed è controproducente nasconderselo.

 

 

La Coste Suprema afferma chiaramente che il Trattato dell’UE non osta all’indizione di una gara per l’assegnazione di concessioni di durata inferiore rispetto a quella delle concessioni rilasciate con i precedenti bandi. La Corte si pronuncia invece in modo indiretto ed ellittico sul primo dei due quesiti del Consiglio di Stato, riguardante l’attitudine del bando a “rimediare alle conseguenze derivanti dall’illegittimità dell’esclusione di un certo numero di operatori dalle gare”.

 

 

La sentenza, in ogni caso, non solo riafferma il diritto già pacifico degli Stati membri di introdurre regimi concessori che pongono limitazioni ai principi del Trattato ma, certamente, riconosce agli Stati notevoli “margini di manovra”.

 

 

È però anche ribadito che tale diritto sussiste solo in quanto le misure adottate siano volte “ad un coerente perseguimento dei legittimi obiettivi della riduzione delle occasioni di gioco o della lotta contro la criminalità collegata a detti giochi”. In generale a interessi superiori, non alla mera provvista fiscale.

 

 

Non pare scontato che il giudice nazionale individuerà tali condizioni di coerenza, come già sembrano indicare le prime sentenze successive alla pronuncia della Corte Suprema, che in alcuni casi addirittura annunciano ulteriori rinvii pregiudiziali alla Corte stessa.

 

 

Tali richieste si aggiungono a quelle tuttora pendenti, tra cui quella avanzata dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza del 3 aprile 2014. Essa chiede, tra l’altro, se l’“inedito obbligo, previsto dal bando Monti, di cessione dei beni costituenti la rete di gestione dell’attività, si traduca in un ingiustificato svantaggio competitivo dei nuovi “entranti” rispetto ai concessionari esistenti”. Tale obbligo, che non grava sui titolari delle concessioni delle scommesse assegnate con i bandi precedenti, costituisce un insidioso motivo di censura che può tuttora attribuire al bando Monti un profilo discriminatorio, compromettendone in tal caso la legittimità.

Giovanni Carboni

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