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Gravina (FIGC) al passo indietro, ma la partita resta aperta: nel mirino anche il nodo scommesse

Gabriele Gravina lascia, ma non esce davvero di scena. Le dimissioni segnano la fine di una lunga stagione alla guida della Figc, ma il presidente federale non sembra intenzionato a limitarsi a una gestione ordinaria fino alle elezioni del 22 giugno. Al contrario, prepara un ultimo passaggio politico, con un pressing diretto sul governo per riaprire dossier rimasti per anni sospesi.

Tra questi, accanto agli sgravi fiscali per chi investe nei settori giovanili, alle infrastrutture e al calcio femminile, torna con forza anche un tema che attraversa da tempo il rapporto tra calcio e istituzioni: quello delle scommesse.

Nel programma più volte evocato e mai davvero concretizzato, Gravina rimette al centro la richiesta di destinare una quota dei proventi legati alle scommesse sportive al sistema calcistico, in particolare ai vivai. L’idea – l’“un per cento del diritto d’autore sulle scommesse” – non è nuova, ma negli anni è rimasta sullo sfondo, schiacciata tra emergenze economiche, pandemia e difficoltà politiche.

Eppure il punto è tutt’altro che marginale. Il calcio italiano, mentre continua a generare valore per l’industria del betting, non beneficia direttamente di quel flusso economico. Un paradosso che Gravina ha più volte denunciato: il prodotto sportivo alimenta il mercato delle scommesse, ma le risorse non tornano al sistema che lo produce. Da qui la richiesta di un meccanismo di redistribuzione, sul modello di quanto avviene in altri contesti europei.

Il tema si intreccia inevitabilmente anche con il dibattito più ampio sulla regolazione del gioco. Negli ultimi anni, tra divieti pubblicitari, restrizioni e interventi normativi, il rapporto tra sport e scommesse è diventato sempre più complesso. Il calcio, da un lato, continua a essere uno dei principali driver del betting; dall’altro, si trova spesso ai margini delle decisioni che riguardano proprio quel settore.

In questo quadro, il pressing annunciato da Gravina assume un significato che va oltre la fine del suo mandato. Non si tratta solo di rivendicare risorse, ma di ridefinire un equilibrio tra industria sportiva e industria del gioco, in un momento in cui entrambe stanno attraversando trasformazioni profonde.

Resta da capire se questa volta il tema riuscirà a uscire dal capitolo delle buone intenzioni. Per anni, tra tentativi a vuoto e riforme annunciate, il nodo è rimasto irrisolto. Ora, nel passaggio finale della sua esperienza federale, Gravina prova a riportarlo al centro del confronto politico. Anche perché, al di là delle dimissioni, la partita – soprattutto quella economica legata alle scommesse – è tutt’altro che chiusa.

Redazione Jamma
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