Prima l’annuncio in audizione, poi il sostegno politico del ministro dello Sport Andrea Abodi, e ora una prima traduzione normativa. Nella bozza del progetto di legge di riforma del calcio firmata dal senatore Paolo Marcheschi (Fratelli d’Italia) e presentata in questi giorni, prende corpo un nuovo intervento sulle scommesse sportive: un contributo pari al 2% della raccolta di gioco, destinato a finanziare vivai, infrastrutture, contrasto alla ludopatia (30 per cento) e sviluppo del calcio femminile e dilettantistico (20 per cento).
Il cuore della misura è nell’articolo 4 del progetto. Qui si prevede che i concessionari versino alla FIGC una quota calcolata direttamente sull’importo complessivo giocato. Un passaggio tutt’altro che neutro, perché introduce una base imponibile diversa rispetto all’attuale sistema: oggi le scommesse sono tassate sul margine lordo (20,5% retail e 24,5% online), mentre il nuovo contributo inciderebbe sulla raccolta, cioè sull’intero volume delle giocate.
Per capire la portata dell’intervento bastano i numeri più recenti. Nel 2025 la raccolta delle scommesse sportive (online e fisiche) ha raggiunto circa 19,19 miliardi di euro, in calo del 3,21% rispetto al 2024, mentre il gettito erariale è salito a 622,3 milioni di euro (+7,13%). Su questi volumi, un prelievo del 2% sulla raccolta significherebbe circa 380 milioni di euro l’anno. Una cifra che da sola vale ben oltre la metà dell’attuale gettito fiscale del comparto.
A partire da qui si aprono tre possibili scenari, che la bozza non chiarisce in modo definitivo.
La prima ipotesi è quella più lineare: il contributo del 2% si aggiunge all’attuale prelievo. In questo caso si tratterebbe di un aumento netto della pressione fiscale. Considerando che il prelievo oggi è applicato sul margine, mentre il nuovo contributo colpisce la raccolta, l’impatto reale sarebbe particolarmente significativo: quei circa 380 milioni si sommerebbero ai 622 milioni già versati all’Erario, portando il peso complessivo su livelli sensibilmente più elevati.
La seconda ipotesi è quella di una compensazione interna al gettito. Il testo richiama infatti il principio dell’invarianza per le casse pubbliche. Questo potrebbe tradursi in una riduzione del prelievo esistente sulle scommesse, tale da liberare risorse da destinare alla FIGC. In pratica, una parte dei circa 622 milioni oggi incassati dallo Stato verrebbe riallocata al sistema calcio. È però una soluzione che, pur coerente con l’invarianza di gettito, appare complessa da realizzare: richiederebbe un intervento calibrato su basi imponibili diverse (margine e raccolta) e comporterebbe una riduzione diretta delle entrate erariali, compensata solo formalmente dal nuovo flusso verso il calcio.
La terza ipotesi guarda invece a un modello già sperimentato: quello della cosiddetta tassa “Salva Sport” introdotta nel 2020 con il decreto Rilancio. In quel caso fu previsto un contributo dello 0,5% sulla raccolta delle scommesse, con una durata limitata a 18 mesi e un gettito stimato intorno ai 40-50 milioni di euro annui. Il meccanismo, definito da ADM, prevedeva che l’aliquota fosse applicata alla raccolta al netto dell’imposta unica e che il versamento fosse effettuato periodicamente dai concessionari.
La misura aveva però un perimetro molto più ampio rispetto a quello oggi ipotizzato: riguardava tutte le tipologie di scommesse, dalle sportive a quota fissa a quelle su simulazione di eventi, dai concorsi pronostici alle scommesse ippiche (sia a totalizzatore sia a quota fissa), fino alle forme a distanza con interazione diretta tra giocatori. Nel caso della proposta Marcheschi, invece, il contributo sarebbe limitato alle sole scommesse sportive, restringendo quindi la base applicativa ma concentrando il prelievo su un segmento specifico del mercato.
Anche sul piano dell’incidenza economica, la “Salva Sport” presentava una caratteristica precisa: l’onere veniva imputato sui giocatori vincenti, incidendo sulle vincite e quindi sul payout. Una scelta che consentiva di non intervenire direttamente sui margini degli operatori, ma che fu duramente criticata dal settore del gioco pubblico, che la definì una tassa scaricata sugli scommettitori, con effetti potenzialmente negativi sulla competitività dell’offerta legale.
Il richiamo a quel modello non è casuale. Nella relazione alla proposta emerge anche un riferimento a meccanismi di finanziamento “di filiera” simili a quelli del vecchio Totocalcio, dove una quota della raccolta veniva destinata direttamente al sistema sportivo. È possibile quindi che il nuovo contributo venga costruito come un prelievo parafiscale sulla raccolta, con modalità di applicazione che potrebbero includere, ancora una volta, una traslazione almeno parziale sui giocatori.
Resta però una differenza sostanziale rispetto al passato. Se la “Salva Sport” era una misura temporanea e di entità contenuta, qui si parla di un intervento strutturale e molto più rilevante: dal 0,5% al 2% della raccolta, su un mercato che vale oltre 19 miliardi l’anno.
Anche il riferimento al meccanismo del vecchio Totocalcio risulterebbe di non facile applicazione. Per decenni, il Totocalcio non era semplicemente un gioco: era uno strumento di finanziamento diretto del sistema sportivo. Il meccanismo era molto chiaro e “incorporato” nel gioco stesso.
Quando un giocatore compilava la schedina, l’importo giocato veniva suddiviso in quote prestabilite:
una parte – ed è il punto chiave – veniva destinata al CONI e quindi al finanziamento dello sport italiano.
una parte andava al montepremi (le vincite),
una parte all’Erario,
una parte veniva destinata al CONI e quindi al finanziamento dello sport italiano.
Questa quota era strutturale, non una tassa aggiuntiva esterna. In pratica, il finanziamento allo sport era “a monte”: ogni giocata contribuiva automaticamente al sistema sportivo. Per anni, il Totocalcio è stato una delle principali fonti di sostegno economico per il CONI e per le federazioni, calcio compreso.
Nel Totocalcio il meccanismo era integrato nel prodotto e accettato come tale; oggi si tratterebbe di un intervento normativo su un mercato liberalizzato, con operatori privati e margini competitivi, dove ogni variazione del prelievo può avere effetti immediati su quote, payout e attrattività dell’offerta.
La proposta, inoltre, si inserisce in una riforma più ampia che interviene anche su diritti televisivi, sostenibilità economica dei club, lavoro sportivo e governance della FIGC e perfino percentuali sulle sanzioni dell’AGCOM. Ma è proprio il capitolo sulle scommesse a rappresentare il vero punto di equilibrio politico ed economico. Le opzioni sul tavolo sono chiare, ma la loro traduzione concreta farà la differenza tra un semplice spostamento di risorse, un prelievo sui giocatori o un aumento effettivo della pressione fiscale sul settore.






