L’Unione Europea dispone oggi di una delle cornici normative più avanzate al mondo per la tutela dei minori online, ma il dibattito deve concentrarsi sulle funzionalità e sui modelli di business delle piattaforme digitali più che su divieti generalizzati. È quanto ha affermato Emilio Puccio, segretario generale dell’Intergruppo del Parlamento europeo sui diritti dei minori, intervenendo alla presentazione della proposta di legge sulla verifica dell’età per l’accesso ai social network a firma del deputato Stefano Vaccari.
Puccio ha ricordato come l’Europa abbia già introdotto strumenti normativi significativi, tra cui il Digital Services Act e l’AI Act, oltre a specifiche iniziative contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale online. A suo avviso, la sfida attuale consiste nell’individuare le caratteristiche delle piattaforme che possono generare effetti negativi sui minori, come i meccanismi che incentivano l’uso compulsivo o la raccolta massiva di dati personali.
Nel suo intervento ha spiegato che la Commissione europea ha recentemente istituito un gruppo di esperti composto da neuroscienziati, psichiatri, neuropsichiatri infantili e rappresentanti della società civile con il compito di elaborare proposte per rafforzare la protezione dei minori nell’ambiente digitale.
Secondo Puccio, il modello economico di molte piattaforme si basa sulla raccolta e sulla profilazione dei dati degli utenti, compresi quelli dei minori, con possibili conseguenze sulla salute mentale e sullo sviluppo cognitivo. Per questo motivo, ha sottolineato, a livello europeo si sta valutando l’introduzione di ulteriori restrizioni alla profilazione commerciale e alla pubblicità personalizzata rivolta ai minori.
Il segretario generale dell’Intergruppo ha inoltre evidenziato la necessità di un approccio normativo “tecnologicamente neutrale”, che non si concentri sulle singole piattaforme ma sulle funzioni e sui servizi che presentano i maggiori profili di rischio.
Infine, Puccio ha richiamato uno dei principi cardine della regolazione europea: la responsabilità di garantire la sicurezza dei servizi digitali deve ricadere sulle aziende che li progettano e li immettono sul mercato. “Non devono essere gli utenti a dimostrare che i loro diritti sono stati violati, ma le piattaforme a dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie per rendere i propri servizi sicuri, soprattutto quando sono utilizzati dai minori”, ha affermato.






