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Dl liberalizzazioni. Lannutti: “Che fine ha fatto il taglio degli stipendi, per i dirigenti dei Monopoli?”

In: Politica

9 febbraio 2012 - 11:12


lannutti

(Jamma) “Il Governo intende approfondire quanto riferito dalla stampa ed in particolare che i Monopoli e le Agenzie fiscali potranno assumere manager pagandoli di più o anche aumentare lo stipendio a chi è già in carica utilizzando il rinnovo del contratto o il cambio di poltrona e se risulti che sia previsto a breve un cospicuo valzer di nomine proprio alle Agenzie fiscali e ai Monopoli di Stato?”. A chiederlo il senatore dell’Italia dei Valori, Elio Lannutti in una interpellanza presentata ieri al Senato.

 

“Il cosiddetto decreto liberalizzazioni, – ha spiegato Lannutti – decreto-legge n. 1 del 2012, al comma 6 dell’articolo 35 stabilisce: “Al fine di assicurare alle agenzie fiscali e ai Monopoli di Stato la massima flessibilità organizzativa, le stesse possono derogare a quanto previsto dall’articolo 9, comma 2, ultimo periodo del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78”;

un articolo de “il Fatto Quotidiano” del 2 febbraio 2012 analizza la norma ritenendo che nel testo introdotto dal Governo Monti detto comma permetterà di aggirare i tagli ai salari dei manager;

si legge nell’articolo citato: «La sostanza, però, è semplice: è una deroga a quanto stabilito da una legge, in particolare da una delle manovre del duo Berlusconi-Tremonti. Cosa c’è scritto? All’inizio dell’articolo in questione (che resta in vigore) si istituisce il contributo di solidarietà del 5 % e 10 % per gli statali che guadagnino più di 90 e 150 mila euro, all’ultimo periodo (quello che potrà essere aggirato) si dice i nuovi contratti dei superdirigenti della P. A. non possano costare di più rispetto a quelli già in vigore. Insomma, col dl liberalizzazioni, ai Monopoli e alle Agenzie fiscali (Entrate, Demanio, Territorio e Dogane) potranno assumere della gente pagandola più di quanto si faccia ora o anche aumentare lo stipendio a chi è già in carica, basterà rinnovargli il contratto: l’unica raccomandazione è che il surplus venga pagato coi soldi dell’amministrazione, magari col fondo con cui si dovrebbero pagare i premi di risultato o simili. Bizzarra disposizione, soprattutto se si tiene conto del fatto che il governo ha appena inviato alle Camere il decreto legislativo con cui fissa un tetto alla retribuzione per i manager di ministeri, Autority e Agenzie pubbliche: senza entrare nel tecnico, il massimo sarà 305 mila euro, senza deroghe farlocche per rimborsi spese, consulenze in altre amministrazioni e via aggirando (esiste, però, la possibilità di “deroghe motivate per le posizioni apicali”, anche se Monti ha fatto sapere informalmente che non intende avvalersene). E allora perché questa normetta ad hoc nel decreto liberalizzazioni? Forse la risposta sta nel fatto – confermato al Fatto quotidiano da diverse fonti informate – che è previsto a breve un cospicuo valzer di poltrone proprio alle Agenzie fiscali e ai Monopoli di Stato. Certo, si potrebbe sostenere che questa scelta riguarda la “flessibilità organizzativa” invocata dalla norma oppure la possibilità di attrarre in uffici così rilevanti talenti che altrimenti sceglierebbero di guadagnare di più nel privato, ma – al di là del sospetto che si sappia già per chi si è scritta la legge – certo la cosa stride in un paese che ha appena stabilito che non adeguerà all’inflazione le pensioni da 1.300 euro. Cosa può succedere? Prima di spiegare, un’avvertenza: faremo esempi con nomi e cognomi, ma solo per farci capire. Se, per ipotesi, il premier / ministro Monti decidesse che l’avventura di Giuseppe Puleggi alla direzione generale dell’Agenzia delle Dogane è arrivata al termine, potrebbe pagare il suo successore più degli attuali 181 mila euro. Lo stesso Puleggi potrebbe andare a sostituire Gabriella Alemanno all’Agenzia del Territorio e beccarsi i 300 mila della sorella del sindaco di Roma. Ma non di soli capi viva la P. A., ci sono anche i direttori generali: volendo – giova ripetere: è solo un esercizio teorico – il governo potrebbe rinnovare il contratto al capo della Direzione centrale Catasto e cartografia (Franco Maggio) dandogli 300 mila euro invece degli attuali 211 mila. O ancora: se Monti volesse un nuovo direttore delle Accise ai Monopoli potrebbe fargli guadagnare più dei 186 mila euro che oggi percepisce Diego Rispoli, mentre non ci sarà niente da fare per il direttore generale Raffaele Ferrara, che già sfonda il tetto della bellezza di 170 mila euro. Il problema vero, alla fine, è che – come non smette di ricordare l’ex sottosegretario all’Economia Guido Crosetto (PdL) – “le manovre non le scrivono mica i ministri, le scrivono i capi di gabinetto”. Per questo c’è sempre un comma che non torna sui dirigenti della Pubblica amministrazione»”.

“In un momento come quello attuale, .- ha spiegato il senatore – nel pieno di una crisi economica epocale in cui tutte le amministrazioni pubbliche sono chiamate ad una riduzione delle spese, in Italia non si sentiva proprio il bisogno di certe notizie, per cui i Monopoli e alle Agenzie fiscali possono sentenziare sugli aumenti degli stipendi dei manager”.

Per questo “si chiede di sapere se il Governo intenda approfondire, per gli aspetti di propria competenza, con doverosi riscontri ed ispezioni, quanto riferito dalla stampa ed in particolare che i Monopoli e le Agenzie fiscali potranno assumere manager pagandoli di più o anche aumentare lo stipendio a chi è già in carica utilizzando il rinnovo del contratto o il cambio di poltrona e se risulti che sia previsto a breve un cospicuo valzer di nomine proprio alle Agenzie fiscali e ai Monopoli di Stato;

come si sposi la ratio del comma 6 dell’art. 35 del decreto liberalizzazioni con quella dello schema di decreto legislativo, all’esame del Parlamento, con cui il Governo fissa un tetto alla retribuzione per i manager di Ministeri, Authority e agenzie pubbliche;

se non intenda promuovere una revisione della disposizione in questione considerato che non vi è ragione per cui da una parte, vista la difficoltà economica che il Paese sta attraversando, viene varata una manovra che chiede pesanti sacrifici ai cittadini comuni incidendo sul loro potere di acquisto e dall’altra con un decreto si “liberalizzano” gli stipendi di alti dirigenti della pubblica amministrazione”.

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