Alla Camera torna al centro del dibattito la crisi del calcio italiano, tra richieste di chiarimenti al Governo, accuse trasversali e nodi irrisolti che intrecciano governance sportiva, sostenibilità economica e rapporto con il mondo delle scommesse. A riaccendere i riflettori è stato l’intervento del deputato di Fratelli d’Italia Salvatore Caiata, che ha chiesto un’informativa urgente del ministro per lo Sport Andrea Abodi alla luce delle ultime vicende che stanno coinvolgendo il sistema calcistico.
Il riferimento è anche all’indagine che, nelle stesse ore, ha raggiunto il designatore arbitrale Gianluca Rocchi. Un passaggio che Caiata ha voluto subito circoscrivere, rivendicando un approccio garantista e distinguendo nettamente tra avviso di garanzia e responsabilità accertata. Ma, al di là del singolo episodio, il punto politico sollevato riguarda la tenuta complessiva del sistema. Secondo il deputato, i ripetuti fallimenti – sportivi, gestionali e societari – raccontano di un modello che continua a difendersi e a chiudersi, senza affrontare fino in fondo le proprie criticità.
Nel suo intervento, Caiata ha cercato di sgomberare il campo da possibili equivoci: nessuna volontà di invasione da parte della politica né tantomeno di commissariamento. Piuttosto, ha insistito sulla necessità di alzare il livello dell’analisi e aprire una riflessione più ampia sul futuro del calcio italiano, chiamato a ritrovare credibilità e sostenibilità.
Una linea che ha trovato una sponda, almeno sul piano della diagnosi, nelle parole di Mauro Berruto del Partito Democratico. Anche dai banchi dell’opposizione è arrivata una lettura severa dello stato del calcio nazionale, descritto come in una fase di “degrado” sotto il profilo morale, economico e dei risultati. Tuttavia, la convergenza si ferma qui. Berruto ha infatti marcato una distanza netta su uno dei temi più delicati emersi negli ultimi mesi: l’ipotesi di destinare al calcio una quota dei proventi delle scommesse.
Su questo punto, il PD ribadisce un no deciso. L’idea che i bilanci delle società possano essere sostenuti attraverso risorse legate al gioco viene respinta per ragioni etiche e sociali. Il rischio evocato è quello di un cortocircuito in cui la crescita della ludopatia finirebbe, indirettamente, per alimentare il sistema calcistico, senza garanzie su come quei fondi verrebbero effettivamente utilizzati.
Si tratta di un’ipotesi che circola da tempo nel confronto tra istituzioni e operatori del settore e che, come emerso anche da analisi e contributi pubblicati su Jamma, viene presentata da alcuni come uno strumento per ridare ossigeno a un sistema in difficoltà strutturale. L’idea di fondo è quella di creare un flusso stabile di risorse da destinare al calcio – in particolare ai vivai, alle infrastrutture e alla sostenibilità delle società – collegandolo a un comparto, quello delle scommesse sportive, che proprio sul calcio costruisce gran parte della propria offerta.
Ma è una proposta che solleva più di una criticità. Da un lato c’è il tema, più volte evidenziato anche nel dibattito parlamentare, del rischio di legare in modo ancora più stretto il destino economico del calcio ai volumi di gioco, in un contesto già segnato da forti preoccupazioni sul piano sociale. Dall’altro lato, come sottolineato in diversi approfondimenti di settore, resta aperta la questione tecnica: su quale base applicare il prelievo, come evitare distorsioni competitive tra operatori e, soprattutto, come garantire che le risorse vengano effettivamente destinate a obiettivi di sistema e non a coprire inefficienze gestionali.
Non meno rilevante è il nodo regolatorio. Un intervento di questo tipo richiederebbe un equilibrio delicato tra esigenze di finanza pubblica, tutela del mercato regolato e compatibilità con il quadro europeo, evitando di scaricare nuovi oneri su un comparto già fortemente tassato. Anche per questo, nel settore si guarda con cautela all’ipotesi del “2 per cento”, considerata da alcuni una soluzione semplice solo sulla carta, ma complessa da attuare senza effetti collaterali.
Più articolata la posizione del Movimento 5 Stelle, che con Gaetano Amato ha espresso adesione alla richiesta di un’informativa urgente, ma non ha rinunciato a sottolineare le responsabilità politiche accumulate nel tempo. Il riferimento è a una proposta di legge per l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sul calcio, presentata oltre un anno fa e rimasta finora senza seguito. Un’occasione mancata, secondo il M5S, che avrebbe potuto offrire strumenti più incisivi per affrontare le criticità del settore.
Anche sul fronte delle sponsorizzazioni legate alle scommesse, i pentastellati rivendicano una posizione di coerenza, ricordando le battaglie contro il ritorno dei marchi del betting sulle maglie delle squadre. Un tema che resta centrale nel dibattito e che si intreccia con le prospettive di riforma.
Il primo e appena abbozzato passaggio in Aula conferma che la questione è ormai pienamente politica. Se da un lato c’è chi vede nel contributo delle scommesse una possibile leva per sostenere il calcio italiano, dall’altro cresce la resistenza di chi teme un modello in cui l’equilibrio economico dello sport finisca per dipendere, in modo strutturale, dall’espansione del gioco.







