L’Associazione Bancaria Italiana torna davanti alla Commissione Finanze del Senato per esprimere le proprie riserve sul disegno di legge n. 1937, uno dei provvedimenti all’esame insieme ai ddl 763 e 1595 in materia di conti correnti. Un’audizione che assume particolare interesse anche per il comparto del gioco pubblico, da anni alle prese con il fenomeno della cosiddetta “de-risking”, ovvero il rifiuto o la chiusura dei rapporti bancari nei confronti di imprese che operano in un settore pienamente autorizzato dallo Stato e, in alcuni casi, persino dei loro dipendenti. Una problematica più volte documentata da Jamma attraverso le testimonianze di concessionari, gestori e lavoratori che si sono visti negare l’apertura di un conto corrente o subire la chiusura improvvisa del rapporto bancario senza motivazioni facilmente comprensibili.
L’ABI ricorda di essersi già espressa sul tema in precedenti audizioni parlamentari e ribadisce la propria contrarietà all’introduzione di un obbligo generalizzato per le banche di aprire o mantenere un conto corrente a chiunque ne faccia richiesta. Secondo l’associazione, i casi di diniego o di chiusura dei rapporti non rappresenterebbero un fenomeno generalizzato, ma sarebbero riconducibili a specifiche valutazioni legate alla normativa antiriciclaggio e antiterrorismo che gli istituti di credito sono tenuti a rispettare.
Proprio questo passaggio richiama una questione ben nota agli operatori del gioco legale. Negli ultimi anni il comparto ha denunciato numerosi episodi di esclusione dal sistema bancario, pur trattandosi di imprese concessionarie dello Stato sottoposte a controlli continui da parte dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e agli obblighi previsti dalla disciplina antiriciclaggio. In alcuni casi, come più volte raccontato da Jamma, le difficoltà non hanno riguardato soltanto le aziende, ma anche i lavoratori impiegati nel settore, ai quali sarebbe stata negata l’apertura di conti correnti o di servizi finanziari esclusivamente per l’attività lavorativa svolta.
ABI affronta esplicitamente anche il tema del “de-risking”. L’associazione sostiene che il quadro normativo nazionale ed europeo abbia sempre privilegiato un approccio basato sulla valutazione individuale del rischio, senza imporre soluzioni generalizzate. Gli intermediari finanziari, ricorda, devono adottare procedure che consentano di valutare il rischio effettivo di ogni singolo rapporto e motivare eventuali decisioni di rifiuto o cessazione del rapporto, piuttosto che applicare esclusioni automatiche riferite a interi comparti economici.
Secondo ABI, imporre alle banche un obbligo generalizzato di aprire conti correnti attribuirebbe all’attività bancaria una funzione pubblicistica incompatibile con la natura d’impresa riconosciuta dal Testo Unico Bancario e dalla normativa europea. Inoltre, un simile obbligo potrebbe entrare in tensione con il principio della libertà d’iniziativa economica sancito dall’articolo 41 della Costituzione, limitando la possibilità per gli istituti di effettuare autonome valutazioni sul rischio dei singoli clienti.
La memoria evidenzia anche un altro aspetto delicato: il disegno di legge limita le ipotesi nelle quali una banca potrebbe rifiutare l’apertura di un conto o recedere dal rapporto sostanzialmente ai casi collegati alla normativa antiriciclaggio e al contrasto del finanziamento del terrorismo. ABI osserva che una motivazione più dettagliata dei dinieghi potrebbe perfino compromettere l’efficacia delle attività di prevenzione, richiamando il divieto previsto dalla normativa antiriciclaggio di informare il cliente dell’eventuale segnalazione di operazioni sospette.
Viene inoltre ricordata l’iniziativa promossa dalla stessa ABI attraverso un vademecum condiviso con una primaria associazione dei consumatori, che avrebbe contribuito a ridurre il numero dei reclami in materia di rapporti bancari e che potrebbe essere estesa anche ad altri comparti economici.
L’audizione, pur non facendo alcun riferimento diretto al settore del gioco pubblico, si inserisce quindi in un dibattito che interessa da vicino l’industria del gaming regolamentato. Da anni gli operatori chiedono che venga superata quella che definiscono una discriminazione bancaria nei confronti di imprese autorizzate dallo Stato, sottolineando come l’esclusione dai servizi finanziari rappresenti un ostacolo all’operatività quotidiana e finisca per colpire un comparto che, oltre a essere sottoposto a rigorosi controlli di compliance, contribuisce in maniera significativa al gettito fiscale nazionale.
Il confronto parlamentare sui disegni di legge in materia di conto corrente riapre indirettamente anche la discussione sul rapporto tra sistema bancario e settori considerati “ad alto rischio”. Tra questi, il gioco pubblico continua a rappresentare uno dei casi più emblematici, con imprese e lavoratori che attendono da tempo una soluzione capace di coniugare le esigenze di prevenzione del riciclaggio con il principio di non discriminazione nei confronti di attività economiche pienamente legali e regolamentate.







