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Capezzone (FI), Lettera aperta a Renzi su Delega Fiscale: alcuni punti per fare chiarezza

In: Politica

7 gennaio 2015 - 15:13


daniele_capezzone

(Jamma) “Le scrivo a titolo assolutamente personale, e in modo pubblico e trasparente. Lo faccio non nella mia veste istituzionale di Presidente di Commissione, ma, al di là delle appartenenze di maggioranza o di minoranza (nel mio caso, di minoranza), come il parlamentare che è stato relatore alla Camera della legge delega fiscale, oltre che, com’è noto, l’estensore e il proponente delle sue parti più innovative e liberali”. Così scrive l’onorevole Daniele Capezzone in una lottera indirizzata al Premier Renzi.

“A onor del vero, per lunghi mesi, in questa legislatura, la fatica della ricostruzione della delega fiscale e del suo cammino parlamentare è ricaduta su poche spalle: le mie, quelle del Capogruppo del Pd in Commissione Causi (che per primo aveva ridepositato una proposta in questa legislatura), quelle del viceministro Casero, quelle del dottor Ceriani per il Mef, e al Senato quelle del Presidente Marino. In un confronto tra culture politiche e sensibilità molto diverse, è venuto fuori un risultato positivo e perfino sorprendente, con una netta impostazione pro-contribuenti, e con un largo sostegno parlamentare (senza voti contrari). E la legge è andata in Gazzetta Ufficiale più o meno nei giorni in cui si costituiva il Suo Governo, che si è così trovato a beneficiare di un’occasione costruita in Parlamento nei mesi precedenti. E mi lasci dire che non è bello che da parte del Governo non ci sia mai stato un pubblico riconoscimento nei confronti di chi, dalla minoranza, aveva e ha lavorato a questo risultato nell’interesse del Paese.

In questi giorni di canea, tra varie e opposte strumentalizzazioni, ho scelto esplicitamente di non partecipare ad alcuna polemica. Proprio i parlamentari del Pd della Commissione Finanze sono i primi testimoni, semmai, insieme a tutti gli altri (maggioranza e opposizione), di come in questo anno e mezzo io abbia agito in modo mai fazioso e sempre propositivo, mettendo in campo soluzioni poi condivise largamente, a partire da una storica riforma di Equitalia (impignorabilità della prima casa e dei beni aziendali, e così via).

Da liberale, sono convinto che la materia fiscale sia il punto centrale delle distinzioni politiche, tra liberali e non, tra fautori di uno Stato minimo e sostenitori di un più vasto intervento della mano pubblica. Per questo, nel mio piccolissimo, ho cercato sempre di agire su due binari: da un lato, conducendo le mie battaglie liberali, spesso purtroppo minoritarie in Commissione; dall’altro, costruendo comunque occasioni (agendo in questo caso sull’architettura fiscale più che sul “quantum” di ogni imposta) di collaborazione. La delega fiscale rientra in questa seconda categoria.

Ecco perché, con serenità, ritengo che da parte Sua ci siano stati alcuni gravi errori. Il primo è stato quello di non avere colto il valore strategico della delega. In dieci mesi, il suo Governo, prima del quarto contestato decreto delegato, aveva prodotto solo tre decreti, in buona misura deludenti. Perché questa non-azione, perché questa occasione sprecata? Lei ha (giustamente, al di là di ogni opinione sul merito) sollecitato la rapida approvazione di una legge delega sul lavoro, e per dieci mesi si è dimenticato di avere già pronta una legge delega fiscale?

Le pongo dunque alcune questioni precise:

La invito a riprendere il meccanismo informale ma di grande buon senso, che era stato politicamente accettato dal Suo Governo e che era stato rispettato per i primi tre decreti, fornendo così a tutti garanzie di assoluta trasparenza, della consultazione preventiva delle Commissioni Finanze di Senato e Camera, venuta meno in occasione del quarto decreto. La migliore garanzia per tutti, sul piano metodologico, è che l’intero iter sia “visibile” e “tracciabile”: c’è la legge delega come binario certo; poi il Governo espone informalmente alle Commissioni i punti che intende affrontare materia per materia; poi il Governo vara lo schema di decreto; poi, come la legge prevede, ci sono i pareri delle Commissioni; e infine c’è il varo finale del decreto da parte dell’Esecutivo.
Le ricordo che il provvedimento alla cui attuazione il Suo Governo è chiamato deriva da una legge votata a larghissima maggioranza, e alla quale il Suo Governo è dunque chiamato a dare seguito rispettando in modo scrupoloso i principi e i criteri direttivi della delega.
Non si renda responsabile, dopo il recente infortunio, di un’operazione boomerang. Qualunque sia l’opinione di ciascuno sui fatti del 24 dicembre, e – per quanto mi riguarda – perfino a prescindere da essi, sarebbe paradossale se ora, sull’uno o sull’altro tema della delega, il conto venisse pagato da tutti i contribuenti, con un arretramento nei futuri decreti rispetto a ciò che la delega prevede. Va evitato certamente l’”eccesso di delega”, ma il suo opposto sarebbe ancora peggiore.
Le chiedo di rendere noto l’elenco dei decreti che il Suo Governo intende varare: sarebbe infatti un grave errore se il Governo pensasse di selezionare solo alcuni temi, rinunciando all’intero elenco delle questioni poste nella delega.
La invito a indicare un cronoprogramma preciso. Non c’è motivo di attendere fino al 20 febbraio (perché perdere altri 40 giorni per fare o non fare alcune correzioni?), né si può pensare, poi, all’ultimo momento, di intasare la Commissione con più decreti, rendendone più difficile un esame accurato e minuzioso.
Per questo, Le chiedo di far sapere alla Commissione e al Parlamento se il Governo intenda avvalersi delle proposte di proroga della delega che sono state presentate, da me per primo, e poi da colleghi di altri Gruppi, affinché un serio lavoro parlamentare non venga sciupato.

Tengo tutto ciò distinto dalle mie valutazioni politiche generali e dal mio giudizio sull’azione economica del Governo, che reputo gravemente inadeguata. Ma non è questa la sede per una simile discussione, che riguarderebbe retrospettivamente non solo il Suo Governo. Sto e resto al punto”.

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