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Ravà: ‘Nessuno pensava ad un casinò come ad un’azienda’

In: Casinò, Cronache, Personaggi

10 agosto 2012 - 10:04


casinòveneziacanoghera

(Jamma) In cinque anni di crisi economica generale, il volume d’affari della sola casa da gioco veneziana è sceso del 40%, del 20% solo nell’ultimo anno. Gli incassi sono fermi a 12 milioni al mese e la prospettiva non è a salire. Il presidente di Federgioco, Luca Frigerio, è sceso a Roma dal vice ministro del Lavoro Michel Martone a dirgli che così non si può andare avanti. Il rappresentante dei casinò d’Italia (Campione, Saint-Vincent, Sanremo e Venezia) ha spiegato al Governo che, per chi siede ad un tavolo verde con la benedizione dello Stato, il contante non è solo un mezzo di pagamento, ma soprattutto «un elemento caratteristico del gioco». Levarglielo significa togliergli in piacere.

Le nuove norme sull’uso del denaro (1000 euro al massimo) hanno fatto scappare i giocatori su lidi più agevoli (Porto Rose, Nuova Gorica, Austria dappertutto), altri hanno smesso di giocare. Meno gioco, meno soldi che entrano nella casse dello Stato e in quelle comunali (Venezia è socia di Ca’ Vendramin Calergi). Federgioco ha quindi chiesto al governo di essere messa a livello della concorrenza europea. L’Austria non ha limiti di contante, così come la Svizzera e la Francia, in Slovenia il massimale è di 15mila euro, da noi 1000, praticamente siamo al rubamazzetto. «Era ora – si sfoga l’amministratore delegato di Ca’ Vendramin Calergi Vittorio Ravà – fino a ieri non si poteva neanche dire che i casinò sono in crisi; lo siamo, noi come il settore automobilistico, il tessile e l’edile. È finita un’epoca, ne è arrivata un’altra, quella dell’incertezza e della consapevolezza. Gestiamo una decrescita controllata in un quadro di efficienza. Si vende un prodotto, ci sono le entrate e i costi. Le amministrazioni pubbliche e persino i nostri dipendenti credevano di vivere in un mondo a parte, inattaccabile dalla realtà esterna. Non è così. Qui come fuori fissiamo i budget, facciamo proiezioni e calcoliamo stime. Possiamo operare solo sui costi, il che significa aumento della produttività, più ore di lavoro in un settore con il più alto tasso di assenteismo del personale. Perché si chiederà? Per lo stesso motivo per cui nessuno pensava ad un casinò come ad un’azienda. Lo stesso motivo per cui le amministrazioni comunali confidano in dividendi eterni e il personale si sente libero da ogni controllo sociale. Ma non è così».

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