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L’una tantum sulle slot? Non servirebbe a nulla

In: Personaggi

20 gennaio 2014 - 17:14


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(Jamma) – Una una tantum sulle slot machine al posto della mini-Imu? «Non ha senso: perché ricorrere a una una tantum che non risolve niente, quando c’è la possibilità di normare in modo diverso tutto il sistema?». In un articolo pubblicato sulla Gazzetta di Parma parla Francesco Gatti, imprenditore parmigiano socio di Bakoo spa, una delle dieci aziende italiane autorizzate dai Monopoli di Stato alla produzione di software e schede elettroniche per macchine da gioco.

Gatti non condivide la proposta avanzata di recente dai sindaci emiliano romagnoli (fra cui anche quello di Parma) sul prelievo aggiuntivo una tantum, ma si dice d’accordo sulla possibilità che gli enti locali trattengano una quota dei proventi delle macchinette. «I sindaci – spiega – dovrebbero chiedere allo Stato di rinunciare a una parte della percentuale che gli spetta, in favore dei Comuni, ad esempio un 1,5-2%: in questo modo ci sarebbero fondi per eliminare ben più dell’Imu». Gatti ricorda che in tutta la grande partita del gioco d’azzardo è proprio lo Stato a fare la parte del leone, guadagnando le somme di gran lunga più elevate. Il meccanismo è presto detto. Su 100 euro che entrano in una macchinetta, lo Stato ne incassa subito 13: si chiama prelievo erariale unico, «qualcosa che esiste solo in Italia ». I restanti 87 sono così suddivisi: 2 vanno a Monopoli di Stato e gestori di rete (Lottomatica, Sisal, Snai e altri, che connettono le macchine ai Monopoli), 74 tornano ai giocatori come vincite, mentre i restanti 11 se li dividono in parti uguali gestori dei locali e gestori delle macchinette, quindi 5,5 a testa, che ovviamente vengono tassati, mediamente al 33%, con la conseguenza che la quota spettante a ciascuna delle due categorie scende a circa 3,5 euro ogni 100 giocati. «Con quei soldi i bar riescono a pagare mediamente l’equivalente dell’affitto del locale, o dello stipendio di un dipendente », ricorda Gatti. Come dire: non è certo con i soldi dei giochi che i baristi si arricchiscono. E quando sente qualcuno proporre di abolire il gioco, fa notare: «In tutti i Paesi d’Europa, salvo qualche rara eccezione, esistono macchine del tutto simili a quelle che ci sono da noi, in numero simile, così come simile è il costo medio di una partita e la tassazione applicata. Bisogna decidere – osserva – se in Italia si vuole mantenere il gioco legalizzato e regolamentato, oppure se si vuole percorrere la strada della Grecia, dove qualche anno fa sono state eliminate tutte le macchine da gioco, salvo poi reintrodurle perché la criminalità aveva preso il sopravvento: il giocatore, anziché usare macchine che pagavano le tasse allo Stato, usava macchine che non pagavano tasse». E non è solo questione di tasse, ma spesso anche di sopravvivenza di molte aziende: «Se leviamo le macchine legali in Italia, il 35% dei bar svanisce – sottolinea -, e con essi anche migliaia di posti di lavoro». Certo, c’è la questione della ludopatia, ovvero il gioco patologico, autentica piaga per non poche famiglie. «Noi siamo i primi a sostenere l’importanza di arrivare alla non pericolosità sociale del gioco», mette in chiaro Gatti. Non gli piace chi demonizza il gioco: «In Italia gli operatori operano in piena legalità e nonostante questo vengono attaccati: ma quello che fanno non è altro che riscuotere per conto dello Stato. Insomma, i gestori sono esposti e sembrano gli unici responsabili, mentre lo Stato non appare mai e non è responsabile. Io, però, credo che questa responsabilità dello Stato debba esserci». Ma certi sindaci vorrebbero togliere le macchinette. «Sono macchine che è lo Stato a consentire che vengano utilizzate», dice. Ma soprattutto, spiega Gatti, lo Stato ha già ora gli strumenti per limitare l’abuso del gioco, e altri strumenti potrebbe introdurli ma non lo fa. «Nessuno lo sa – spiega – ma i Monopoli possono, in qualsiasi momento, interrompere il gioco per un determinato lasso di tempo in tutte le macchinette d’Italia; oppure possono far comparire sui monitor, durante il gioco, dei messaggi contro il gioco patologico». Questo, se fatto periodicamente, sarebbe utile per spezzare quella compulsività del gioco che in alcuni casi fa sì che qualcuno non riesca a fermarsi e spenda più del dovuto: «Un brusco stop può far acquisire consapevolezza di quello che si sta facendo». Ebbene, come spiega Gatti, «questa possibilità di bloccare le macchine o di far comparire dei messaggi, che proprio i Monopoli hanno voluto, non è mai stata usata». Il motivo? Semplice: se lo fa, lo Stato incassa meno. Non solo. Gatti spiega che qualche anno fa la sua azienda è stata premiata per aver creato un sistema che riconosce le situazioni di gioco compulsivo, rallentando automaticamente il ritmo delle giocate: «L’abbiamo proposto ai Monopoli, ma non se n’è fatto nulla». Altri accorgimenti possono essere introdotti molto facilmente, come ad esempio la perdita massima oraria: se si supera una certa soglia, automaticamente viene inibito il gioco. «Ma noi non possiamo introdurre nessun nuovo sistema se non sono i Monopoli a chiedercelo, perché le specifiche per queste macchine le stabiliscono loro». E aggiunge: «Penso che i sindaci e i partiti dovrebbero imporsi e chiedere che gli strumenti che ci sono già vengano finalmente utilizzati». Insomma, Gatti chiede che chi si occupa di questo settore non venga demonizzato, che anche lo Stato sia più responsabile e faccia la propria parte e soprattutto che si apra un confronto fra tutte le parti in causa. «Noi siamo disponibili al dialogo con chiunque e a spiegare a tutti come stanno le cose. Mi piacerebbe poter incontrare il sindaco di Parma per parlare con lui di questi temi ed elaborare insieme delle soluzioni. Ne potrebbe nascere un’ef – ficace collaborazione».!

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