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Giochi e scommesse. Un cambiamento che assicura più introiti per lo Stato, più garanzia e sicurezza per gli onesti interessati

In: Mercato, Personaggi

3 aprile 2012 - 17:21


di Lucio Ghia

 

(Jamma) Sull’interessante settore rappresentato dall’enorme bacino d’utenza dei giochi e delle scommesse in Italia sembrano addensarsi nubi di vario genere, in questi ultimi tempi. È un settore organizzato, presidiato, e regolamentato dall’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato che, rimasta orfana dei secolari Sali e Tabacchi, ha concentrato, negli anni, le migliori energie, risorse, mezzi e organizzazione proprio nella regolamentazione e nel controllo del gioco e delle scommesse legali. Come si legge su ‘Specchio economico’, in realtà negli anni precedenti al 2002 i giochi e le scommesse già prosperavano in Italia, ma l’area legale appariva ristretta al totocalcio, totip, toto bingol, quei giochi che caratterizzavano il mondo sportivo in particolare il calcio e le corse dei cavalli, nonché al lotto ed all’enalotto. Mentre si avvertiva l’esistenza di un’area sottratta pressoché totalmente al controllo dello Stato, e quindi ai principi di legalità, sicurezza e fiscalità; si coglievano allarmanti segnali per la dimensione, la raccolta, il numero di giocatori, gli effetti socio/economici indotti. Infatti i giochi ufficiali raccoglievano nel 1999 solo 17 miliardi di euro circa.
Ai Monopoli di Stato e ai suoi dirigenti va il merito di essere riusciti, nel breve periodo dal 2003 al 2008, a fare emergere la vastità degli interessi che ruotavano intorno a questo settore, e ad attirare le attenzioni del legislatore sulle necessità regolamentari connesse. Ottenuto l’impianto legislativo necessario, sono state individuate con gare pubbliche europee le concessionarie dei servizi giochi e scommesse, superando le non poche difficoltà e i ricorsi al TAR, propri di un iter impervio, reso difficilissimo dalla vastità degli interessi in gioco, giungendo a controllare gradualmente il settore e sottraendolo ad ogni sorta di interessi privati, spesso confinanti con la criminalità organizzata.
Questa lunga marcia, compiuta dai Monopoli e da concessionarie quali Lottomatica, Sisal, Snai ed altre, ha dato risultati sorprendenti: i volumi di raccolta sono passati da 17,5 miliardi di euro del 1998 a 76,7 miliardi del 2011. La raccolta del gioco del 2011 ha generato un gettito erariale pari a 9,2 miliardi; questo sforzo, però, non è stato indolore e non può considerarsi concluso. Infatti, i molteplici interessi ostili o contrapposti di coloro che si sono visti sottrarre una «torta» così attraente, sono ancora ben presenti ed attivi. Secondo un sondaggio del Censis, la quota di giochi illegale può essere stimata oltre il 30 per cento di quanto giocato legalmente; il che significa circa 25 miliardi di euro che ancora sfuggirebbero a qualunque contabilizzazione e fiscalizzazione. Secondo altre stime, il volume di gioco sommerso o illegale sarebbe equivalente al gioco legale. Le colossali scommesse organizzate prevalentemente dall’estero (Hong-Kong, Singapore, Seul) che spesso hanno come protagoniste di queste vicende nostre squadre di calcio, costituiscono una dimostrazione. Telematicamente, con l’aiuto della moneta elettronica vengono raccolte somme enormi per scommesse che riguardano competizioni di scarso valore sportivo, ma evidentemente di grande fascino perché consentono, in teoria, vincite stratosferiche. Verrebbe il sospetto di particolari previsioni del risultato. Ma purtroppo brogli e incontri truccati fanno parte della patologia dello Sport e vanno senz’altro combattuti nella legalità.
È evidente che il giocatore, specialmente quello più sprovveduto o bisognoso, allettato da percentuali di vincita siderali, scommette e la sua rappresenta la «scommessa della vita». Ma quali garanzie ha questo giocatore di venire effettivamente pagato nella misura promessagli? E quali garanzie ha lo Stato di riscuotere la parte di tasse dovute in relazione a quelle scommesse che pure riguardano attività che si svolgono sul proprio territorio? Nessuna. E quali pressioni può subire il giocatore che non riesca a pagare (ovviamente in giochi illegali) la giocata che ha effettuato? Ancora, quali collegamenti con la finanza «alternativa» (strozzinaggio) possono allignare sotto queste giocate organizzate e gestite da realtà vicine alla criminalità organizzata? Ebbene sono interrogativi che il gioco legale risolve. Vi sono risposte istituzionali: la Guardia di Finanza nei pressi delle sale in cui sono situate le macchine per i giochi (videopoker) controlla anche che non vi si svolga attività finanziaria illegittima; la polizia e i carabinieri possono intervenire contro indebite o illecite pressioni e tutelare i minori di 18 anni, ai quali questi giochi sono vietati.
Il ripristino delle legalità rappresenta, quindi, un’attività del tutto meritoria. Lo Stato ne assicura la regolarità legale attraverso complessi sistemi informatici in grado di monitorare costantemente la raccolta e l’andamento delle scommesse sui singoli eventi, sospendendoli automaticamente nel caso in cui il «totalizzatore» rilevi anomalie nelle puntate o ingiustificate concentrazioni.
Sul piano più sostanziale e regolamentare, gli apparecchi da intrattenimento e divertimento sono concepiti per garantire una percentuale fissa di vincite su un numero predeterminato di giocate e il 77 per cento della raccolta viene distribuito tra i vincitori, mentre il residuo 23 per cento, vede quali destinatari il fisco per il 13 per cento circa, e per circa il 10 per cento concessionari, distributori, gestori di sale giochi, ovvero la «filiera» dei giochi legali.
Eppure, non mancano i «censori» della presenza dello Stato e dell’attività svolta dai Monopoli nel settore. Non si può attribuire ad esso l’origine del gioco, né la spinta verso il gioco che risiedono nell’animo umano, e si perdono nella notte dei tempi. Oggi parte dei risultati fiscali di queste pulsioni ludiche e della loro funzione di intrattenimento, è indirizzata a scopi meritori, consentendo il restauro di monumenti e numerose realizzazioni di carattere sociale. E non si tratta dell’unico caso di impiego virtuoso dei proventi del gioco e delle scommesse.
In Cina il settore viene chiamato a svolgere anche una funzione nella lotta all’evasione fiscale. Negli esercizi commerciali i clienti vengono incentivati a chiedere la ricevuta fiscale, proprio facendo leva sulla loro propensione al gioco. Infatti, in tale documento è incorporato (in alto a destra) un «gratta e vinci», d’importo tale  

da riservare belle sorprese per chi vinca. I cinesi, grandi giocatori, contribuiscono così all’emersione del commercio «in nero».
Ma non solo la criminalità organizzata e gli interessi contigui costituiscono i nemici principali del gioco legale, lo sono anche i concorrenti europei (spagnoli, francesi, ma particolarmente inglesi, molto evoluti anche per le antiche tradizioni che il gioco vanta nel loro Paese) che guardano con interesse al mercato italiano e alle sue potenzialità. Questi concorrenti prima hanno cercato di scardinare il nostro «sistema del gioco legale» con numerosi ricorsi alla Giustizia amministrativa italiana e all’Unione Europea, sostenendo che la libertà di insediamento, la libera concorrenza e la libertà dei mercati imponevano l’eliminazione del monopolio dello Stato su questo settore e la sua privatizzazione. Il cardine basato sull’interesse pubblico, e quindi sulle necessità di assicurare una regolamentazione pubblicistica e non privatistica di un’area delicata e socialmente sensibile e di monitorare e controllare il settore attraverso osservatori e strumenti istituzionali, affinché risultasse rispettato l’ordine pubblico, finora ha retto. Infatti, i concessionari in Italia sono italiani per oltre il 70 per cento, mentre il 30 per cento del mercato risulta diviso tra inglesi e spagnoli.
Questa marcia verso la legalità e la maggiore sicurezza del gioco in Italia costituiscono un impegno difficile da assolvere e un’operazione complessa, che esigono uno sforzo comune e contemporaneo di tutti gli addetti ai lavori. Va seguito con attenzione quanto abbiamo letto sui quotidiani di una pesante condanna della Corte dei Conti regionale, per un ammontare complessivo assai rilevante (centinaia di milioni di euro) nei confronti dei dirigenti dei Monopoli e dei concessionari pionieri della ricostituzione del mercato legale dei giochi, in precedenza sottratto al controllo dello Stato, conseguendo risultati inimmaginabili. La sentenza è d’importo tanto rilevante da mettere in pericolo la stessa sopravvivenza delle concessionarie colpite; la sua esecuzione costituisce un grave pericolo per la sopravvivenza del settore.
L’accusa che la Procura della Corte dei Conti muove ai dirigenti ed ai concessionari è di aver ritardato il collegamento di un sistema di controllo centralizzato con le circa 350 mila macchine delle sale giochi attualmente presenti in Italia, e di non aver assicurato tutto il gettito che il volume delle giocate avrebbe dovuto conseguire. Questo avveniva nell’anno 2004 allorquando i Monopoli avevano dato vita ad un piano avveniristico, una vera scommessa affrontata con abnegazione, entusiasmo e coraggio, e cioè l’obiettivo della legalizzazione del mercato delle «slot machines» che lavoravano «in nero» e nella più assoluta illegalità. Tale progetto pilota nel mondo, ideato dai Monopoli e progettato dalla Sogei, società interamente posseduta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, prevedeva, attraverso il collegamento delle centinaia di migliaia di «macchinette» esistenti e funzionanti nel territorio italiano, la legalizzazione del mercato e il controllo; obiettivi affrontati per la prima volta come prioritari.
Il problema si rivelò più grande di quanto non si potesse immaginare, tanto che il legislatore, nel disegnare il compito affidato ai Monopoli di lotta ai giochi illegali, non aveva preteso che si raggiungessero immediatamente livelli di perfezione e assenza di errori che tra l’altro, per la tecnologia di allora e per i servizi telematici e telefonici propri dell’Italia di otto anni fa, erano inevitabili. Infatti, le previsioni d’incasso fiscale furono inferiori al gettito ricevuto.
In molte zone si doveva realizzare una rivoluzione copernicana, i gestori delle sale giochi fino al giorno prima con poche regole, o obbligati a rispettare prassi non del tutto corrette, improvvisamente avrebbero dovuto trasformarsi e divenire esempi di trasparenza, di collaborazione e di etica fiscale. Era un risultato miracolistico, da «trapianto di cervelli»: si verificarono, infatti, non poche disfunzioni. Non tutte le cosiddette «slot machines» risultarono collegate nei tempi previsti dal bando di gara, come pure lo stesso sistema di controllo anche per il sopraggiungere di problemi tecnici, di portanza della rete telefonica dell’epoca. Nei primi mesi si manifestarono difficoltà nel controllo in tempo reale dell’effettivo funzionamento della «slot machine», non permettendo, perciò, di intervenire legalmente, nel caso in cui queste macchinette fossero risultate «scollegate» e quindi non avessero consentito la lettura dei dati della raccolta.
A distanza di anni, la Corte dei Conti ha ravvisato un grave danno erariale individuato nelle somme correlate a tali malfunzionamenti. In realtà si trattava di difficoltà ambientali, tecnologiche e funzionali tipiche di un progetto pilota, unico nel mondo, che riceveva, analizzava e monitorava a livello centralizzato milioni di dati; oggi con i miglioramenti apportati, il rodaggio e l’esperienza maturata, il modello italiano è di esempio anche negli altri Paesi. Ebbene la Corte dei Conti con le condanne irrogate ha ritenuto colpevoli i dirigenti dei Monopoli e i concessionari dell’epoca per i «disservizi» riscontrati nel corso dell’avviamento del servizio e per la mancanza di quei risultati che sono stati raggiunti dopo i primi mesi di messa a punto del sistema.
Ma non è solo l’applicazione del principio «del senno di poi» ad una procedura di legalizzazione del gioco illegale in un contesto iniziale da «mission impossible». Lungi dall’ipotizzare che si voglia distruggere un così importante presidio per la tutela della legalità, per la raccolta di risorse fiscali di estrema importanza, per il controllo di un settore delicato, per l’eliminazione di abusi, comportamenti scorretti ed illegali, si sottolinea la meritevolezza del disegno legislativo che ha visto nei Monopoli il timoniere e nei concessionari l’equipaggio idonei per continuare ad esplorare, monitorare e difendere un bacino d’utenza ancora in gran parte sconosciuto.
Nello stesso tempo questa attività può costituire il veicolo e l’occasione da non perdere per creare una cultura del gioco adeguata, che davvero difenda i più deboli da dipendenze ed abusi che determinano gravi patologie personali, familiari, sociali ed economiche. Per fare un paragone ricordo che solo dopo molto tempo e numerose leggi, è stato possibile in Italia mettere in guardia adeguatamente i fumatori dai danni da fumo. Altrettanto potrebbe essere fatto nel tempo per proteggere i giocatori dai danni da gioco, per tutelare adeguatamente le famiglie, per creare quei presidi sociali che possano soccorrere gli anelli più deboli della catena. Senza dubbio le concessionarie possono essere protagoniste in questa realizzazione di carattere socialmente etico, operando come strumenti di coinvolgimento e di conseguimento di tali obiettivi.
Monopoli, Sogei e concessionari hanno operato un cambiamento nel settore dei giochi, assicurando trasparenza, controllo ed introiti fiscali sui 10 miliardi di euro annui, e dovranno continuare ad adoperarsi affinché i «riflettori restino accesi», cosicché ora che è stata fatta pulizia, il «bambino» resti in buone mani, possibilmente italiane. Questo risultato poggia sulla collaborazione di tutti, dal Legislatore al Giudice contabile, ed è nell’interesse di tutti in vista del risparmio annuale pari a una manovra finanziaria, dell’emersione di ulteriori aree di giochi e scommesse illegali, di minori regali ai bookmakers esteri e di mezzi necessari a dotare il giocatore italiano di presidi culturali e di supporto socio-economico e sanitario, unica medicina contro eccessi, assuefazione e patologie.

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