Il futuro del punto vendita nel settore del gioco non è una questione di tecnologie, ma di identità. È su questo piano che Marco Castaldo (in foto), CEO di Microgame, ha portato la riflessione durante la sessione dedicata all’innovazione del retail nell’ambito dell’Italian Gaming Expo & Conference 2026 in corso a Roma.
“Il mercato si muove più velocemente della regolamentazione”, ha esordito, riconoscendo un disallineamento ormai strutturale. Un gap che, secondo Castaldo, non deve però diventare un alibi per l’industria. “L’industria ha il dovere di lanciarsi, di trovare soluzioni che rispondano alle esigenze del business, chiaramente nel rispetto delle regole”.
Il tema centrale, però, non è tecnologico. “La vera domanda è a cosa servirà il punto vendita del gioco”, ha sottolineato, indicando quella che ha definito “la domanda da un milione di euro”. Un interrogativo che si lega direttamente ai cambiamenti nelle abitudini dei consumatori, in particolare delle nuove generazioni.
Per Castaldo, il punto vendita è chiamato a ripensarsi profondamente, non solo in termini di esperienza ma anche di sostenibilità economica. “Non basta parlare di intrattenimento o socialità”, ha spiegato, perché questi elementi, pur importanti, non risolvono il problema di fondo: “come sopravvive il punto vendita nell’era del digitale che avanza”.
La risposta, nella sua visione, è netta. “Per sopravvivere il punto vendita deve abbracciare il digitale a 360 gradi”. Un passaggio che implica una trasformazione radicale, che va oltre l’offerta di nuovi prodotti o servizi. “Non è solo un problema di cosa propone il concessionario al consumatore, ma di cosa permette al punto vendita di fare”.
In questo scenario, il negozio fisico deve evolvere in una piattaforma integrata. “Deve diventare un punto in grado di dialogare con lo smartphone del cliente”, ha osservato, evidenziando la necessità di offrire servizi coerenti con un consumatore ormai abituato a muoversi tra canali diversi. Ma non solo. “Deve anche sfruttare le tecnologie digitali per ripensare il proprio modello commerciale”.
Il cambiamento riguarda quindi anche il modo in cui il punto vendita costruisce la propria clientela. “Non deve più basarsi solo su chi entra nel negozio”, ha spiegato, ma ampliare il proprio raggio d’azione, utilizzando strumenti digitali e social per intercettare nuovi giocatori. “In un certo senso, non deve avere muri”.
È qui che il concetto di omnicanalità assume un significato concreto. Non solo integrazione tra fisico e digitale, ma un riposizionamento complessivo del punto vendita all’interno dell’esperienza del giocatore. “Bisogna calare il punto vendita nell’omnicanalità”, ha concluso, indicando una direzione chiara: il retail del futuro sarà quello capace di integrare pienamente il digitale, ripensando ruolo, funzioni e modelli di business.







