In Estonia il 2026 si è aperto con un episodio quantomeno insolito: alcuni operatori di gioco online hanno deciso di versare volontariamente quasi mezzo milione di euro allo Stato per coprire un’imposta che, per un errore legislativo, non erano tenuti a pagare.
Tutto nasce da un refuso nella legge fiscale approvata a dicembre, che ha di fatto escluso per i primi due mesi dell’anno i casinò online dall’applicazione della remote gambling tax. Il Parlamento è intervenuto per correggere la norma, ma l’emendamento entrerà in vigore solo da marzo. Nel frattempo, il Ministero delle Finanze ha suggerito una soluzione poco convenzionale: se volete, potete fare una donazione equivalente all’imposta non dovuta.
E così è stato. Otto operatori hanno aderito, versando complessivamente circa 497.000 euro – cifra che supera i 637.000 euro considerando l’imposta sul reddito applicata alle donazioni. Quattro società hanno destinato le somme al Cultural Endowment, che riceve parte del gettito del gioco, e quattro direttamente al Ministero delle Finanze.
Un gesto che, in un settore spesso al centro di polemiche fiscali, non passa inosservato. In Estonia operano 41 concessionari di gioco a distanza, ma solo una parte ha scelto di “autotassarsi”. Se la legge fosse stata operativa sin da gennaio, lo Stato avrebbe potuto incassare quasi 2 milioni di euro nei primi due mesi. Al momento, è stato coperto poco più di un quarto dell’importo potenziale.
Dal punto di vista strettamente giuridico, le aziende non avevano alcun obbligo di pagare. Dal punto di vista reputazionale, invece, la questione cambia. Il gettito del gioco finanzia direttamente attività culturali e altre voci sensibili del bilancio pubblico, e l’assenza improvvisa di entrate avrebbe potuto alimentare un dibattito politico poco favorevole al comparto.
A marzo tornerà in vigore l’aliquota del 5,5% sul fatturato netto mensile del gioco a distanza, ripristinando la normalità fiscale. Resta però l’episodio, che mostra una dinamica curiosa: in un settore dove spesso si discute di pressione fiscale e sostenibilità economica, alcune aziende hanno preferito non approfittare di un vuoto normativo temporaneo.
Non capita tutti i giorni che il fisco inviti a pagare volontariamente – e che qualcuno risponda presente.







