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Slot. Bolzano, il Tar respinge ricorso contro distanziomentro da luoghi sensibili (testo)

In: Diritto

19 novembre 2014 - 17:45


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(Jamma) Il giudici del Tar di Bolzano, con una pronuncia del 19 novembre, hanno rigettato il ricorso di un esercente che chiedeva l’annullamento dell’ordinanza del comune di Bolzano avente ad oggetto la rimozione delle slot in quanto collocate ad una distanza inferiore a 300 metri da un luogo sensibile. Per i giudici “il ricorso non è fondato. L’infondatezza del ricorso nel merito esime il Collegio dal vaglio delle eccezioni di inammissibilità, sollevate dalla difesa dell’Amministrazione provinciale.
Il Collegio non ritiene necessario dare luogo alle istanze istruttorie della ricorrente, potendo il ricorso essere deciso, prescindendo da esse.
1. Con il primo motivo la ricorrente lamenta che la modifica dell’art. 11 della legge provinciale 14 dicembre 1988, n. 58, operata dall’art. 1, comma 1, della legge provinciale 11 ottobre 2012, n. 17, violerebbe il principio del divieto generale di retroattività della legge nel tempo, di cui all’art. 11 delle Preleggi. In particolare, secondo la giurisprudenza costituzionale, il legislatore potrebbe emanare norme retroattive solo se esse trovino adeguata giustificazione sul piano della ragionevolezza e non si pongano in contrasto con altri valori ed interessi costituzionalmente protetti, presupposti che non sussisterebbero nel caso di specie. Inoltre, il legislatore provinciale non avrebbe esplicitato chiaramente la volontà di emanare una norma con efficacia retroattiva.
Le censure non sono fondate.
L’art. 1, comma 1, della legge provinciale 11 ottobre 2012, n. 17 ha aggiunto il comma 1-ter all’art. 11 della legge provinciale 14 dicembre 1988, n. 58. In base a tale disposizione “Gli apparecchi da gioco ai sensi dell’art. 110, comma 6, del testo Unico delle leggi sulla pubblica sicurezza, approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, e successive modifiche, già installati negli esercizi pubblici all’entrata in vigore della disposizione ci cui al comma 1-bis devono essere rimossi entro due anni dall’entrata in vigore del comma 1-bis”.
Il comma 1-bis del citato art. 11 della legge provinciale n. 58 del 1988, aggiunto dall’art. 2, comma 2, della legge provinciale 22 novembre 2010, n. 13 così recita: “Anche i giochi leciti non possono essere messi a disposizione in un raggio di 300 metri da istituti scolastici di qualsiasi grado, centri giovanili o altri istituti frequentati principalmente da giovani o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio assistenziale. La Giunta provinciale può individuare altri luoghi sensibili, in cui i giochi non possono essere messi a disposizione”.
Dunque l’art. 1, comma 1, della legge provinciale n. 17 del 2012 ha disposto la rimozione, entro due anni dall’entrata in vigore del predetto comma 1-bis (15 dicembre 2010) degli apparecchi da gioco di cui all’art. 110, comma 6, TULPS, già installati.
La ricorrente contesta la legittimità della norma, ritenendo che essa vada ad incidere, in modo irrazionale, sul suo legittimo affidamento al mantenimento di quei giochi leciti nel suo esercizio pubblico.
Osserva, anzitutto il Collegio che, in base all’art. 88, comma 4, TULPS, la semplice licenza di pubblico esercizio legittima la messa a disposizione di giochi leciti; di talché non può affermarsi che la citata normativa provinciale incida retroattivamente su alcun provvedimento di autorizzazione alla tenuta di quei giochi.
Il legislatore provinciale si è limitato ad esercitare la propria competenza legislativa nella materia sociale della tutela dei minori e nella materia di tutela del territorio, materie nelle quali la Provincia autonoma di Bolzano esercita potestà legislativa esclusiva (cfr. art. 8, risp. numeri 25 e 5 dello Statuto di autonomia); ciò a prescindere dalla collocazione delle disposizioni stesse nella legge provinciale sugli esercizi pubblici, come lascia chiaramente intendere la sentenza della Corte Costituzionale 10 novembre 2011, n. 300, che ha vagliato e sancito la legittimità costituzionale dell’art. 11, comma 1-bis della legge provinciale n. 58 del 1988, aggiunto dall’art. 2, comma 2, della legge provinciale 22 novembre 2010, n. 13.
In sostanza, per effetto delle modifiche sopra richiamate, i titolari di licenze di pubblico esercizio, che prima della riforma potevano mettere a disposizione i giochi leciti di cui si tratta senza alcun limite, ora possono continuare a farlo solo se i locali non si trovano nel raggio di 300 metri dai siti sensibili e, se gli apparecchi da gioco sono già installati, sono tenuti a rimuoverli entro il 15 dicembre 2012.
Rileva il Collegio che, in assenza di un titolo di autorizzazione, la ricorrente non può vantare un affidamento “legittimo” al mantenimento degli apparecchi da gioco, avendo il legislatore, con una norma sopravvenuta, ritenuto contraria all’interesse pubblico la messa a disposizione di tali giochi negli esercizi pubblici che si trovino nel raggio di 300 dai luoghi che lo stesso legislatore ha individuato come sensibili.
In ogni caso, anche volendo considerare il citato comma 1-ter dell’art. 11 come una disposizione avente carattere retroattivo, va rilevato che un divieto assoluto di retroattività, nel nostro ordinamento giuridico, vige solo per le norme penali, mentre per le norme amministrative l’efficacia retroattiva è consentita, se trova un’adeguata giustificazione sul piano della ragionevolezza.
Invero, secondo l’orientamento della Corte costituzionale, è rimesso alla discrezionalità del legislatore regolare lo stato dei rapporti pendenti, valutando la scelta tra retroattività ed irretroattività, con il solo limite che la scelta risponda a criteri di ragionevolezza e non siano contraddetti principi e valori costituzionali (cfr. le sentenze della Corte Costituzionale. n. 234/2007, 341/2006, 206/2004, 6/1994 e 189/1992).
Ebbene, il legislatore provinciale ha operato un contemperamento dell’interesse dei titolari al mantenimento degli apparecchi da gioco leciti negli esercizi pubblici situati in luoghi c.d. sensibili e di quello alla tutela delle persone più deboli e, quindi, più esposte al rischio del gioco compulsivo, operando una scelta discrezionale che al Collegio appare del tutto ragionevole. D’altra parte, senza la rimozione degli apparecchi già installati non potrebbe realizzarsi, in pieno, quella tutela delle persone ritenute maggiormente vulnerabili (o per la giovane età o perché bisognose di cure di tipo sanitario o socio – assistenziale), giudicata legittima dalla Corte Costituzionale, nella citata sentenza n. 300 del 2011 (cfr. sentenze del TRGA Bolzano, 11 luglio 2014, n. 187 e n.188).
2. Con il secondo motivo la ricorrente lamenta che le impugnate deliberazioni della Giunta provinciale n. 341/2012 e 1570/2012, con le quali la Giunta provinciale, in attuazione dell’art. 11, comma 1-bis della legge provinciale n. 58 del 1988, ha individuato altri luoghi sensibili, in cui i giochi non possono essere messi a disposizione (diversi da quelli già individuati dal legislatore provinciale), non avrebbero rispettato il duplice requisito, consistente nella circoscrizione dei luoghi e nella motivazione necessaria per l’individuazione di ulteriori luoghi sensibili, sancito dall’art. 5-bis, comma 2, della legge provinciale 13 maggio 1992, n. 13 (aggiunto dall’art. 1 della legge provinciale 22 novembre 2010, n. 13).
La censura è inammissibile, per difetto di interesse a sollevarla.
L’ordinanza comunale impugnata ha rilevato che nel raggio di 300 metri dall’esercizio pubblico della ricorrente “si trovano numerosi punti sensibili, come individuati nell’art. 11, comma 1-bis della L.P. 58/1988”, in particolare, il Centro giovani “Casa Gioco VKE”, in via S. Vigilio, n. 116, la Scuola professionale per le professioni sociali “L. Einaudi”, in piazza A. Nikoletti, n. 1, la Scuola professionale di economia domestica “Aslago”, in piazza A. Nikoletti, n. 14, i Laboratori protetti e gruppi occupazionali per persone in situazione di handicap in via Roma, n. 100/C e il Centro per minori stranieri non accompagnati, in via Roma n. 100.
Tutti i siti sensibili sopra indicati rientrano tra quelli individuati direttamente dal legislatore provinciale nell’art. 11, comma 1-bis della legge provinciale n. 58 del 1988 (“istituti scolastici di qualsiasi grado, centri giovanili o altri istituti frequentati principalmente da giovani o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio assistenziale”).
La ricorrente non ha, pertanto, alcun interesse personale e attuale a sollevare censure in relazione alle deliberazioni provinciali che hanno individuato ulteriori siti sensibili, diversi da quelli che si trovano nel raggio di 300 metri dal suo esercizio pubblico e che sono oggetto di contestazione nell’ordinanza comunale impugnata.
Ad abundantiam, va aggiunto che le due deliberazioni impugnate non disciplinano i luoghi sensibili riferiti agli esercizi pubblici, bensì quelli riferiti alle sale gioco e di attrazione, di cui alla legge provinciale 13 maggio 1992, n. 13, richiamata espressamente nelle due deliberazioni.
3. Con il terzo motivo la ricorrente si duole che l’art. 11 della legge provinciale n. 58 del 1988, come modificato dall’art. 1, comma 1, della legge provinciale n. 17 del 2012, sia in contrasto con il DL del 13 settembre 2012, n. 158 (c.d. decreto Balduzzi), convertito nella legge 8 novembre 2012, n. 189.
Le doglianze sono infondate.
E’ noto che le prime misure volte a vietare l’installazione di apparecchi da gioco nelle zone c.d. sensibili sono state adottate dalla Provincia autonoma di Bolzano con la legge provinciale 22 novembre 2010, n. 13. Solo due anni dopo, con il D.L. 13 settembre 2012, n. 158 (convertito con la legge 8 novembre 2012, n. 189), il legislatore statale, ha adottato “misure di prevenzione per contrastare la ludopatia”). Sennonché, nonostante il lodevole intento espresso nella rubrica dell’art. 7, nella loro stesura finale, le misure adottate si rivelano blande rispetto alla finalità che lo stesso legislatore si era dato; e la loro attuazione, oltretutto, viene rimandata nel tempo.
Recita infatti l’art. 7, comma 10, del citato decreto “Balduzzi”: “L’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e, a seguito della sua incorporazione, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, tenuto conto degli interessi pubblici di settore, sulla base di criteri, anche relativi alle distanze da istituti di istruzione primaria e secondaria, da strutture sanitarie e ospedaliere, da luoghi di culto, da centri socio-ricreativi e sportivi, definiti con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della salute, previa intesa sancita in sede di Conferenza unificata, di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, da emanare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, provvede a pianificare forme di progressiva ricollocazione dei punti della rete fisica di raccolta del gioco praticato mediante gli apparecchi di cui all’articolo 110, comma 6, lettera a), del testo unico di cui al regio decreto n. 773 del 1931, e successive modificazioni, che risultano territorialmente prossimi ai predetti luoghi. Le pianificazioni operano relativamente alle concessioni di raccolta di gioco pubblico bandite successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto (n.d.r.: 11 novembre 2012) e valgono, per ciascuna nuova concessione, in funzione della dislocazione territoriale degli istituti scolastici primari e secondari, delle strutture sanitarie ed ospedaliere, dei luoghi di culto esistenti alla data del relativo bando. Ai fini di tale pianificazione si tiene conto dei risultati conseguiti all’esito dei controlli di cui al comma 9, nonché di ogni altra qualificata informazione acquisita nel frattempo, ivi incluse proposte motivate dei comuni ovvero di loro rappresentanze regionali o nazionali. Presso l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e, a seguito della sua incorporazione, presso l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, è istituito, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, un osservatorio di cui fanno parte, oltre ad esperti individuati dai Ministeri della salute, dell’istruzione, dell’università e della ricerca, dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze, anche esponenti delle associazioni rappresentative delle famiglie e dei giovani, nonché rappresentanti dei comuni, per valutare le misure più efficaci per contrastare la diffusione del gioco d’azzardo e il fenomeno della dipendenza grave. Ai componenti dell’osservatorio non è corrisposto alcun emolumento, compenso o rimborso di spese”.
Orbene, si è già detto che i giudici della Corte Costituzionale, nella sentenza n. 300 del 2011, hanno ritenuto non fondata la questione di legittimità costituzionale delle disposizioni provinciali che, dettando norme sulla localizzazione degli apparecchi da gioco lecito, mirano a tutelare le “conseguenze sociali dell’offerta dei giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli, nonché all’impatto sul territorio dell’afflusso a detti giochi degli utenti”.
La Corte ha ritenuto che le disposizioni de quibus non rientrino nella competenza esclusiva dello Stato in materia di misure di prevenzione dei reati e mantenimento dell’ordine pubblico (art. 117, secondo comma, lett. h), lasciando intendere che esse rientrino nella materia sociale della tutela dei minori e in quella della tutela del territorio, materie nelle quali la Provincia autonoma di Bolzano esercita potestà legislativa esclusiva (cfr. art. 8, risp. numeri 25 e 5 dello Statuto di autonomia). Ciò evidentemente a prescindere dalla collocazione delle disposizioni stesse nella legge provinciale sugli esercizi pubblici.
Peraltro, anche volendo considerare che le disposizioni provinciali in esame rientrino nelle materie nelle quali la Provincia esercita una potestà legislativa concorrente, come quella degli esercizi pubblici o quella della sanità (nella quale sono collocate le disposizioni del decreto “Balduzzi”), in base allo Statuto di autonomia, letto in combinato disposto con l’art. 10 della legge costituzionale n. 3 del 2001 (c.d. clausola di adeguamento automatico, anche detta clausola di maggiore favore), la Provincia non meriterebbe censure, in quanto ha rispettato il limite “dei principi fondamentali” stabiliti dalle leggi dello Stato (art. 117, terzo comma, ultimo periodo, della Costituzione).
Il legislatore statale ha indicato, come si evince dalla piana lettura dell’art. 7, comma 10, del decreto “Balduzzi” (sopra riportato), che la necessità di opportunamente distanziare gli esercizi dove sono installati gli apparecchi da gioco da alcuni luoghi giudicati sensibili costituisce un principio fondamentale del decreto.
In tal senso, il TRGA di Trento, nella sua recente sentenza n. 63 del 21 febbraio 2013, ha affermato essere “uno dei principi fondamentali del sopravvenuto decreto Balduzzi…l’esigenza – sia pure valutata con un diverso grado di urgenza – che tra i locali, ove sono installati gli apparecchi da gioco, e determinati luoghi di aggregazione e/o permanenza di fasce vulnerabili della popolazione “debba intercorrere una distanza minima, idonea ad arginare i richiami e le suggestioni consistenti nell’illusoria possibilità di facile ed immediato arricchimento” (nello stesso senso cfr. anche TRGA Trento 7 marzo 2013, n. 104 e TAR Lazio, Roma, Sez. II, 10 marzo 2014, n. 2729).
Quindi le norme provinciali in esame hanno seguito i principi fondamentali contenuti nel decreto “Balduzzi” e li hanno codificati ancora prima della loro introduzione nella legislazione statale.
Peraltro, con riferimento specifico alla disposizione provinciale che dispone la rimozione degli apparecchi da gioco, quando si trovino nel raggio di 300 metri dai luoghi c.d. sensibili, rileva il Collegio che anche il decreto “Balduzzi” contiene una disciplina di “ricollocazione” (valevole, quindi, anche per gli esercizi già esistenti) degli apparecchi da gioco rispetto a determinati luoghi c.d. sensibili.
In ogni caso, va sottolineato che le disposizioni contenute nell’art. 7, comma 10, del decreto “Balduzzi”, non possono comunque essere applicate direttamente nel territorio provinciale, ostandovi l’art. 2 del D. Lgs. 16 marzo 1992, n. 266 (norma di attuazione sui rapporti tra legislazione statale e provinciale).
4. Con il quarto motivo la ricorrente solleva questione di legittimità costituzionale delle norme provinciali (artt. 11 e 47, comma 2, della legge provinciale n. 58 del 1988, come modificati dalle leggi provinciali n. 13 del 2010 e n. 17 del 2012 e art. 5bis, comma 2, della legge provinciale n. 13 del 1992, aggiunto dalla legge provinciale n. 13 del 2010), per violazione dell’art. 117, comma 2, lett. h) della Costituzione, che stabilisce la competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di “ordine pubblico e sicurezza”.
Giova tenere presente che la Corte Costituzionale, nella sentenza 10 novembre 2011, n. 300, vagliando la legittimità costituzionale dell’art. 11, comma 1bis, della legge provinciale n. 58 del 1988, ha ritenuto del tutto legittima la disposizione provinciale contenente divieti di localizzazione per gli apparecchi da gioco leciti.
In particolare, la Corte ha rilevato che:
– le disposizioni oggetto del giudizio, le quali si inseriscono in corpi normativi volti alla regolamentazione degli spettacoli e degli esercizi commerciali, dettando precipuamente limiti alla collocazione nel territorio delle sale da gioco e di attrazione e delle apparecchiature per giochi leciti, sono dichiaratamente finalizzate a tutelare soggetti ritenuti maggiormente vulnerabili (o per la giovane età o perché bisognosi di cure di tipo sanitario o socio – assistenziale), e a prevenire forme di gioco cosiddetto compulsivo, nonché ad evitare effetti pregiudizievoli per il contesto urbano, la viabilità e la quiete pubblica;
– le evidenziate finalità tutorie valgono a differenziare le disposizioni impugnate dal contesto normativo in materia di gioco, di cui si è già occupata la Corte (sentenze n. 72 del 2010 e n. 237 del 2006), rendendo la normativa provinciale in esame non riconducibile alla competenza legislativa statale in materia di “ordine pubblico e sicurezza”; quest’ultima materia, per consolidata giurisprudenza della Corte, attiene alla “prevenzione dei reati ed al mantenimento dell’ordine pubblico”, inteso questo quale “complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi pubblici primari sui quali si regge la civile convivenza nella comunità nazionale”;
– gli interessi pubblici primari che vengono in rilievo ai fini considerati sono unicamente gli interessi essenziali al mantenimento di una ordinata convivenza civile, poiché, diversamente opinando, si produrrebbe una smisurata dilatazione della nozione di sicurezza e ordine pubblico, tale da porre in crisi la stessa ripartizione costituzionale delle competenze legislative, con l’affermazione di una preminente competenza statale potenzialmente riferibile a ogni tipo di attività; la semplice circostanza che la disciplina normativa attenga a un bene giuridico fondamentale, quale quello della tutela dei minori, non vale, dunque, di per sé, a escludere la potestà legislativa regionale o provinciale, radicando quella statale;
– le disposizioni provinciali censurate hanno riguardo a situazioni che non necessariamente implicano un concreto pericolo di commissione di fatti penalmente illeciti o di turbativa dell’ordine pubblico, inteso nei termini dianzi evidenziati; si preoccupa, piuttosto, delle conseguenze sociali dell’offerta dei giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli, nonché dell’impatto sul territorio dell’afflusso a detti giochi degli utenti;
– le disposizioni impugnate, infatti, non incidono direttamente sulla individuazione ed installazione dei giochi leciti, ma su fattori (quali la prossimità a determinati luoghi e la pubblicità) che potrebbero indurre al gioco un pubblico costituito da soggetti psicologicamente più vulnerabili od immaturi e influire sulla viabilità e sull’inquinamento acustico delle aree interessate.
Ebbene, ad avviso del Collegio, le suesposte osservazioni della Corte non possono che valere anche per la neointrodotta norma provinciale (art. 1, comma 1, della LP n. 17 del 2012) che ha disposto – coerentemente con il divieto di installare apparecchi da gioco lecito nel raggio di 300 metri dai c.d. luoghi sensibili, precedentemente stabilito – l’obbligo di rimuovere gli apparecchi già installati negli esercizi pubblici che si trovino nel raggio di 300 metri da detti luoghi.
E’ chiaro, infatti, che il fine della nuova norma è il medesimo che aveva indotto, in precedenza, lo stesso legislatore a vietare la messa a disposizione degli apparecchi da gioco in determinate parti limitate del territorio. In assenza di questo ulteriore e complementare intervento, la detta tutela non potrebbe, invero, essere pienamente realizzata (cfr. sentenze TRGA Bolzano 22 novembre 2013, n. 323 e 11 luglio 2014, n. 187 e n. 188).
Appare, quindi, manifestamente infondata la questione di illegittimità costituzionale formulata dalla ricorrente.
La Corte Costituzionale, nella citata sentenza n. 300 del 2011, ha eliminato ogni dubbio: l’intervento del legislatore provinciale nella specifica materia sopra descritta non è invasivo della competenza statale esclusiva in materia di ordine pubblico e sicurezza (cfr. anche la recente sentenza del TAR Lazio, Roma, Sez. II, 10 marzo 2014, n. 2729).
5. Parimenti manifestamente infondata è la questione di legittimità costituzionale delle norme provinciali poste a base dell’ordinanza comunale impugnata, sollevata dalla ricorrente per contrasto con gli artt. 118, comma 1, e 114, comma 3, ultimo capoverso, della Costituzione, che mirano a garantire l’unitarietà di trattamento sul territorio nazionale.
Sul punto è sufficiente richiamare quanto già ampiamente dedotto in sede di esame del terzo motivo di ricorso. In particolare, va ribadito, da un lato, che le norme provinciali in esame hanno seguito i principi fondamentali contenuti nel decreto “Balduzzi” e li hanno codificati ancora prima della loro introduzione nella legislazione statale; dall’altro lato, che le disposizioni contenute nell’art. 7, comma 10, del decreto “Balduzzi”, non avrebbero comunque potuto essere applicate direttamente nel territorio provinciale, ostandovi l’art. 2 del D. Lgs. 16 marzo 1992, n. 266 (norma di attuazione sui rapporti tra legislazione statale e provinciale).
6. Con il sesto motivo la ricorrente solleva la questione di costituzionalità delle norme provinciali poste a fondamento dell’ordinanza impugnata, per violazione del principio della riserva di legge statale di cui all’art. 117, lettera m), stante l’illegittima previsione di norme aventi ad oggetti la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni.
Anche questa questione di costituzionalità si appalesa manifestamente infondata.
Le norme provinciali hanno rispettato i principi contenuti nel decreto Balduzzi: invero, uno dei principi cardine del decreto è costituito proprio dalla necessità di stabilire delle distanze minime tra gli esercizi pubblici in cui si trovano gli apparecchi da gioco leciti e alcuni luoghi, giudicati sensibili, principio già contenuto nell’art. 11 della legge provinciale n. 58 del 1998 e s.m.
In ogni caso, ad avviso del Collegio, con riferimento particolare alle Regioni a Statuto speciale, la competenza statale in materia di determinazione dei livelli essenziali può essere invocata solo nella misura in cui i livelli fissati dallo Stato non incidano in funzione limitativa di competenze che spettano alle dette Regioni, in forza dei relativi Statuti speciali. E nel caso di specie, la citata sentenza della Corte n. 300 del 2011 ha riconosciuto la potestà legislativa della Provincia di disciplinare le distanze minime tra esercizi pubblici che mettono a disposizione apparecchi da gioco lecito e luoghi giudicati sensibili, nell’esercizio delle proprie competenze nella materia sociale della tutela dei minori e nella materia della tutela del territorio.
Ed infatti, nella recente sentenza n. 220 del 18 luglio 2014 la Corte Costituzionale, vagliando la legittimità costituzionale dell’art. 50, comma 7, del D.Lgs. n. 267 del 2000, che disciplina i poteri normativi e provvedimentali attribuiti al sindaco, nella parte in cui non prevede che tali poteri possano essere esercitati con finalità di contrasto del fenomeno del gioco d’azzardo patologico, ha giudicato inammissibile la questione, ricordando che l’evoluzione della giurisprudenza amministrativa ha elaborato un’interpretazione della suddetta norma compatibile con gli artt. 32 e 118 della Costituzione e precisa che “il TAR rimettente omette di considerare che il potere di limitare la distribuzione sul territorio delle sale da gioco attraverso l’imposizione di distanze minime rispetto ai cosiddetti luoghi sensibili, potrebbe altresì essere ricondotto alla potestà degli enti locali in materia di pianificazione e governo del territorio, rispetto alla quale la Costituzione e la legge ordinaria conferiscono al Comune le relative funzioni”.
7. Con il settimo motivo la ricorrente solleva la questione di legittimità delle norme provinciali poste a fondamento dell’ordinanza comunale impugnata, per violazione della libertà di iniziativa economica, tutelata dall’art. 41 della Costituzione, a causa dell’asserito effetto espulsivo del gioco legale dal territorio provinciale.
Anche questa questione è manifestamente infondata.
Il Consiglio di Stato, nella sentenza della Sez. VI, dell’11 settembre 2013, n. 4498, richiamando al sentenza della Corte Costituzionale n. 300 del 2011, ha chiaramente affermato che non è ravvisabile alcuna violazione della libertà d’iniziativa economica, “poiché le disposizioni censurate si basano su un ragionevole bilanciamento di interessi costituzionalmente rilevanti, non incidendo direttamente sulla individuazione e sulla installazione dei giochi leciti, bensì su fattori (quali la prossimità a determinati luoghi e la pubblicità) che potrebbero, da un canto, indurre al gioco un pubblico costituito da soggetti psicologicamente più vulnerabili od immaturi e, quindi, maggiormente esposti alla capacità suggestiva dell’illusione di conseguire, tramite il gioco, vincite e facili guadagni, e, dall’altro, influire sulla viabilità e sull’inquinamento acustico delle aree interessate”.
Osserva il Collegio, inoltre, che la libertà economica privata non è assoluta, restando affidato al legislatore il compito di determinare i programmi e i controlli opportuni affinché essa possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali (cfr. Corte Costituzionale, 7 luglio 2006, n. 279).
Per tutti i motivi esposti il ricorso è infondato e va, pertanto, rigettato.

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