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Scommesse: ancora un CED dissequestrato a Grosseto

In: Diritto

14 dicembre 2012 - 10:40


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(Jamma) – Il Tribunale del Riesame di Grosseto, in accoglimento del ricorso avanzato dal difensore dell’indagato avv. Marco Ripamonti del Foro di Viterbo, ha reso un’importante ordinanza in data 13 dicembre 2012, con cui vengono applicati i principi della Sentenza Cifone resa dalla Corte di Cassazione, nonché quelli pronunciati dalla Corte CE nell’Ordinanza del 16.2.2012.

Questo uno stralcio testuale dell’ordinanza:

La Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 28413 del 2012, nel fare applicazione di tali principi nell’ambito di un procedimento di natura cautelare, annullava il decreto di sequestro previa disapplicazione della disposizione di cui all’art. 4, legge n, 401/69.
Ora, poiché il caso esaminato dalla suprema Corte riguardava gestori Italiani di centri trasmissione dati (CEO) operanti per società diversa dalla Goldbet (in particolare, la Stanley), ci si deve chiedere se anche nella presente fattispecie siano applicabili i principi
espressi dalla Corte di Giustizia e recepiti dalla Cassazione. Per la precisione, occorre stabilire se l’odierno ricorrente operasse per conto di un allibratore straniero che non aveva potuto ottenere in Italia le necessarie concessioni o autorizzazioni a causa di una
normativa nazionale incompatibile con i principi espressi dalla Corte di Giustizia.
A tal fine, appare utile esaminare, sia pure sinteticamente, la situazione in cui operava la società Stanley per comprendere se la stessa possa essere assimilata a quella della Goldbet. In quel caso, la Stanley aveva rinunciato a partecipare alla gara indetta nel 2006 (c.d. bando Bersani) a seguito della assoluta incertezza determinata dalla disposizione di cui all’art, 23, comma 3, dello schema di convenzione del bando.
Nel presente caso, la Goldbet aveva partecipato alla gara mediante la controllata Goldbet s.r.l. (poi Totobettlng s.r.l.) e ottenuto le due concessioni richiamate nello stesso provvedimento questorile di rigetto dell’istanza del ricorrente ex art. 88 TULPS. Tali concessioni, però, perdevano successivamente efficacia, a seguito della pronuncia di decadenza disposta con decreto del Ministro dell’Economica e della Finanze del 19.12.2008, per violazione dell’art. 23, comma 3, dello schema di convenzione del bando.
La Goldbet, al pari della Stanley, agiva mediante l’instaurazione di un rapporto contrattuale con un soggetto autonomo operante sul territorio italiano (in questo caso, l’odierno ricorrente). A parere del collegio, pertanto, le posizioni delle due società possono essere tranquillamente assimilate, in quanto anche la Goldbet finiva col subire una discriminazione dalla disposizione di cui all’art. 23, comma 3, più volte citata disposizione, come già detto, il cui contenuto non appare compatibile con la direttiva comunitaria. In particolare, la Corte di Giustizia ha chiarito che il punto n. 3 dell’art. 23 dello Schema di convenzione costituisce una grave restrizione della libertà di stabilimento e di prestazione di servizi, non giustificabile e non in linea con l’obiettivo del contrasto della frode e della criminalità nel settore. Nella sentenza della Corte di Giustizia si legge che “una normativa che impedisca di fatto qualsiasi attività transfrontaliera nel settore del gioco, indipendentemente dalla forma di svolgimento della suddetta attività, e in particolare nei casi in cui è possibile un controllo fisico con finalità di pubblica sicurezza degli intermediari dell’impresa presenti sul territorio nazionale è contrarla agli artt. 49 e 56 TFUE”.
E in effetti la Corte di Giustizia ha affermato la estensibilità del principi formulati in merito al caso relativo alla società Stanley anche alla posizione della Goldbet, nell’ambito della causa C-413/10, riguardante l’Imputata Zungri (v. ordinanza del 16.2.2012).
Di conseguenza, stante l’assimilabilità delle posizioni della Stanley e della Goldbet, ritiene il collegio di dover pervenire alle stesse conclusioni cui è giunta la suprema Corte con la sentenza n. 26413/12, dopo aver fatto applicazione dei principi espressi dalla Corte di Giustizia nel caso Costa-Cifone.
Non ignora il collegio che tali conclusioni possono comportare una situazione di privilegio per la Goldbet e per i gestori dei relativi centri di commercializzazione sul territorio, ma tale rischio – come sottolineato dalla suprema Corte nella pronuncia appena citata – deve essere scongiurato dal legislatore nazionale mediante l’eventuale adeguamento del dato normativo, trattandosi di profili che esulano dalla sfera decisionale del giudice. Ciò perché – ha osservato la Cassazione – “gli elementi di incoerenza non possono incidere negativamente sulle posizioni soggettive dei destinatari dei provvedimenti cautelari emessi sulla base di ipotesi di reato che la disapplicazione in parola pone nel nulla”.
La tesi accolta da questo Collegio si pone in linea con il prevalente orientamento della giurisprudenza di merito, come si ricava dalla copiosa giurisprudenza prodotta dal difensore del ricorrente (v. ordinanze allegate al ricorso per riesame).
In conclusione, dovendosi disapplicare la disciplina contenuta nell’art. 4 legge n. 401/1969 nei confronti dell’indagato quale gestore dei servizi di gioco e scommesse per conto della Goldbet, il sequestro va annullato per difetto del fumus commissi delicti.

 

In accoglimento del riesame proposto dall’indagato, il Tribunale ha annullato il decreto di sequestro probatorio e disposto la restituzione dei beni sequestrati.

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