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Gruppo criminale ed associazione a delinquere. L’aggravante della “transnazionalita”

In: Diritto

18 dicembre 2014 - 17:50


ripamontins

(Jamma) – In un noto procedimento dinanzi al Tribunale di Bologna, relativo ai reati di frode informatica e raccolta di giochi non autorizzati, è stata trattata ed esclusa dal GIP, nelle fasi preliminari, una circostanza aggravante che costituisce una sorta di inedito nel settore del gaming. E’ la fattispecie della c.d. transnazionalità, circostanza aggravante speciale, suscettibile di notevole aggravamento di pena, prevista dalla legge 16.3.2006, n.146 che si riferisce, in estrema sintesi, ad ipotesi di reato che riguardino coinvolgimento esteri.
Abbiamo chiesto delucidazioni all’avv.Marco Ripamonti, che si occupa del procedimento.
Il professionista viterbese, su tale inedito tema, ha rilasciato a Jamma il seguente commento:
L’argomento, in linea generale, è stato oggetto di una pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. La questione di diritto è stata la seguente: se la circostanza aggravante ad effetto speciale della c.d. transnazionalità, prevista dalla L. 16 marzo 2006, n. 146, sia compatibile con il reato di associazione per delinquere o sia applicabile ai soli reati fine. L’intervento delle Sezioni Unite si è reso necessario per via di un contrasto giurisprudenziale insorto e dalla cui disamina possiamo comprendere la portata di tale disposizione e la relativa ratio legis.

 
Secondo un primo orientamento, in materia di associazione per delinquere (in quel caso attiva nel narcotraffico) la speciale aggravante sarebbe incompatibile con la fattispecie associativa. Ciò perché detta circostanza implica l’esistenza di un gruppo criminale organizzato e può essere pertinente ai soli reati che integrano la diretta esplicazione dell’attività del c.d. gruppo (cioè i reati-fine dell’associazione) ovvero ai reati in ordine ai quali il gruppo stesso abbia prestato un contributo causale.

 
L’altra corrente giurisprudenziale, invece, ha ritenuto tale circostanza applicabile anche con riferimento al mero reato associativo. In pratica l’associarsi ex se.
Esaminate le due correnti, le Sezioni Unite hanno richiamato previamente il relativo assetto normativo. Va rilevato come la legge 146 del 2006, art. 4 sia ad ogni effetto circostanza “speciale”, poiché applicabile solo a determinati reati, di maggior gravità sanzionati con pena non inferiore nel massimo a quattro anni di reclusione e, nel contempo, sia altresì ad effetti speciali, in ragione dell’aumento di pena previsto, superiore ad un terzo, ai sensi dell’art. 63, comma 3 c.p. Ad avviso del Supremo Collegio tale norma va letta in combinato disposto con l’art. 3. Ciò posto, la lettura congiunta delle due predette norme permette di ritenere che la transnazionalità non sia e non possa assumersi quale elemento costitutivo di un’autonoma fattispecie delittuosa, destinata ad incrementare, come afferma il Collegio, il già cospicuo novero di illeciti dell’universo penale. Si tratta, per converso, di una particolare modalità di espressione riferibile a qualsivoglia delitto (con esclusione, quindi, delle contravvenzioni, ad esempio esercizio del gioco d’azzardo ndr) a condizione che lo stesso sia riferibile all’ambito di azione di un gruppo organizzato operante in più di uno Stato, con proiezione transfrontaliera. Il reato transnazionale è alla luce di ciò un concetto che si ricava dall’insieme degli elementi costitutivi di un comune delitto e di quelli specifici, positivamente previsti. Segnatamente, l’articolo 3 riconduce la qualificazione della transnazionalità a tre parametri:

1) Gravità del reato, determinata sulla scorta della misura edittale di pena, dunque sulla base di un coefficiente di gravità predeterminato sulla base della nozione di reato grave recepita dalla Convenzione di Palermo secondo cui con tale argomento si intenda la condotta punibile con una pena detentiva di almeno quattro anni nel massimo o con una pena più elevata;
2) Coinvolgimento di un gruppo criminale organizzato (il concetto di gruppo criminale si pone in una zona intermedia tra la fattispecie del cd concorso nel reato e l’associazione a delinquere);
3) Commissione del reato offerto da uno o più membri del gruppo criminale organizzato, in esecuzione del programma criminale dello stesso sodalizio, o in alternativa vantaggio che al gruppo derivi, comunque, dall’attività delittuosa attuata da terzi.

 
L’elemento della transnazionalità produce importanti conseguenze. Ciò in ordine alla responsabilità amministrativa degli enti di cui alla L. n. 146/2006, art. 10, che nel caso di commissione di uno dei reati previsti dall’art. 3, contempla particolari sanzioni amministrative, nonché alla confisca obbligatoria anche per equivalente di cui all’art. 11 della normativa ed infine all’estensione dei poteri del pubblico ministero finalizzati alla confisca.

 
Le Sezioni Unite hanno affermato che uno degli indici della transnazionalità cd soggettiva è il coinvolgimento di un gruppo criminale organizzato. Ai fini dell’aggravamento di pena è necessaria la prestazione di un contributo causale alla commissione del reato e solo tale situazione, per scelta del legislatore, è ritenuta di maggiore gravità ed allarme sociale. E’ pur vero che la norma preveda un generico riferimento a qualsiasi reato, purché ad esso si accompagni la previsione sanzionatoria, e ciò condurrebbe a ritenere che l’apporto causale di un gruppo possa manifestarsi anche relativamente al semplice associarsi per delinquere.

 
E’, peraltro, evidente che ai fini della configurazione della speciale aggravante non sia necessario che il reato venga commesso all’estero. Non e’ neanche richiesto che del sodalizio criminoso facciano parte soggetti operanti in paesi diversi. Quanto al contributo causale si può affermare che contribuire alla realizzazione di un reato implichi compartecipazione delittuosa e, pertanto, concorso nel commettere il reato stesso.

 
Continua la Suprema Corte, in sintesi affermando che siffatta evenienza non collide con la sfera dell’art. 4 poiché le due ipotesi attengono a distinti versamenti concettuali: uno afferente al gruppo in sé, l’altro, all’eventuale partecipazione e responsabilità di taluni suoi componenti. In altre parole, il gruppo organizzato può aver contribuito alla costituzione del sodalizio delittuoso senza che tutti i suoi componenti possano poi ritenersi partecipi o concorrenti esterni del reato associativo commesso in ambito nazionale. Trattasi di un principio affermato dalla elaborazione giurisprudenziale in tema di associazione per delinquere, in forza del quale la partecipazione ad una consorteria criminale non comporta in via automatica l’imputabilità a tutti i sodali dei reati-fine dalla stessa pianificati. Il riferimento non deve ritenersi poco pertinente ove si consideri che il gruppo criminale organizzato transnazionale può anche essere stato costituito in Italia ed avere qui sede operativa, restando, quindi soggetto alla giurisdizione nazionale. E’, dunque, pacifico che in materia di reati associativi, il ruolo di partecipe rivestito da taluno nell’ambito della struttura organizzativa criminale non è di per sé solo sufficiente a far presumere la sua automatica responsabilità per ogni delitto compiuto da altri nel quadro del programma criminoso, atteso che dei reati-fine rispondono soltanto coloro che materialmente o moralmente hanno dato un effettivo contributo, causalmente rilevante, volontario e consapevole all’attuazione della singola condotta criminosa, alla stregua dei comuni principi in tema di concorso di persone nel reato, essendo teoricamente esclusa dall’ordinamento vigente la configurazione di qualsiasi forma di anomala responsabilità di posizione o da riscontro d’ambiente.

 
Da tutto ciò discende la necessità di distinguere il contributo offerto dal gruppo criminale organizzato e la condotta che integra il reato comune, atteso che se i fatti si realizzassero nell’ambito di una condotta unica mancherebbe la ragion d’essere per ipotizzare la diversa e più grave lesione del bene protetto dalla norma.

 
Si avrebbe, allora, un’unica associazione per delinquere “transnazionale”, ossia una fattispecie complessa, secondo il paradigma dell’art. 84 c.p., comma 1, in cui la circostanza aggravante, corrispondente del resto, alla previsione della L. n. 146 del 2006, precedente all’art. 3 lett. c) verrebbe a porsi come elemento costitutivo del reato associativo transnazionale. Si tratterebbe, quindi, di una ordinaria associazione per delinquere cui inerisce lo speciale connotato della transnazionalità. E’ necessario, pertanto, accertare se e in che limiti il contributo di un gruppo organizzato transnazionale possa rappresentare, a sua volta, quella autonoma condotta aggravatrice rispetto alla stessa fattispecie associativa. Ciò posto, secondo le Sezioni unite, poiché quel contributo, ancorché realizzato in forma associativa deve integrare una condotta materialmente scissa da quella che è necessaria per realizzare la fattispecie-base, ecco che può affermarsi che l’aggravante in questione non risulta compatibile con la figura dell’associazione per delinquere in tutti i casi in cui le due condotte associative coincidano sul piano strutturale e funzionale, dando luogo ad un’unica associazione transnazionale. Per converso, laddove l’associazione per delinquere “stia in piedi da sola” nel senso che i relativi associati o parte di essi ed il programma criminoso prefisso realizzino il fatto-reato a prescindere da qualsiasi tipo di contributo esterno, si può ipotizzare come a tale condotta se ne possa affiancare altra, al fine di estendere le potenzialità del sodalizio in campo internazionale; con la conseguenza che, ove un siffatto contributo sia fornito da persone che in modo organizzato sono chiamate a prestare tale collaborazione, non potrà negarsi che il reato-base assuma dei connotati di intrinseca maggiore pericolosità, tale da giustificare l’applicazione dell’aggravante in questione. Il tutto, ovviamente, a prescindere dalla circostanza che il contributo offerto dal “gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato” renda poi quello stesso gruppo partecipe o concorrente nel reato associativo “comune”, posto che è proprio quel contributo a rappresentare il quid pluris che giustifica la ratio aggravatrice, che non può certo ritenersi assorbita dalle regole ordinarie sul concorso nei reati.

 
In definitiva, riepilogato il percorso logico e giuridico della Corte Suprema, la questione di diritto sottoposta alle stesse Sezioni Unite, viene sintetizzata nel seguente principio: ” la speciale aggravante della L. 16 marzo 2006, n. 146, art. 4, è applicabile al reato associativo, sempreché il gruppo criminale organizzato transnazionale non coincida con l’associazione stessa”.
Diventa, pertanto, fondamentale in ipotesi di contestazione della detta aggravante conoscere le dinamiche, le strutture e le compagini di società eventualmente interessate, onde poterne dare compiuta illustrazione e confutare la contestazione di detta aggravante, oltre che dei reati fine.

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