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Cassazione: “Chi modifica il totem per consentire la doppia contabilità è colpevole di frode informatica”

In: Cronache

19 gennaio 2016 - 12:26


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(Jamma) La Corte di Cassazione torna del merito della regolarità di apparecchi da gioco . Con un pronuncia del luglio scorso ha rigettato il ricorso contro la sentenza del tribunale di Legge che ha giudicato colpevole frode informatica un operatore. “Quanto al delitto di frode informatica, le censure mosse dalla difesa appaiono inammissibili per genericità, costituendo mera iterazione delle identiche doglianze già mosse dinanzi al Tribunale del riesame e puntualmente confutate nell’ordinanza impugnata, senza che il ricorrente abbia inteso confrontarsi con le argomentazioni sviluppate dai giudici di merito per disattenderne le tesi” scrivono i giudici . “In particolare, quanto alla piena ravvisabilità del reato di cui all’art. 640-ter cod. pen. con riguardo sia a dispositivi a premi – ex art. 110, comma 6, lett. a), T.U.L.P.S. – che a dispositivi da intrattenimento per i quali sia esclusa la possibilità di vincite – ex art. 110, comma 7, lett. c), T.U.L.P.S. – l’ordinanza oggetto di ricorso ha diffusamente richiamato le indicazioni della costante giurisprudenza di questa Corte ): indicazioni certamente applicabili al caso di specie, laddove risulta accertata la
fraudolenta modificazione e commercializzazione di dispositivi elettronici che
consentivano la creazione di una “doppia contabilità”.

Né può sussistere dubbio sulla individuazione dell’Erario quale soggetto passivo, atteso che «in tema di imposte sui redditi, costituiscono reddito imponibile i ricavi del gioco d’azzardo, i quali sono riconducibili alla categoria delle vincite dei giochi e delle scommesse prevista dall’art. 81, lettera d), del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, e devono quindi considerarsi assoggettati a tassazione ai sensi del successivo art. 83, anche in epoca anteriore all’entrata in vigore dell’art. 14, comma quarto, della legge 24 dicembre 1993, n. 537, il quale, nella parte in cui stabilisce che nelle categorie di reddito di cui all’art. 6, comma primo, del d.P.R. n. 917 del 1986 devono intendersi ricompresi, ove classificabili in tali categorie, i proventi derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo (se non già sottoposti a sequestro o confisca penale), costituisce interpretazione autentica della normativa contenuta nel d.P.R. n. 917 del 1986» (Cass. Civ., Sez. V, n. 16504 del 19/07/2006, Rv 592080).
1.3 Certamente inammissibile appare altresì il motivo di ricorso della difesa afferente la presunta mancanza di gravi indizi di colpevolezza a proposito del reato di cui all’art. 4 della legge n. 401/1989: a dispetto del prospettato interesse a contestare la ravvisabilità dei delitti ipotizzati (perché assunti quali reati fine di una associazione ex art. 416 cod. pen. ritenuta pur sempre configurabile), una eventuale pronuncia di questa Corte favorevole alla
ricostruzione difensiva dovrebbe comunque portare all’annullamento di un capo dell’ordinanza custodiale genetica che non risulta essere mai esistito.
In ogni caso, alle pagg. 13 e 14 della relativa motivazione, l’ordinanza impugnata risulta avere già chiarito che nel caso di specie non vi è alcuna possibilità di ravvisare meri illeciti contravvenzionali, al di là di quanto sottolineato dalla difesa in punto di carenza degli accertamenti compiuti sulle caratteristiche dei dispositivi; infatti, il Tribunale di Lecce evidenzia che, nel corso di intercettazioni telefoniche, più di un sodale si era manifestato
pienamente consapevole della illiceità dei “totem” proprio perché tali apparati
consentivano raccolte di scommesse”.

Leggi il testo integrale della sentenza

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