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Il gioco d’azzardo tra interessi economici, moralismo e allarme sociale

In: Casinò

3 febbraio 2012 - 18:58


anit

(Jamma) “Sale di livello ogni giorno di più l’ondata “anti-azzardo” che da qualche tempo attraversa il Paese, sintomo di un allarme sociale sempre più diffuso – si legge nell’editoriale dell’Anit-.Sindaci alle prese con problemi di ordine pubblico a causa della proliferazione delle slot machine;

operatori socio-sanitari che denunciano l’aumento delle sindromi ludopatiche come l’effetto di un’espansione incontrollata del gioco pubblico; parlamentari (politicamente trasversali) alla ricerca di soluzioni per arginare un fenomeno che presenta ancora molti lati oscuri (illegalità) e tante contraddizioni normative. La questione è sicuramente ingombrante.
Da una parte c’è chi – come il senatore del Pdl, Raffaele Lauro, crociato della trasparenza nel business dell’azzardo – arriva a minacciare il boicottaggio del decreto sulle liberalizzazioni del ministro Passera, “reo” di non aver specificato nel provvedimento «alcuna riserva per quanto riguarda questo tipo di attività, per cui diventa prevedibile una ulteriore ed aggressiva dilatazione del mercato del gioco, senza regole e senza controlli». Dall’altra, i soliti difensori d’ufficio degli interessi lobbistici preferiscono sottolineare la creazione di posti di lavoro che il settore è in grado di generare (aspetto tutt’altro che trascurabile ma da analizzare con attenzione). In mezzo, la terra di nessuno, occupata da un affastellamento di norme secondarie di non facile interpretazione, spesso confliggenti tra loro.
Tutti, però, sembrano convenire su un’eccessiva liberalizzazione delle attività di gioco, che obbliga gli stessi concessionari di stato a mantenere, almeno in questa fase, un basso profilo nella comunicazione, giudicata dai più estremamente pervasiva e poco attenta (in particolare nei confronti dei giovani) a quel concetto di “giusto consumo”, ossimoro-simbolo delle società cosiddette avanzate. Nessuno può obiettivamente sostenere che la diminuzione del numero dei fumatori sia l’effetto degli avvisi “mortali” riportati sul pacchetto delle sigarette. Appare invece più ragionevole supporre che ciò dipenda dall’introduzione del divieto di fumo nei locali pubblici. L’accostamento tra tabacco e gioco non è casuale. A parte gli interessi erariali, si tratta di prodotti “sensibili” (guarda caso entrambi di competenza dei Monopoli…): pericolosi se assunti in quantità e tuttavia “necessari” se si intendono come espressione delle libertà individuali (in verità ridotte ormai a simulacro di libertà).
Il limite tra le due posizioni è anche l’equivoco di un malinteso senso di modernità. Se da un lato si spinge sul consumo ad ogni costo per alimentare le dinamiche economiche, dall’altro si invita alla prudenza per non cadere nella trappola delle dipendenze (non solo del gioco d’azzardo) e del depauperamento (non solo economico). Un paradosso che ben rappresenta l’attuale agonia delle democrazie occidentali. Ma, per rimanere al gioco, non sarebbe più serio autorizzarne l’esercizio solo in alcuni ambienti, magari più equamente localizzati lungo la Penisola e lasciare che sia il mercato (realmente regolamentato) a dettarne le logiche industriali in un contesto competitivo ma non selvaggio?
Le nozze con i fichi secchi – si sa – non si fanno. Ma l’aspetto più grave è che, nell’attuale sistema, remore e contrappesi rischiano di apparire piuttosto vacue pruderie moralistiche. Ci sono ambiti in cui è impossibile coniugare crescita industriale e pace sociale. Qualche economista finalmente se n’è accorto e incomincia, sia pure timidamente, a farlo presente.

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