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Casinò di Venezia. Si vota la privatizzazione e i dipendenti sono pronti ad occupare il municipio

In: Casinò

19 aprile 2012 - 11:05


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Sanremo. Polemiche al Casinò per dipendenti di serie A e di serie B

 

(Jamma) Le polemiche sulla privatizzazione del casinò di Venezia non si placano. E’ prevista per oggi l’approvazione in Consiglio comunale della proposta di affidare ai privati la gestione della Casa da Gioco. E i dipendenti sono pronti a occupare il municipio e a riprendere gli scioperi a oltranza. Per superare i dubbi dei partiti di maggioranza, il sindaco Orsoni e il vicesindaco Sandro Simionato hanno proposto ieri alcuni correttivi alla delibera, anche in ottemperanza alle indicazioni dell’Avvocatura dello Stato. La principale riguarda le garanzie per i dipendenti, e poi una struttura di controllo («Board») autorevole ed efficace. Gestione ai privati, dunque, ma controllo pubblico. Sindacati sul piede di guerra.

E c’è anche chi, fra i 600 dipendenti del Casinò, pur attaccando duramente la scelta della privatizzazione, non condivide la politica sindacale degli ultimi giorni. «Non si può scioperare e basta, sono strumenti sindacali da anni Settanta. Bisogna far sapere alla gente le motivazioni della nostra protesta», spiega Massimo Frattin. Croupier, precisa, con la busta paga da 3 mila euro al mese. Frattini insieme ad Alberto Andreanelli, ex giocatore di basket della Reyer, ha raccolto un gruppo di colleghi e avviato la nuova strategìa di comunicazione. «Su di noi si dicono tante cose che non sono esatte», attacca, «È vero che prendiamo le mance, ma alla Casa da Gioco non costiamo molto. I superpagati sono pochi, dirigenti, quadri e qualche croupier anziano. Non è colpa nostra se la gestione non funziona e il rilancio non arriva. Ma se non si fanno investimenti, il rilancio non può arrivare». Prima «stranezza», racconta Frattini. «La nostra non è un’azienda in perdita. Abbiamo dato al Comune 53 milioni di euro. Solo che abbiamo guadagnato meno di quanto il Comune si aspettava e aveva previsto nel bilancio, cioè 75 milioni. Dico, si può vendere un’azienda che è patrimonio della città perchè si sono sbagliate le previsioni?»

Ma i costi del Casinò sono alti, a cominciare dal personale. Come ridurli? «L’ultima proposta era irricevibile», continua Frattin, «prevedeva che rinunciassimo alle malattie, introducessimo la reperibilità come i medici. Non è possibile. Ma forse si era già pensato di cedere l’azienda». E la crisi, innegabile, dei giochi? «Anche qui non si può continuare a puntare sulle slot che sono in picchiata, vista la concorrenza dei bar sotto casa. Bisogna trattare bene la clientela di lusso, aprire Ca’ Vendramin e i giochi tradizionali tutta la settimana, visto che nel week end la gente viene. Insomma, rilanciare si può. Perché abbiamo diminuito gli incassi, ma siamo sempre il primo Casinò d’Italia».

 

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