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Per La Ventura, ex presidente ASCOB, in Cassazione cadono definitivamente tutte le accuse per l’operazione “RISCHIA TUTTO”

In: Bingo

2 ottobre 2015 - 11:53


tribunale legge

(Jamma) – La Corte Suprema di Cassazione, prima sezione penale, ha pronunciato sentenza sul ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli nei confronti di La Ventura Vincenzo avverso l’ordinanza n. 5608/2013 del Tribunale della Libertà di napoli, del 22/07/2013. La Corte Suprema di Cassazione ha confermato che l’indagato non era risultato un mero Interposto a tutela di interessi altrui, ma un effettivo operatore del settore che, in forza della peculiare conoscenza del sistema di funzionamento delle sale bingo, intratteneva rapporti con molteplici persone, anche di dubbia moralità, interessate al suddetto settore, agendo egli per fini suoi personali e non per fare da schermo ad altri soggetti.

“Con ordinanza in data 22.7.2013 il Tribunale del riesarne di Napoli annullava l’ordinanza in data 31.5.2013 del GIP del Tribunale di Napoli con la quale nei confronti di LA VENTURA VINCENZO era stata disposta la custodia cautelare in carcere per i delitti di cui all’art. 12-quinqules legge 356/1992, aggravati dall’art.7 legge 203/1991 (capi 52, 54, 56 e 58), per aver accettato la fittizia intestazione di quote di società appartenenti ad esponenti di associazioni mafiose e camorristiche operanti nel campo del gioco d’azzardo, al fine di consentire a costoro di sottrarre tali beni, di cui erano gli effettivi proprietari, alla confisca; con l’aggravante di aver agito al fine di agevolare il clan del casalesi e l’associazione denominata Cosa Nostra; nonché per i collegati delitti di cui all’art. 648-ter c.p., aggravati come sopra (capi 53, 55, 57 e 59), perché, ponendo in essere le condotte di intestazione fittizia, reimpiegava nelle società i proventi derivanti ai reali proprietari delle stesse dall’appartenenza alle predette associazioni criminali.
Il Tribunale premetteva che il La Ventura era un imprenditore che operava nel settore delle sale bingo e, secondo l’accusa, si sarebbe prestato a riciclare ingenti somme di denaro derivanti da organizzazioni di stampo mafioso, siciliane e camorristiche.
L’accusa era stata formulata sulla base del contenuto di intercettazioni telefoniche, dalle quali risultava che l’indagato reperiva finanziamenti da Investire nella costituzione di società (Figli delle Stelle 3; Il Galletto Fortunato; Connecta Bingo; Jackpotalto) direttamente da soggetti inseriti in contesti mafiosi e camorristici…
(Omissis).
La presenza, quindi, del La Ventura in molte società gerenti sale bingo poteva logicamente rapportarsi al ruolo rivestito dal medesimo nell’associazione di categoria (era presidente dell’associazione per Il controllo delle sale bingo) e alla rete di contatti e di conoscenze che poteva sfruttare catalizzando soci e investitori.
Era dunque da escludersi che La Ventura Vincenzo fosse entrato nelle società di cui alle imputazioni come mero interposto, conseguentemente venivano meno anche le imputazioni accessorie di reimpiego di capitali di illecita provenienza, “ponendo in essere la condotta di fittizia intestazione”.
Avverso l’ordinanza ha proposto ricorso per cassazione la Procura della Repubblica di Napoli, chiedendone l’annullamento per errata Interpretazione dell’art. 12-quinquies della legge 356/1992.
Secondo il ricorrente, per la sussistenza del suddetto reato, non è necessario che l’interposto sia una mera testa di legno dell’interponente, e come tale privo di qualsiasi capacità gestionale o di autodeterminazione aziendale.
Nell’attuale realtà criminale, infatti, appartenenti ad organizzazioni mafiose e camorristiche affidano per il rimplego di capitali provenienti dalle attività delittuose dei sodalizi criminosi a persone abili e capaci di autonomia gestionale, ma comunque asserviti agli interessi degli esponenti delle associazioni criminali.
Peraltro, risultava illogico anche l’annullamento dell’imputazione di cui all’art. 648-ter c.p., in quanto era comunque risultato che il La Ventura aveva utilizzato proventi di provenienza illecita nelle attività delle sale bingo.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso non contiene alcuna specifica critica al contenuto dell’ordinanza impugnata.
Il Tribunale di sorveglianza aveva premesso che La Ventura Vincenzo, avendo rivestito la carica di presidente dell’ASCOB (Associazione per Il Controllo delle Sale Bingo), aveva intrattenuto numerosi rapporti con operatori del settore ed era riuscito a rilevare alcune società che si occupavano della gestione di numerose sale bingo in Italia.
Con riguardo al contenuto delle intercettazioni intercorse tra l’indagato e soggetti accusati di far parte del clan del casalesi, era risultato che il La Ventura non si fosse semplicemente prestato a fungere da prestanome di questi soggetti, ma una sua costante e fattiva partecipazione alle gestione di società alle quali erano interessati anche soggetti appartenenti al predetto clan.
Dopo aver esaminato il contenuto delle conversazioni intercettate …(omissis), il Tribunale aveva concluso che l’indagato non era risultato un mero interposto a tutela di interessi altrui, ma un effettivo operatore del settore che, in forza della peculiare conoscenza del sistema di funzionamento delle sale bingo, intratteneva rapporti con molteplici persone, anche di dubbia moralità, interessate al suddetto settore, agendo egli per fini suoi personali e non per fare da schermo ad altri soggetti.
Il Tribunale ha, Infine, ritenuto insussistente la gravità indiziaria anche in relazione al delitto di cui all’art.648-ter c.p., poiché detta accusa era stata contestata solo in relazione alla qualità di fittizio intestatario del La Ventura.
Il ricorrente ha enunciato un principio astrattamente accettabile, e cioè che non è necessario che l’interposto sia una mera testa di legno dell’interponente, e come tale privo di qualsiasi capacità gestionale o di autodeterminazione aziendale.
Ma non ha indicato alcun elemento, non considerato o travisato da parte del Tribunale, dal quale sarebbe risultato che il La Ventura era a conoscenza dell’appartenenza dei suddetti soggetti al clan dei casalesi e che si sarebbe prestato ad investire proventi di cui era consapevole della delittuosa provenienza.
Pertanto, essendo generici i motivi del Pubblico Ministero, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile”.

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