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Regolamentazione vs canalizzazione: perché il mercato legale non può battere il gambling illegale senza enforcement

Il mercato nero del gioco d’azzardo in Europa continua a crescere nonostante l’espansione delle licenze nazionali. Gli operatori legali investono miliardi in compliance, gli Stati incassano tasse crescenti, eppure i siti illegali prosperano. Qualcosa non quadra nella strategia di contrasto.

La risposta che emerse dal panel “How can Europe effectively tackle the growing illegal gambling epidemic?” a SiGMA Central Europe 2025 smontava una convinzione radicata tra i regolatori: che basti offrire un’alternativa legale attraente per assorbire naturalmente la domanda dal mercato nero. Questa filosofia, nota come canalizzazione, si scontra con una realtà economica e comportamentale molto più complessa di quanto i policy maker vogliano ammettere.

L’illusione della canalizzazione: quando il mercato legale non può competere

Matt Zarb-Cousin, cofondatore di Gamban, poneva la questione senza giri di parole. Il mercato illegale opera senza vincoli fiscali né normativi. Zero tasse sul volume di gioco, nessun obbligo di verifica dell’identità, margini operativi che gli operatori legali possono solo sognare. Il risultato? Un’asimmetria competitiva strutturale sul piano puramente commerciale.

Gli operatori autorizzati devono sostenere costi di licenza che in Italia, con il Riordino 2025, raggiungono i sette milioni di euro per una concessione novennale. Devono investire in sistemi antiriciclaggio, in piattaforme di gioco responsabile, in infrastrutture tecnologiche certificate. Pagano aliquote fiscali che variano dal 20% al 25% sul margine lordo, a seconda della verticale – per le scommesse sportive online si arriva al 24%, per bingo e skill games al 25%. Gli illegali? Nulla di tutto questo.

La teoria economica suggerirebbe che il premio di legalità – sicurezza delle transazioni, garanzia di pagamento delle vincite, assenza di rischi legali, dovrebbe compensare questi svantaggi. Nella pratica, però, per una fetta significativa di utenti questo premio non vale il trade-off. E qui casca l’asino: senza enforcement, la canalizzazione resta un esercizio teorico.

Il paradosso dell’autoesclusione: proteggere i vulnerabili li espone al mercato nero

Le giurisdizioni europee più avanzate hanno implementato registri nazionali di autoesclusione, GAMSTOP nel Regno Unito, Spelpaus in Svezia, il nuovo registro croato, strumenti che permettono ai giocatori problematici di bloccarsi preventivamente l’accesso a tutti gli operatori legali. In teoria, un meccanismo di protezione esemplare. In pratica, un database di potenziali clienti per il mercato illegale.

Il meccanismo è tanto semplice quanto cinico. Google dichiara ufficialmente di non vendere i dati personali degli utenti, ma il sistema di aste pubblicitarie Real-Time Bidding comporta comunque una condivisione massiva di informazioni comportamentali con centinaia di soggetti nell’ecosistema adtech. Quando un utente cerca informazioni sull’autoesclusione o interagisce con contenuti relativi al gioco responsabile, questi segnali vengono captati, profilati e monetizzati. Nel giro di giorni, lo stesso utente viene raggiunto da pubblicità di siti non autorizzati, spesso mascherati da contenuti editoriali o recensioni indipendenti.

Il giocatore autoescluso è, per definizione, già in difficoltà. Rappresenta un cliente ad alto lifetime value per chiunque riesca a convertirlo. Se il mercato legale lo respinge per proteggerlo, ma quello illegale lo corteggia attivamente, il risultato paradossale è che una misura di tutela diventa un canale di acquisizione per gli operatori senza scrupoli. Non proprio il tipo di effetto che i regolatori avevano in mente.

Filip Jelavic, segretario generale della Croatian Gaming Association, durante il panel aggiunse un tassello cruciale: il regolatore spesso sottovaluta quanto sia difficile per il giocatore comune distinguere un sito legale da uno illegale. L’utente medio non controlla la presenza del logo ADM o del numero di licenza. Cerca un’interfaccia familiare, quote competitive, metodi di pagamento veloci. Se tutto questo funziona, assume che sia legale. O meglio, non si pone nemmeno la domanda.

Il divario percettivo: cosa vede davvero il giocatore comune

E se il problema fosse proprio questo divario cognitivo tra come i regolatori pensano che funzioni il mercato e come i giocatori realmente si comportano? I primi ragionano in termini di compliance, autorizzazioni, framework normativi. I secondi vogliono disponibilità immediata del prodotto, esperienza utente fluida, varietà di opzioni di gioco.

Quando l’iter autorizzativo per nuovi giochi o aggiornamenti di piattaforma impiega mesi – in alcuni mercati come quello croato fino a un anno, come segnalato dallo stesso Jelavic – l’esito è scontato. Gli operatori illegali, che non devono attendere nessuna approvazione, offrono le novità istantaneamente. Slot machine con meccaniche innovative, live casino con dealer in alta definizione, scommesse su eventi di nicchia. Il mercato legale arriva sempre dopo, spesso quando l’hype si è già esaurito.

Questo ritardo non è un dettaglio tecnico. È un vantaggio competitivo strutturale per il mercato nero, alimentato, paradosso dei paradossi, dalla meticolosità dei processi di autorizzazione. Più si vuole controllare ogni aspetto del prodotto legale, più si rallenta l’innovazione, più si spinge il giocatore curioso verso chi quella verifica non la fa.

La lezione americana: supplementazione contro sostituzione

Per capire dove porta questa illusione della canalizzazione, basta guardare oltreoceano. Gli Stati Uniti offrono un case study illuminante su cosa succede quando si legalizza un mercato dopo decenni di restrizioni. Prima della sentenza Murphy v. NCAA del 2018, il PASPA (Professional and Amateur Sports Protection Act) vietava agli Stati di autorizzare le scommesse sportive, mentre il Wire Act e l’UIGEA regolavano i pagamenti online, creando un quadro frammentato tra normative federali e statali. Dopo la sentenza della Corte Suprema, circa quaranta Stati più il District of Columbia hanno introdotto forme di scommesse legali, con trentadue che offrono anche canali online.

Il risultato? Il mercato nero non è scomparso. Si è adattato. Zarb-Cousin lo definì un fenomeno di supplementazione piuttosto che di sostituzione. Il mercato legale ha creato nuova domanda, ha portato alla luce giocatori che prima non scommettevano affatto o lo facevano sporadicamente. Ma la base consolidata del mercato illegale – quella costruita in anni di monopolio de facto – è rimasta in gran parte intatta. I dati dell’American Gaming Association confermano che il gioco illegale e non regolamentato rappresenta ancora circa un terzo del mercato statunitense, con una quota rilevante di giocate su operatori offshore e bookie, e circa un giocatore su dieci che usa esclusivamente canali illegali. Le ragioni? Limiti di puntata più alti, assenza di verifica fiscale sulle vincite, prodotti di gioco vietati nelle giurisdizioni regolamentate.

In Europa il quadro è anche peggiore. Il report Yield Sec per la European Casino Association stima che nel 2024 il 71% del mercato online dell’Unione europea in termini di ricavi lordi sia finito su operatori non autorizzati, con oltre ottanta miliardi di ricavi lordi e circa venti miliardi di euro di gettito fiscale mancato. Questo scenario demolisce l’assunto che la mera esistenza di un’alternativa legale generi automaticamente migrazione dal mercato nero. Non basta aprire le porte del casinò legale se non si chiudono contemporaneamente quelle degli speakeasy digitali.

L’enforcement come imperativo strategico

Senza un’azione repressiva seria, coordinata e finanziata adeguatamente, il mercato illegale continuerà a prosperare indipendentemente dalla qualità dell’offerta legale. Il gioco d’azzardo non autorizzato dovrebbe essere trattato con la stessa determinazione riservata al traffico di stupefacenti o alla vendita di prodotti contraffatti.

Facile a dirsi, difficile a farsi. Oggi, nella maggior parte delle giurisdizioni europee, l’enforcement è affidato a unità sottodimensionate all’interno delle autorità di regolamentazione, con budget risibili e competenze spesso insufficienti. Le forze dell’ordine tradizionali non sono formate per comprendere le complessità del gioco online, i meccanismi di pagamento criptati, le infrastrutture tecniche distribuite su server esteri.

Servirebbe una task force specializzata, equipaggiata con strumenti di cyber investigation, con mandato esplicito di perseguire sia gli operatori illegali sia le reti di affiliazione che ne promuovono i servizi. Servirebbe cooperazione internazionale reale, non solo dichiarazioni di intenti, perché i server sono a Malta, i pagamenti passano per Cipro, il marketing viene gestito da agenzie a Londra o Dubai.

E soprattutto servirebbe la volontà politica di accettare che alzare gli standard nel mercato regolamentato ha senso solo se si impedisce concretamente ai giocatori di accedere alle alternative illegali. Altrimenti si crea semplicemente un sistema a due velocità, dove i giocatori più sofisticati o più disperati migrano verso chi offre di più e chiede di meno. La canalizzazione da sola è un’illusione. Senza enforcement, è solo un modo elegante per chiamare la resa.

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