Un imprenditore olandese-italiano è stato assolto con formula piena dall’accusa di riciclaggio nell’ambito di una indagine che ha provato a fare luce sui presunti legami tra criminalità organizzata e industria del gioco d’azzardo in Italia.
La decisione arriva da un tribunale di Reggio Calabria, che ha stabilito che Bruno Michieli non avrebbe “materialmente contribuito” a un presunto disegno volto a ripulire proventi criminali attraverso l’acquisizione, avvenuta nel 2017, di una società italiana specializzata in software e giochi da casinò, da parte del fondo olandese di private equity Ramphastos.
Secondo il giudice Antonino Foti, Michieli avrebbe agito esclusivamente come intermediario tecnico nell’operazione, senza rivestire un ruolo di decisore, né di promotore di condotte illecite. Un punto che, nella logica della sentenza, spezza l’equazione che spesso accompagna questo tipo di inchieste: la semplice presenza in un passaggio societario complesso non equivale automaticamente a una responsabilità penale.
Il procedimento si inserisce in un’indagine più ampia della Procura di Reggio Calabria, nata per verificare se alcuni investimenti nel settore del gambling potessero essere stati alimentati da capitali di provenienza illecita, con particolare attenzione a possibili circuiti riconducibili alla ‘ndrangheta. In questa cornice, gli inquirenti avevano ritenuto di avere elementi sufficienti per contestare il reato di riciclaggio al proprietario di Ramphastos Investments, il miliardario olandese Marcel Boekhoorn, e a due suoi collaboratori, oltre che allo stesso Michieli.
L’ipotesi accusatoria ruotava attorno all’acquisto dell’80 per cento della società italiana. Secondo i magistrati, una parte del denaro impiegato per finanziare l’operazione, circa 2,5 milioni di euro, sarebbe derivata da attività criminali attribuite a un ex manager del settore, già coinvolto in un altro dossier giudiziario connesso al mondo delle scommesse. La ricostruzione degli inquirenti sosteneva che tale soggetto avrebbe mantenuto un interesse economico occulto in una società olandese, pur non comparendo formalmente nei documenti societari.
La vicenda, infatti, non rappresentava un episodio isolato nel portafoglio del fondo. L’operazione era arrivata dopo un’altra acquisizione rilevante nel comparto, quella di un operatore di scommesse online, pagato circa 158 milioni di euro, i cui fondatori erano stati accusati di aver costruito l’impresa anche grazie a denaro e relazioni mafiose. In quel caso, gli ex vertici della società risultano tuttora in attesa di giudizio, mentre il fondo ha sempre sostenuto di essere estraneo alle condotte contestate e di non aver avuto consapevolezza delle eventuali irregolarità pregresse.
Proprio su questo punto si gioca una delle partite più complesse per la regolazione e la credibilità dell’intero settore: il confine tra investimenti legittimi e rischio di infiltrazione criminale. Il gioco d’azzardo, per sua natura, muove grandi flussi di denaro e presenta un’elevata capacità di generare liquidità, due caratteristiche che lo rendono da sempre un terreno appetibile per chi intende riciclare capitali. Il passaggio alla dimensione digitale, con piattaforme di scommesse online e società software, ha reso il quadro ancora più sofisticato. Le operazioni non avvengono più soltanto con sale fisiche o apparecchi sul territorio, ma con società tecnologiche, licenze, diritti di proprietà intellettuale e strutture societarie transnazionali.
In questo contesto, la sentenza che assolve Michieli offre uno spunto importante: il diritto penale richiede un contributo concreto e consapevole, non un coinvolgimento generico. La figura dell’intermediario, spesso presente nelle acquisizioni internazionali, può essere decisiva dal punto di vista operativo senza avere però un potere effettivo sulle scelte strategiche o sulla provenienza dei capitali. Il giudice ha ritenuto che fosse questo il caso, escludendo che Michieli avesse avuto un ruolo attivo nell’eventuale disegno di riciclaggio.
Resta però aperta, sullo sfondo, la questione più ampia che l’inchiesta ha portato alla luce: quanto sia difficile, nel gambling contemporaneo, distinguere in modo netto tra finanza, tecnologia e rischio criminale. Le acquisizioni nel settore, specie quando coinvolgono fondi esteri, sono spesso costruite su catene societarie complesse, quote di minoranza, veicoli di investimento e partecipazioni indirette. Elementi che possono essere perfettamente legittimi, ma che, se combinati con soggetti già attenzionati o con precedenti giudiziari, finiscono inevitabilmente per accendere i riflettori delle procure.
Il fondo olandese, dal canto suo, ha sempre respinto ogni accusa di irregolarità, dichiarando di operare nel rispetto delle regole e di collaborare pienamente con le autorità. In precedenti dichiarazioni, un portavoce aveva anche ammesso che l’investimento si era trasformato in un problema reputazionale, pur sostenendo che la società non avesse commesso illeciti.
L’assoluzione di Michieli, quindi, non chiude il capitolo dei rapporti tra gioco e criminalità organizzata, ma aggiunge un tassello significativo: nelle indagini su un settore ad alto rischio, la responsabilità penale non può essere costruita per “vicinanza” o per semplice partecipazione a un passaggio societario. Serve la prova di un contributo reale. Ed è su quel crinale, tra prevenzione e garanzie, che continuerà a giocarsi la partita più delicata del gambling italiano.







