Tre circuiti federali con posizioni divergenti. Un’agenzia che cambia direzione nel giro di settimane. Ingiunzioni concesse e poi revocate. Il mercato dei prediction markets negli Stati Uniti somiglia a un cantiere senza data di consegna. La domanda al centro è una sola: chi ha l’autorità di regolamentare il gioco d’azzardo in America? La risposta è già scritta nella Costituzione. Il nodo è che leggerla selettivamente è diventato, di fatto, la strategia di più di un soggetto.
La CFTC ha cambiato rotta. Il cambio non sposta il diritto
La Commodity Futures Trading Commission, l’agenzia federale che supervisiona i mercati derivati, ha attraversato negli ultimi dodici mesi una trasformazione difficile da ignorare. Il suo presidente, insediato dopo le elezioni del 2024, si è presentato davanti alla Commissione Agricoltura del Senato americano in posizione di neutralità dichiarata: non era suo compito esprimersi sui casi in corso, avrebbe lasciato fare ai tribunali. Settimane dopo, la CFTC depositava un amicus brief nel caso che coinvolge Crypto.com, schierandosi attivamente a favore delle piattaforme di prediction markets.
Chi si aspetta effetti giuridici immediati da questa inversione ha già frainteso il problema. L’opinione della CFTC — in un senso o nell’altro — non vincola la Corte Suprema degli Stati Uniti. Quando il caso arriverà in cima alla catena giudiziaria, i giudici valuteranno lo statuto istitutivo dell’agenzia, i precedenti legislativi e la dottrina costituzionale del federalismo. L’attivismo del chairman non sarà argomento.
È un punto che ha iniziato a circolare anche nelle sedi meno abituate al ragionamento costituzionale: i CEO di alcune delle principali società di gaming americane quotate, tra cui Caesars Entertainment e MGM Resorts, lo hanno sollevato nelle conference call con gli analisti nel secondo semestre del 2025. Il messaggio era che il nodo non riguarda la concorrenza tra piattaforme digitali e operatori tradizionali, ma il perimetro di competenza tra governo federale e stati, un ordine di grandezza diverso.
Kalshi opera quasi ovunque. Non perché ha vinto
Nel frattempo, le piattaforme di prediction markets funzionano in larga parte del territorio americano. Non perché la questione sia risolta, ma perché i meccanismi di enforcement statale, in assenza di cooperazione federale, sono strutturalmente limitati. Le ingiunzioni concesse contro gli stati che cercavano di bloccare Kalshi non significano che il prodotto sia stato dichiarato legale: significano che, in quella fase processuale, i giudici hanno ritenuto ci fosse probabilità sufficiente di vittoria nel merito da giustificare un’operatività provvisoria.
In Nevada, un’ingiunzione inizialmente accordata è stata poi revocata dallo stesso giudice, citando la necessità di tenere conto della nuova giurisprudenza emergente. In Tennessee è stata confermata. Nel circuito nord-orientale, quello che comprende il Maryland, la situazione è più restrittiva. Tre circuiti federali, tre posizioni diverse. Quello che accomuna le rispettive opinioni è il riconoscimento esplicito che si tratta di materia giuridicamente nuova, su cui il diritto consolidato non offre risposte dirette.
Per bloccare concretamente le operazioni di una piattaforma, fino a sequestri di server e procedimenti penali, gli stati dispongono di strumenti limitati in assenza di cooperazione federale. L’unico precedente di enforcement accelerato nel gaming digitale americano resta il Black Friday del 2011, quando il Dipartimento di Giustizia statunitense smantellò l’intera industria del poker online in pochi giorni, agendo in coordinamento con procure federali e istituzioni finanziarie. Nulla di comparabile è all’orizzonte oggi.
La posta vera è il federalismo, non il gambling
Qui sta la differenza che i media generalisti tendono a perdere. Il dibattito sui prediction markets non è un dibattito sul gioco d’azzardo. È un dibattito su quanto potere possa esercitare un’agenzia federale in un ambito storicamente riservato agli stati.
L’architettura costituzionale americana, quella dei Federalist Papers, del Decimo Emendamento, della tradizione che ha formato una maggioranza della Corte Suprema attuale, parte da un principio preciso: il governo federale ha solo i poteri che gli sono stati esplicitamente attribuiti; agli stati spetta tutto il resto. Il gioco d’azzardo è regolamentato a livello statale da prima che esistessero gli Stati Uniti d’America. Le leggi anti-gambling delle colonie derivavano direttamente dalla legislazione britannica vigente nei territori americani prima dell’indipendenza.
La posizione della CFTC presenta, in questo contesto, una debolezza strutturale. Nel quadro legislativo federale americano, il Congresso ha regolamentato il gambling interstato principalmente per via restrittiva, il Wire Act del 1961 sulle scommesse via rete, l’Unlawful Internet Gambling Enforcement Act del 2006 sui pagamenti online, con una sola eccezione autorizzativa esplicita: l’Interstate Horse Racing Act del 1978, che legittimò le scommesse ippiche interstate. È questo il modello che, secondo i principali giuristi del settore, la Corte Suprema utilizzerà come riferimento per stabilire se la CFTC può federalizzare i prediction markets senza un atto del Congresso.
La constatazione dell’analisi di Jamma.it sul quadro concessorio europeo, che la governance del gioco rimane strutturalmente statale anche nei sistemi più integrati, trova nel caso americano la sua conferma giuridica più diretta.
Il contesto italiano: lezione da non sprecare
Per gli operatori italiani che seguono la vicenda americana come spettatori lontani, c’è un rischio specifico: interpretare la visibilità crescente dei prediction markets come un segnale di legittimazione regolatoria imminente e costruire ipotesi di business su quella base.
In Italia, il sistema concessorio rappresenta da decenni il modello attraverso cui lo Stato ha mantenuto il controllo sul gioco pubblico, bilanciando apertura al mercato, gettito erariale e tutela del giocatore. L’ADM (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli) ha competenze definite e una tradizione di enforcement consolidata. In questo quadro, un prodotto che operasse in area grigia — non espressamente autorizzato, non espressamente vietato — incontrerebbe una risposta diversa da quella americana, dove il vuoto normativo ha consentito finora l’espansione di fatto delle piattaforme.
Il riordino in corso, con la revisione delle concessioni e la ridefinizione dei perimetri del gioco fisico e digitale, rende ancora meno probabile che in Italia si apra uno spazio per prodotti assimilabili ai prediction markets senza un intervento legislativo esplicito. Seguire quella dinamica americana serve agli operatori italiani per una ragione pratica: misurare quanto tempo impiega un sistema regolatorio maturo a rispondere a un prodotto che non rientra nelle categorie esistenti. Negli Stati Uniti la risposta richiede, per stessa ammissione dei giuristi coinvolti, almeno tre anni dalla prima contestazione formale.
La Corte Suprema deciderà. Il quando è incerto, il come meno
La risoluzione definitiva arriverà dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Alcuni analisti legali specializzati nel diritto del gaming collocano una possibile sentenza nel 2027; la proiezione più diffusa sposta la data al 2028, tenendo conto dei tempi necessari perché almeno un circuito federale produca un’opinione abbastanza rilevante da accelerare la revisione da parte della Corte.
Nel frattempo, diversi stati stanno valutando o hanno già approvato leggi che vietano esplicitamente i prediction markets. Dal punto di vista strettamente giuridico, queste leggi sono in larga parte ridondanti: gli stati hanno già l’autorità di vietare il gioco non autorizzato, e applicare la normativa esistente sarebbe sufficiente. Legiferare di nuovo serve più a mandare un segnale politico che a creare un argine reale.
La conferenza annuale dell’International Masters of Gaming Law, svoltasi a Washington DC alla fine di aprile 2026, sede scelta deliberatamente per la prossimità alle istituzioni federali coinvolte, ha registrato l’assenza del presidente della CFTC, che aveva ricevuto un invito formale. Confrontarsi con i principali giuristi del gaming mondiale su una posizione che cambia ogni trimestre è, evidentemente, un esercizio che il chairman ha preferito evitare.
La domanda che i board degli operatori internazionali dovrebbero porre ai propri team legali non è se i prediction markets diventeranno un mercato regolato. Probabilmente lo diventeranno, in una forma o in un’altra. La domanda è: quando la Corte Suprema stabilirà che serve un atto del Congresso per arrivarci, quante risorse saranno già state allocate su un’ipotesi costruita sull’opinione di un’agenzia che la Corte stessa, a quel punto, considererà irrilevante?







