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Prediction market, Kalshi rilancia: “È un gioco di abilità, non una scommessa”. Ma il dibattito resta aperto

I prediction market sono un gioco di abilità, non una forma di scommessa tradizionale. È questa la tesi ribadita dal cofondatore e amministratore delegato di Kalshi, Tarek Mansour, intervenuto nel corso di un evento a Washington per difendere il modello della piattaforma mentre negli Stati Uniti e in Europa continua il confronto sulla natura giuridica di questi strumenti.

Le dichiarazioni arrivano in un momento di forte crescita del settore. Grazie anche alla visibilità ottenuta durante i Mondiali di calcio 2026, Kalshi è diventata una delle applicazioni finanziarie più scaricate negli Stati Uniti, mentre aumentano contemporaneamente le critiche da parte dell’industria del gioco, degli esperti di salute pubblica e di diversi regolatori.

Nel corso dell’intervista, Mansour ha affrontato uno dei temi più delicati: la maggior parte degli utenti perde denaro nel lungo periodo.

“Qual è l’aspettativa? Che vincano il 50% degli utenti e perda l’altro 50%? Se fosse così, basterebbe lanciare una moneta”, ha affermato. “Questo è un gioco di abilità. È un mercato altamente competitivo dove le persone competono tra loro”. Secondo il CEO di Kalshi, proprio il fatto che non tutti riescano a ottenere risultati positivi dimostrerebbe la presenza di una componente tecnica e analitica, analoga a quella dei mercati finanziari. Per sostenere questa impostazione, Mansour ha paragonato i prediction market agli hedge fund e allo sport professionistico.

“Quanti fondi riescono ogni anno a battere l’indice S&P 500? Non certo la metà. E quante squadre vincono il campionato NBA? Una sola. Per essere competitivi serve studio, ricerca ed esperienza.”

Un paragone che punta a spostare il dibattito dalla casualità all’abilità individuale, elemento che da tempo rappresenta uno dei principali argomenti utilizzati dalle piattaforme di prediction market per distinguersi dalle tradizionali scommesse sportive. Il confronto con i bookmaker occupa infatti una parte centrale della strategia comunicativa di Kalshi. Mansour sostiene che circa il 96% degli scommettitori finisca per perdere nel lungo periodo, anche perché molti operatori autorizzati limitano o chiudono i conti degli utenti più esperti e profittevoli. Nei prediction market, invece, secondo il manager, chi dedica tempo allo studio degli eventi e sviluppa competenze analitiche può continuare a operare senza essere penalizzato.

Da qui un’altra differenza rivendicata dalla società: il modello “peer-to-peer”.

Kalshi si presenta infatti come un mercato nel quale gli utenti negoziano contratti tra loro, mentre la piattaforma svolge il ruolo di intermediario senza assumere direttamente il rischio tipico del bookmaker. Secondo Mansour, tra il 25% e il 33% degli utenti riesce a chiudere un anno in profitto, una percentuale che, a suo giudizio, confermerebbe la natura skill-based dell’attività.

Questa impostazione, tuttavia, continua a essere contestata.

Negli Stati Uniti diversi esperti di salute pubblica ritengono che i prediction market presentino dinamiche molto simili a quelle del gioco d’azzardo e possano favorire comportamenti problematici. L’industria dei casinò e delle scommesse accusa inoltre piattaforme come Kalshi di beneficiare di un regime regolatorio diverso rispetto agli operatori del gambling tradizionale.

Le polemiche riguardano anche i possibili rischi di insider trading e le implicazioni etiche dei mercati costruiti su guerre, elezioni, crisi geopolitiche o altri eventi di particolare impatto sociale.

Negli ultimi mesi non sono mancati casi giudiziari. Negli Stati Uniti un dipendente di Google è stato incriminato con l’accusa di aver utilizzato informazioni riservate dell’azienda per effettuare operazioni su Polymarket. In Israele, invece, un militare e un civile sono stati accusati di aver sfruttato informazioni classificate relative a possibili operazioni militari per negoziare contratti sulla stessa piattaforma. Anche il quadro regolatorio resta in evoluzione.

Intervenendo allo stesso evento di Washington, il presidente della Commodity Futures Trading Commission (CFTC), Michael Selig, ha ribadito che la competenza sulla regolazione dei contratti derivati appartiene esclusivamente all’autorità federale, respingendo i tentativi di alcuni Stati americani di intervenire autonomamente sul settore.

Parallelamente cresce anche il confronto internazionale. In Europa diversi regolatori hanno già qualificato i prediction market come forme di gioco non autorizzato, mentre durante i Mondiali di calcio la sponsorizzazione FIFA di ADI Predictstreet ha aperto un nuovo fronte sul tema della promozione transfrontaliera di piattaforme non autorizzate in numerosi Paesi membri.

Il dibattito, dunque, va ben oltre la terminologia utilizzata dalle piattaforme. Definire i prediction market un “gioco di abilità” anziché una “scommessa” non rappresenta soltanto una scelta comunicativa, ma tocca il cuore della loro qualificazione giuridica e regolatoria. È proprio da questa distinzione che dipenderà, nei prossimi anni, il modo in cui tali operatori saranno disciplinati nei diversi ordinamenti e il rapporto con il settore del gioco pubblico regolamentato.

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