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Mondiali 2026 senza Italia: oltre 30 milioni per la FIGC e un buco fino a 600 milioni nel mercato scommesse

La mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali 2026 non è soltanto una battuta d’arresto sportiva. È, a tutti gli effetti, un evento economico rilevante, con effetti che si propagano ben oltre la FIGC e arrivano a toccare uno dei settori più sensibili alla partecipazione emotiva del pubblico: quello delle scommesse.

Il dato più immediato riguarda la Federazione: oltre 30 milioni di euro di ricavi diretti sfumati tra premi FIFA, sponsorizzazioni e attività commerciali. Ma fermarsi qui significa perdere il quadro reale. Le analisi sul sistema calcio stimano un impatto che supera i 100 milioni di euro, mentre l’indotto complessivo – tra consumi, pubblicità e attività correlate – può salire fino a diverse centinaia di milioni.

È però nel betting che emerge una delle componenti più interessanti, e meno raccontate, di questo danno.

Il Mondiale rappresenta uno dei momenti di massima intensità per il mercato delle scommesse sportive. In Italia, un torneo di questo tipo può generare tra 1,5 e 2 miliardi di euro di raccolta. Ma questa cifra non è “garantita”: dipende in modo decisivo dalla presenza della Nazionale. Le partite dell’Italia attivano un pubblico molto più ampio rispetto al bacino abituale degli scommettitori, spingendo volumi, frequenza di gioco e valore medio delle giocate.

Quando la Nazionale manca, il sistema non si ferma, ma cambia ritmo. E per capire quanto, è utile guardare cosa è successo altrove.

Negli Stati Uniti, la mancata qualificazione ai Mondiali 2018 ha rappresentato un caso di studio molto analizzato. Il mercato delle scommesse sportive era appena stato liberalizzato e il torneo ha comunque generato circa 400 milioni di dollari di raccolta legale. Tuttavia, secondo le stime dell’American Gaming Association e di diversi analisti di settore, la presenza degli USA avrebbe potuto spingere il volume oltre i 500 milioni. In altre parole, l’assenza della nazionale ha comportato una perdita potenziale nell’ordine dei 100 milioni di dollari, con un incremento mancato stimato tra il 20% e il 30%. Non si è trattato solo di meno scommesse sulle partite degli Stati Uniti, ma di un minor coinvolgimento complessivo sul torneo.

Uno schema simile si è osservato nei Paesi Bassi nello stesso anno. L’Olanda, tradizionalmente molto seguita, non si qualifica per Russia 2018 e gli operatori registrano un calo significativo rispetto agli Europei del 2016, quando la nazionale era presente. Le analisi di mercato indicano una riduzione tra il 15% e il 25% in termini di traffico e volumi. Il dato più rilevante riguarda il comportamento degli utenti: meno scommesse live, meno multiple e soprattutto una forte contrazione degli utenti occasionali, cioè quelli che entrano nel mercato proprio durante i grandi eventi.

Il caso della Germania, sempre nel 2018, aggiunge un ulteriore elemento. Qui la nazionale c’è, ma viene eliminata subito nella fase a gironi. Gli operatori tedeschi registrano un calo netto delle scommesse già nelle fasi successive del torneo. Il Mondiale perde rapidamente appeal interno, confermando che non è sufficiente la presenza formale della squadra: è la sua permanenza nella competizione a sostenere l’interesse e, di conseguenza, i volumi di gioco.

Questi tre casi, letti insieme, restituiscono un’indicazione chiara: l’assenza della nazionale, o la sua uscita precoce, può ridurre il valore del mercato betting legato a un grande torneo tra il 20% e il 30%.

Applicando questo parametro al contesto italiano, il quadro diventa concreto. Su una raccolta potenziale di circa 1,5–2 miliardi di euro per il Mondiale, la mancata qualificazione potrebbe tradursi in una perdita compresa tra i 300 e i 600 milioni di euro. In termini di margine per gli operatori, si parla di circa 30–60 milioni di euro.

L’impatto si riflette inevitabilmente anche sul gettito fiscale. Poiché le scommesse sono tassate sul margine, lo Stato perderebbe tra i 5 e i 12 milioni di euro di entrate dirette. A questi si sommano effetti indiretti: minori consumi nelle agenzie, meno attività nei punti vendita, minore traffico verso altri prodotti di gioco. Nel complesso, la perdita fiscale può arrivare a sfiorare i 20–25 milioni di euro.

Ma il vero nodo è un altro. Il Mondiale è uno dei pochi momenti in cui il betting esce dalla sua dimensione abituale e diventa fenomeno di massa. È lì che entrano nuovi utenti, che si riattivano quelli occasionali e che si genera il picco di valore per l’intero settore. Senza l’Italia, questo meccanismo si indebolisce. Non si smette di scommettere, ma lo si fa meno, con meno intensità e con un coinvolgimento ridotto.

È questo effetto, più che il dato immediato, a rappresentare il danno reale. Un danno che non si esaurisce nelle settimane del torneo, ma che rischia di trascinarsi nel tempo, incidendo sulla capacità del mercato di crescere e rinnovarsi.

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