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Legalità in Gioco, Caramiello (sociologo): “Il gioco è un fenomeno umano, lo Stato deve evitarne la deriva”

Si è svolta l’iniziativa promossa dall’On. Mauro D’Attis dal titolo “Legalità in Gioco”, una presentazione speciale di Fortune Italia dedicata al rapporto tra gioco, legalità, regolamentazione e tutela sociale. Al centro del confronto il contributo del professor Luigi Caramiello (in foto), docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università Federico II di Napoli, che ha proposto una lettura del fenomeno del gioco come realtà complessa, distinguendo con decisione tra la sua dimensione naturale e quella patologica.

In apertura del suo intervento, Caramiello ha ringraziato il direttore di Fortune Italia, Massimo Maris Amorosini, per l’invito, sottolineando come il tema rappresenti da anni uno dei principali oggetti dei suoi studi. Il docente ha ricordato le numerose pubblicazioni dedicate al gioco e il percorso di ricerca avviato già con il volume La droga della modernità del 2003, nel quale aveva affrontato il tema delle dipendenze attraverso un approccio sociologico analogo.

Il professore ha invitato a distinguere il fenomeno dal problema, evidenziando che il gioco non coincide automaticamente con una condizione patologica. «L’Homo sapiens è l’unica specie che continua a giocare per tutta la vita», ha spiegato, osservando come il rischio, la scommessa e la costruzione di aspettative accompagnino molte attività umane. Dall’agricoltore che affida il raccolto alle condizioni climatiche fino all’investitore che acquista azioni in Borsa, passando per il voto politico, ogni scelta contiene una componente di incertezza che rende il gioco una dimensione strutturale dell’esistenza.

Secondo Caramiello, proprio perché il gioco è un elemento naturale della vita sociale, non può essere lasciato privo di regole. Il docente ha sostenuto che alcuni fenomeni, come il gioco o le droghe, non possono essere trattati come semplici merci, poiché racchiudono fattori capaci di produrre dipendenze, squilibri e costi sociali rilevanti. Da qui la necessità di una regolamentazione pubblica che non persegua l’illusione di eliminare il fenomeno, ma che ne limiti le conseguenze più pericolose. Per spiegare questo concetto ha richiamato l’immagine delle dighe della dinastia Ming: strutture forse imperfette, ma indispensabili per contenere le piene. Allo stesso modo, le norme rappresentano strumenti di contenimento delle derive, non la soluzione definitiva all’esistenza del fenomeno.

Un passaggio centrale dell’intervento ha riguardato la definizione del gioco come “anestesia sociale”. Caramiello ha spiegato che l’anestetico è uno strumento che allevia il dolore e che, nella storia delle società, spesso il vero problema non è rappresentato dalla sostanza o dal comportamento in sé, ma dal disagio che esso cerca di attenuare. Richiamando l’esempio dell’alcolismo durante la trasformazione dalla società contadina a quella industriale, ha osservato che l’alcol rappresentava il rimedio a un profondo sradicamento sociale, non la causa originaria del malessere.

Applicando lo stesso schema interpretativo al gioco, il sociologo ha sostenuto che esso rappresenta «la medicina della speranza», un meccanismo attraverso il quale le persone tentano di rendere sopportabile il disagio, il fallimento o l’incertezza del vivere. In questa prospettiva il gioco assume la funzione di un anestetico sociale, capace di alimentare aspettative concrete, a differenza di altre forme di consolazione fondate esclusivamente sulla fede. Per Caramiello il gioco diventa così una sorta di religione laica a sfondo materialistico, alimentata dalla possibilità reale, anche se remotissima, di una vincita.

Il docente ha affrontato anche il tema della cosiddetta asimmetria cognitiva, evidenziando come il giocatore non disponga mai di tutte le informazioni necessarie per effettuare una scelta pienamente razionale. La teoria economica presuppone infatti una conoscenza completa delle variabili, condizione impossibile in un sistema dominato dalla casualità. Le probabilità di vincita risultano estremamente ridotte e il rapporto tra la raccolta complessiva e le somme restituite ai giocatori è strutturalmente sbilanciato. Per questo Caramiello ha definito il gioco una forma di «tassazione volontaria», nella quale il successo di pochi alimenta le aspettative di milioni di persone.

Nel corso dell’incontro è stato affrontato anche il rapporto tra crisi economica e diffusione del gioco. Il sociologo ha evidenziato come le ricerche mostrino una crescita della propensione al gioco nelle fasi di stagnazione economica, quando diminuiscono le opportunità di miglioramento attraverso il lavoro, l’impresa o gli investimenti produttivi. In questi contesti, la speranza di cambiare la propria condizione tende a spostarsi verso il cosiddetto “colpo di fortuna”, coinvolgendo soprattutto le fasce sociali più fragili.

Caramiello ha inoltre invitato a riflettere criticamente sul concetto di ludopatia, osservando come spesso il giudizio sociale cambi in base alla condizione economica del giocatore. Se una persona benestante impiega ingenti risorse nel gioco, viene generalmente considerata libera di esercitare una scelta personale; quando invece è un soggetto economicamente fragile a compromettere il proprio reddito, interviene la definizione patologica e l’azione dello Stato. Una contraddizione che, secondo il docente, impone una riflessione più ampia sul ruolo delle istituzioni nel governo del fenomeno.

Ampio spazio è stato dedicato anche al contrasto del gioco illegale, definito dal professore una priorità per la tutela della legalità e della collettività. Se il gioco è un fenomeno universale e il diritto a giocare non può essere negato, ha spiegato, esso deve necessariamente essere regolato attraverso il sistema concessorio dello Stato. Il circuito illegale, oltre a sottrarre risorse economiche alla collettività, alimenta una cultura della tolleranza verso l’illegalità e rafforza i circuiti criminali.

Secondo Caramiello, il contrasto non può limitarsi alla sola repressione da parte di Guardia di Finanza, magistratura e autorità competenti. Occorre sviluppare anche una maggiore consapevolezza civica. Il cittadino deve sapere se il denaro speso nel gioco legale contribuisce a finanziare servizi pubblici, come ospedali, scuole o infrastrutture, oppure se finisce nelle casse della criminalità organizzata. Questa consapevolezza rappresenta uno strumento fondamentale per rafforzare il senso di responsabilità individuale.

Infine, il docente ha sottolineato che la credibilità delle istituzioni costituisce uno degli elementi decisivi nella lotta al gioco illegale. Quando i cittadini percepiscono che le risorse raccolte vengono realmente investite per migliorare sanità, istruzione e servizi pubblici, cresce la fiducia nello Stato e si riduce lo spazio sociale dell’illegalità. Un meccanismo che, secondo Caramiello, produce effetti indiretti ma determinanti nel consolidare il rapporto tra istituzioni democratiche e comunità.

Redazione Jamma
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