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Gioco under 25, Castiglioni (ricercatrice): “Serve più tutela e un cambio di paradigma”

All’Italian Gaming Expo & Conference 2026 in corso a Roma, il panel “Il gioco responsabile e under 25: contesto e strategia d’intervento” ha acceso il dibattito su una delle sfide più rilevanti per l’intero comparto del gaming. Al centro dell’attenzione, il contributo di Cinzia Castiglioni, ricercatrice dell’Università Cattolica di Milano, che ha presentato i risultati di uno studio dedicato ai comportamenti, alle motivazioni e ai rischi legati al gioco nella fascia tra i 18 e i 25 anni.

La ricerca, condotta insieme al professor Lozza e in collaborazione con una fondazione di settore, si è basata su un campione rappresentativo di oltre 1.300 giovani italiani. Uno dei dati più significativi emersi riguarda la diffusione del fenomeno: il 41% degli intervistati ha dichiarato di aver giocato almeno una volta negli ultimi tre mesi. Proiettato sull’intera popolazione di riferimento, questo dato equivale a circa 1,9 milioni di under 25 coinvolti nel gioco, su un totale stimato di 18 milioni di giocatori in Italia.

Dal punto di vista demografico, permane una prevalenza maschile, ma con un divario meno marcato rispetto alla popolazione generale. Un segnale che indica una crescente partecipazione femminile, soprattutto tra i più giovani, e che contribuisce a ridefinire il profilo del giocatore contemporaneo.

L’analisi dei comportamenti evidenzia una forte propensione verso il digitale: il 52% dei giovani gioca prevalentemente o esclusivamente online. Tuttavia, una quota significativa, circa un quarto, continua a frequentare punti fisici, confermando la persistenza di una dimensione sociale del gioco.

Tra le tipologie più diffuse emergono i gratta e vinci e le scommesse sportive, spesso considerate una porta d’ingresso al settore. Il gioco, inoltre, avviene frequentemente in compagnia, con amici o familiari, rafforzando il suo ruolo come attività condivisa.

Uno degli aspetti più critici evidenziati dalla ricerca riguarda la percezione dei rischi. I giocatori tendono sistematicamente a sottostimare le possibili conseguenze negative del gioco e, allo stesso tempo, a ridimensionare il ruolo della fortuna, attribuendo maggiore peso alle proprie capacità personali. Un elemento che, secondo Castiglioni, rappresenta un fattore chiave su cui intervenire in ottica preventiva.

Particolarmente significativo anche il dato sull’esordio precoce: il 22% degli intervistati ha dichiarato di aver iniziato a giocare prima della maggiore età. Una percentuale che potrebbe essere persino sottostimata e che viene interpretata come un possibile campanello d’allarme culturale, legato anche al desiderio di accesso anticipato a comportamenti percepiti come “adulti”.

Sul fronte della consapevolezza, lo studio evidenzia come il concetto di gioco responsabile sia ancora poco diffuso. Solo circa la metà del campione ne ha familiarità, percentuale che sale al 64% tra i giocatori, ma resta comunque lontana da una conoscenza capillare.

Ancora più limitata è la conoscenza degli strumenti concreti di prevenzione, come limiti di spesa, notifiche o servizi di supporto, raramente riconosciuti dagli intervistati. Nonostante ciò, emerge un dato positivo: circa la metà dei giocatori si dichiara interessata a ricevere maggiori informazioni sul tema.

Un elemento di criticità riguarda anche la percezione del concetto stesso di gioco responsabile: una parte significativa dei giovani lo considera inefficace o lo interpreta come una strategia comunicativa delle aziende, segnalando la necessità di rafforzarne credibilità e impatto.

Nelle conclusioni, Castiglioni ha sottolineato la necessità di un cambio di paradigma. Non basta invitare i giovani a “giocare responsabilmente”, perché questo approccio rischia di scaricare interamente sull’individuo il peso della prevenzione. Serve invece una strategia condivisa che coinvolga operatori, istituzioni, famiglie e tutti gli attori del sistema.

Un aspetto cruciale riguarda anche il contesto sociale: se il gioco nasce spesso come attività di gruppo, i comportamenti problematici tendono a svilupparsi in isolamento, senza il supporto di reti relazionali. Da qui l’importanza di creare spazi di ascolto e strumenti di intervento accessibili e riconoscibili.

Il panel dell’IGE ha così evidenziato come il tema del gioco under 25 non possa essere affrontato solo in chiave normativa o individuale, ma richieda un approccio sistemico. La sfida, come emerso dall’intervento della ricercatrice, è costruire un modello di prevenzione più efficace, capace di intercettare i giovani prima che il rischio si trasformi in problema.

Redazione Jamma
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