Il 7 e l’8 luglio si sono svolte le prime audizioni presso la Commissione Finanze del Senato per l’esame del DDL AS 1595. Sono state audite: l’Associazione Gestori Scommesse Italia in rappresentanza della quale è intervenuto Pasquale Chiacchio, A.N.T.I.C.O associazione del comparto dei preziosi con il suo Presidente Nunzio Ragno, Assoutenti, rappresentanti dei commercialisti e consulenti del lavoro e dulcis in fundo anche l’ABI ( associazione bancaria italiana ).
“L’ABI – scrive Antonio Guitto, vicepresidente AGSI – è stata molto critica nei confronti di questo provvedimento che prevede l’obbligo di apertura dei conti correnti a chiunque ne faccia richiesta, sia cittadino sia impresa, consentendone il rifiuto esclusivamente per motivi di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo, da comunicare in forma scritta entro dieci giorni dalla richiesta, e imponendo inoltre alla banca di non poter recedere unilateralmente dal rapporto di conto corrente in presenza di saldi attivi. Ricordiamo che il DDL AS 1595 è stato approvato all’unanimità dalla Camera dei Deputati il 24 luglio 2025.
L’ABI ritiene che il provvedimento comprometta la natura di impresa privata degli istituti di credito e sostiene che i casi di imprese alle quali viene rifiutata l’apertura di un conto corrente rappresentino un fenomeno del tutto marginale.

Da queste dichiarazioni dissentiamo totalmente. Ogni giorno arrivano segnalazioni di imprenditori che lamentano il rifiuto delle banche di intrattenere rapporti con gli operatori del settore dei giochi legali. Non è un caso che, in occasione di Enada 2025, l’AGSI si sia fatta promotrice di una raccolta firme sul tema dell’ostracismo bancario, che in poche settimane ha raggiunto circa 5.000 sottoscrizioni. Il de-risking ingiustificato, applicato per il solo fatto di appartenere a una categoria ritenuta genericamente a rischio, continua a essere adottato dagli istituti di credito. Non è bastata neppure l’approvazione del Decreto Asset (D.L. n. 104/2023, art. 12-bis), che impone alle banche di effettuare un’analisi del rischio sul singolo operatore e non di escludere aprioristicamente un’intera categoria.
Una soluzione pragmatica di compromesso potrebbe essere quella del conto di base business. Non un obbligo generalizzato di apertura del conto corrente, ma l’obbligo, richiesto dallo Stato (MEF), per tutte le aziende registrate nel Paese di disporre di un conto corrente aziendale. Ciò favorirebbe la transizione digitale e migliorerebbe la trasparenza fiscale.
Il modello belga, nel quale il conto di base business è regolato per legge, consente di effettuare le operazioni bancarie essenziali per la gestione quotidiana dell’attività:
- apertura, gestione e chiusura del conto corrente;
- numero illimitato di transazioni elettroniche;
- esecuzione di bonifici SEPA e addebiti diretti;
- deposito e prelievo di contanti tramite ATM.
Potrebbe essere una soluzione accettabile per consentire alle imprese legali e autorizzate dallo Stato di accedere a un conto corrente aziendale, mitigando il potere interdittivo del sistema bancario.
Del resto, in un mondo sempre più digitalizzato, è un diritto universale di ogni cittadino e di ogni impresa non essere marginalizzato né rimanere indietro.”







