Un sistema criminale capace di coniugare il business delle scommesse con il controllo del territorio, utilizzando società intestate a prestanome, centri scommesse, estorsioni e consulenze professionali per reinvestire e occultare i proventi illeciti. È il quadro ricostruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli nell’inchiesta coordinata con la Guardia di Finanza di Castellammare di Stabia, sfociata in cinque arresti in carcere, tre ai domiciliari e nell’iscrizione di altre persone nel registro degli indagati.
Secondo l’ordinanza del gip, il gruppo avrebbe costruito un articolato sistema economico tra Castellammare di Stabia, Gragnano, Sant’Antonio Abate, la Penisola Sorrentina e l’area dei Monti Lattari, reinvestendo capitali nel settore delle scommesse sportive, legali e clandestine, e degli apparecchi da intrattenimento. L’organizzazione, secondo gli investigatori, avrebbe operato sotto la protezione del clan D’Alessandro, avvalendosi anche della collaborazione di professionisti e prestanome.
L’indagine è partita da una segnalazione secondo cui il sodalizio stava tornando a investire nel comparto del gioco. I finanzieri hanno quindi monitorato le nuove partite IVA aperte con il codice ATECO relativo ai servizi connessi a lotterie e scommesse, individuando attività commerciali – tra cui CTD, internet point, tabaccherie e bar – ritenute utilizzate per raccogliere giocate attraverso circuiti paralleli o bookmaker esteri privi delle autorizzazioni previste dalla normativa italiana.
Al centro dell’inchiesta è finita anche una società di scommesse con sede legale a Gragnano e operativa a Sant’Antonio Abate. Formalmente intestata a due giovani, sarebbe stata in realtà gestita, secondo l’accusa, da A.D.S. e M.L., già coinvolti in precedenti vicende giudiziarie. Nel giro di pochi anni la società avrebbe ampliato la propria presenza nella Penisola Sorrentina, attirando anche quattro Segnalazioni di Operazioni Sospette (SOS) trasmesse dall’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia.
Le intercettazioni rappresentano uno degli elementi centrali dell’impianto accusatorio. In una riunione registrata nel marzo 2024, gli investigatori documentano il tentativo di A.D.S. e M.L. di ottenere l’intervento del presunto vertice del gruppo per risolvere una controversia economica con il gestore di un’agenzia di scommesse, facendo leva sul potere intimidatorio dell’organizzazione.
L’ordinanza attribuisce inoltre un ruolo di supporto a un commercialista, indicato con le iniziali G.C., che avrebbe suggerito soluzioni giuridiche e contabili per proteggere le società da eventuali sequestri e, secondo gli inquirenti, avrebbe prospettato operazioni contabili artificiose in vista di incontri con operatori del settore a Malta.
Quando l’attenzione investigativa si è concentrata sulla società, le quote sarebbero state cedute a un giovane, identificato come A.A., per appena mille euro. Secondo la Guardia di Finanza, si sarebbe trattato di un prestanome privo di adeguata capacità economica, utilizzato per schermare gli effettivi proprietari dalle misure di prevenzione patrimoniale.
Le indagini descrivono inoltre una rete composta da diverse società distribuite tra Castellammare di Stabia, Gragnano, Sant’Antonio Abate, Sorrento e San Marzano sul Sarno, attraverso le quali sarebbero state gestite anche scommesse telefoniche e via WhatsApp con pagamento a credito, mediante operazioni frazionate per ridurre il rischio di segnalazioni antiriciclaggio.
L’inchiesta non riguarda però soltanto il business del gioco. Secondo la DDA, il controllo del territorio si sarebbe manifestato anche attraverso estorsioni ai danni di commercianti. In occasione di San Valentino, alcuni esercenti sarebbero stati costretti ad acquistare confezioni regalo da un’imprenditrice indicata dall’organizzazione. In una delle conversazioni intercettate, F.D.P.A. rassicura la donna promettendole: «Ti devo far diventare la più grande rappresentante da Sorrento a Castellammare».
Un altro episodio riguarda la promozione della Juve Stabia in Serie B. Secondo l’accusa, il titolare di un ristorante sarebbe stato costretto a rivolgersi a una ditta vicina all’organizzazione per gli addobbi celebrativi del locale.
Secondo il gip, il radicamento del clan sul territorio avrebbe consentito di affiancare alle tradizionali attività estorsive un sistema economico fondato sul controllo delle agenzie di scommesse, sul riciclaggio e sull’utilizzo di società di copertura. Le accuse formulate dalla Procura dovranno ora essere verificate nel corso del processo, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza.







