Difesa delle piccole e medie imprese del comparto, tutela dei posti di lavoro e richiesta di un confronto politico che finora – denuncia – non c’è stato. È un intervento netto quello di Francesco Gatti (in foto al centro), vicepresidente di Sapar, che intervenuto al convegno “Le nuove regole del gioco tra riordino e nuovi bandi a tutela di legalità, giocatori, imprese, occupazione ed entrate erariali”, organizzato alla Camera da LCD – Liberali Cristiano Democratici (Gruppo parlamentare Lega), ha posto al centro del dibattito la condizione delle aziende che operano nel settore degli apparecchi da intrattenimento e le criticità legate all’evoluzione normativa in corso.
Gatti ha richiamato la storia del comparto, ricordando come negli ultimi vent’anni il settore sia profondamente cambiato: dall’epoca dei videopoker al sistema regolato delle AWP, le cosiddette “macchine da gioco”, che hanno rappresentato per anni il cuore dell’attività di migliaia di imprese distribuite capillarmente su tutto il territorio nazionale. Un comparto che, ha sottolineato, ha garantito occupazione e investimenti, ma che nel tempo è stato oggetto di interventi restrittivi spesso ispirati – a suo dire – più da logiche demagogiche che da un’analisi complessiva del fenomeno.
“Le limitazioni hanno colpito in modo mirato una sola tipologia di prodotto, quello distribuito attraverso le macchine”, ha osservato. Al contrario, altre forme di gioco – dai Gratta e Vinci alle scommesse, fino all’online – non sono state sottoposte allo stesso livello di pressione politica e normativa. Una disparità che, secondo Sapar, ha finito per alterare il mercato senza incidere realmente sulle dinamiche della domanda.
A sostegno di questa tesi, Gatti ha citato un dato significativo: oggi la larga maggioranza dei giocatori che si dichiarano problematici o dipendenti non indica nelle AWP o nelle VLT la principale causa, ma fa riferimento a prodotti come i Gratta e Vinci, le scommesse – anche online – e altre forme di gioco a distanza. “Continuare a combattere una battaglia ideologica contro le macchine – ha affermato – significa concentrare l’attenzione su un bersaglio che non è più centrale nella realtà del fenomeno”.
Il cuore dell’intervento ha però riguardato le prospettive future del settore, in particolare alla luce delle nuove regole e delle ipotesi di riordino. Se il quadro dovesse prevedere un ulteriore irrigidimento fiscale – con prelievi che, in alcuni casi, arriverebbero fino al 40% del margine – il rischio, secondo Gatti, sarebbe quello di creare barriere all’ingresso insostenibili per le imprese di dimensioni medio-piccole. In un simile scenario, ha avvertito, solo grandi gruppi con forte capacità finanziaria potrebbero permettersi di partecipare e investire, con il pericolo di una progressiva concentrazione del mercato.
“Noi vogliamo continuare a lavorare”, ha detto, parlando a nome di imprenditori che in questi anni hanno consolidato competenze e radicamento territoriale. “Chiediamo di poter restare nel settore, di poter partecipare ai processi di riforma, ma serve un quadro che consenta alle nostre aziende e ai nostri dipendenti di avere un futuro”.
Il passaggio più critico ha riguardato il rapporto con le istituzioni. Secondo Gatti, negli ultimi mesi sarebbe mancato un vero tavolo di confronto con le parti sociali. “Non è pensabile intervenire su un settore che coinvolge 50-60 mila lavoratori senza ascoltare chi lo rappresenta”, ha affermato, definendo “una follia” l’assenza di interlocuzione strutturata. I decreti legislativi, ha ricordato, prevedono pareri parlamentari non vincolanti: per questo, il lavoro da fare ora è soprattutto politico, più che tecnico.
Gatti ha denunciato una distanza crescente tra amministrazione e operatori, parlando di norme elaborate in ambiti tecnici difficili da interpretare e calate dall’alto senza un reale confronto. “Le decisioni che vengono prese hanno ricadute dirette sulla vita delle persone: sulle famiglie, sugli stipendi, sugli anni di sacrifici di chi ha investito in questo comparto”.
Da qui la richiesta formale di aprire un tavolo di lavoro stabile con governo e Parlamento, per discutere non solo di aliquote e concessioni, ma del modello complessivo di regolazione. L’obiettivo dichiarato non è sottrarsi alle regole, ma contribuire a costruirle in modo equilibrato, evitando che il riordino si traduca in una espulsione silenziosa delle imprese italiane a vantaggio di soggetti più strutturati sul piano finanziario.
L’intervento si è chiuso con un appello alla politica affinché chiarisca quale sia la visione per il settore: se vi sia la volontà di mantenere e valorizzare un tessuto imprenditoriale diffuso e nazionale, oppure se la direzione sia quella di una progressiva concentrazione. Una domanda che, nel pieno del processo di riforma del gioco pubblico, resta centrale per migliaia di aziende e lavoratori in attesa di risposte.







