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Industria gioco lecito: sfida di efficienza per il sistema – Italia e non una caccia alle streghe

In: Apparecchi Intrattenimento, Associazioni, Personaggi

16 maggio 2012 - 11:53


fabio_schiavolin

editoriale di Fabio Schiavolin

 

(Jamma) “Il “sogno degli italiani” – dichiara Fabio Schiavolin, AD Cogetech, nell’editoriale pubblicato sul sito di ACADI – è diventato un incubo. O, almeno, così dicono i titoli dei giornali. Il gioco è  diventato una droga, lo Stato si è trasformato in un biscazziere spietato, i luoghi del gioco – bar, sale giochi, internet – in gironi danteschi. Una triste sconfitta per operatori e giocatori: accusati e ghettizzati ingiustamente.

In Italia il gioco è solo “pubblico”, controllato e autorizzato dalle istituzioni. Il gioco illegale, seppure ancora presente, è stato messo ai margini, oserei dire sconfitto. O quasi. E questo risultato è stato ottenuto grazie a una partnership virtuosa tra istituzioni e privati imprenditori, tra chi controlla e chi ha il coraggio di fare impresa. Io sono uno dei coraggiosi che ha scommesso su questo settore e sulla capacità dello Stato di creare un sistema legale, trasparente e attrattivo per l’impresa, capace di tutelare i consumatori garantendo regole e certezze.

Oggi, invece di elogiare questo sforzo, l’accusa è pesante: il gioco è una piaga sociale e crea dipendenza con un fenomeno che sembrerebbe essere in crescente ascesa. Accuse facili ma anche basate su giudizi a volte affrettati o privi di dati statistici e sanitari ufficiali. Accuse che non parlano di soluzioni concrete ma solo di medievali “caccie alle streghe nei confronti degli operatori del gioco”.

E’ utile ricordare come il settore degli apparecchi da intrattenimento (369.769 slot/awp e 38.482 videoterminali VLT) nasca più di nove anni fa per eliminare gli oltre 800mila videopoker dislocati sul territorio nazionale. Un fenomeno che il Ministero del Tesoro aveva denunciato come emergenziale per l’ordine pubblico e la convivenza civile (mancavano regole tecniche, amministrative, fiscali).

Nove anni fa nessuno parlava del gioco illegale e dei suoi potenziali effetti sulla salute. Come se l’illegalità volesse dire assenza del fenomeno. Sarebbe lecito domandarsi il perché di quel “silenzio” mediatico e il perché di tanto clamore in queste settimane. Forse all’epoca era scomodo confrontarsi con le organizzazioni malavitose. Oggi invece sembrerebbe facile: il bersaglio è un comparto industriale che ha il torto di essere cresciuto, di essere legale, di contribuire in modo importante al bilancio dello stato e di dare regole certe al giocatore italiano. Assurdo, vero?

Nessuno vuole negare che il gioco abbia un qualche impatto sulla struttura della società civile. La dimensione ludica è stata nei secoli una variabile importante per la vita di una comunità. Come ogni aspetto, però, della vita sociale credo sia opportuno giudicarlo non per i suoi eccessi. Il sesso può creare dipendenza (il 6% degli italiani secondo la Società Italiana di Intervento sulle Patologie ne è dipendente), lo shopping crea dipendenza (il 3% degli italiani soffre di disturbo da acquisto impulsivo), così come l’uso di internet (il 5% della popolazione), e così via. In tutti i casi si pensa che il disturbo risieda nel soggetto e non nell’oggetto e che la soluzione sia curare il soggetto ed educarlo verso queste dipendenze. Nessuno pensa di criminalizzare il sesso o l’uso eccessivo del pc o del telefonino.

Perché deve essere diverso per il gioco? Personalmente non ne vedo alcun motivo razionale. Tutti noi operatori siamo, invece, in prima linea per aiutare il giocatore a non cadere in questi fenomeni di dipendenza. Tre, a mio avviso, sono le aree di principale intervento: informazione sui rischi, professionalità nell’erogazione del servizio, responsabilità nella promozione. Attraverso l’informazione si educa l’utenza a comprendere il ruolo che il gioco lecito può assumere nell’ambito delle scelte di svago e intrattenimento, rappresentando la pericolosità connessa all’abuso, ma anche il piacere connesso a un utilizzo consapevole.

Attraverso la professionalità si crea la competenza degli operatori a riconoscere i fenomeni di “eccesso” all’interno dei punti vendita, cui la legge dovrà riconoscere anche specifiche abilitazioni in tema d’intervento sull’utente e di allerta delle istituzioni.

Attraverso la responsabilità nella promozione si limita l’effetto “fascinazione”, soprattutto verso le fasce di pubblico più deboli, giovani in primis. Ben venga dunque l’applicazione, da parte di tutti gli operatori del gioco pubblico, del recente codice di autoregolamentazione sulla pubblicità, presentato e proposto dalla Federazione Sistema Gioco Italia.

 

In conclusione.

Non serve demonizzare il nostro settore, la caccia alle streghe ha il solo obiettivo di distruggere e ridare spazio di manovra all’illegalità. Occorre, invece, ritrovare lo spirito di quella partnership tra pubblico e privato (tra interessi pubblici e privati) alla base della nascita del comparto del gioco lecito. In molti oggi “lavorano” per metterci contro: da un lato lo Stato, dall’altro il settore dei giochi. E’ un suicidio. Per entrambi. Dobbiamo, invece, ritrovare il coraggio di lavorare insieme nel mettere a fattore comune le esperienze fatte fino ad oggi, individuare le responsabilità di ciascuno per migliorare la prevenzione e il necessario supporto ai comportamenti di dipendenza. Se non ritroviamo lo spirito di quell’antico patto, contrapponendo le istituzioni e il settore privato, i danni saranno ingenti per tutti e i giocatori ne saranno le prime vittime”.

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