Nel dibattito sul futuro del gioco pubblico si inserisce il contributo di Emmanuele Cangianelli, che propone un’analisi lucida e largamente condivisibile dell’attuale situazione del settore. Al centro della riflessione c’è il modello concessorio scelto dallo Stato italiano, non come semplice meccanismo di raccolta economica, ma come strumento di governo, controllo e tutela di un settore delicato.
Dopo aver richiamato il valore e gli obiettivi del sistema concessorio, Cangianelli entra nel merito degli ultimi sviluppi normativi, denunciando l’affermazione di quella che definisce una “scorciatoia mentale”: se il gioco è percepito come negativo, allora va ristretto. Un approccio che, se applicato in modo meccanico, rischia di produrre un effetto collaterale rilevante: la perdita di una parte essenziale della funzione pubblica del sistema, ovvero la capacità di presidio sul territorio.
Il tema del presidio emerge come centrale anche nel confronto sulla salute dei giocatori, infatti, se è davvero la priorità del regolatore, il momento decisivo è quello del contatto diretto tra consumatore e venditore. È lì che la presenza dello Stato deve essere più forte, attraverso controllo, responsabilizzazione e strumenti di tutela in grado di prevenire eccessi e distorsioni. Spostare il baricentro esclusivamente su logiche economiche e finanziarie rischia di riportare il sistema a un’impostazione precedente alla legge Balduzzi, quando le motivazioni di ordine pubblico ed economico prevalevano su ogni altra considerazione.
Le prime indiscrezioni sul riordino del gioco fisico sembrano invece muoversi in una direzione diversa. Si parla di blocchi di diritti dai costi rilevanti, della possibilità di concentrare fino al 40% del mercato in capo a una singola organizzazione, di una crescente meccanizzazione e automazione dell’offerta. Alla tecnologia verrebbe affidata gran parte della responsabilità del “gioco sicuro”, con un’enfasi particolare sull’obbligo di formazione per chi gestisce il rapporto con il giocatore.
Questo impianto sembra però trascurare un elemento fondamentale: l’offerta di gioco, per quanto discussa, è un mestiere complesso, che si fonda sulle competenze e sulla responsabilità delle persone. Ridurre una rete di esercizi pubblici a un semplice pacchetto di diritti significa dimenticare il valore umano e professionale di chi opera quotidianamente sul territorio. In nome di una necessità economica, il rischio è quello di privilegiare il conto economico a scapito della qualità del servizio, della responsabilità sociale e dell’affidamento reale dello Stato verso i terzi incaricati della raccolta.
Tra questi soggetti ci sono figure che hanno dimostrato nel tempo affidabilità e senso del dovere, come accaduto durante il periodo delle restrizioni legate al Covid. Eppure, nelle ipotesi di riordino, non vengono nemmeno citati. È il caso dei tabaccai, anch’essi titolari di una concessione statale, che rischiano di essere inclusi indistintamente in un pacchetto di diritti, senza alcuna valorizzazione della professionalità e della qualità del servizio offerto.
Non si tratta di stabilire gerarchie tra categorie, ma di riconoscere che il miglioramento del gioco pubblico passa dalla considerazione di tutti i terzi incaricati della raccolta, indipendentemente dal possesso di altre concessioni. Sono loro, infatti, a intercettare per primi i segnali di un gioco eccessivo, a rendersi conto quando un cliente spende più di quanto possa permettersi, a impedire l’accesso ai minori, a cogliere il gradimento o meno di un prodotto, a segnalare anomalie tecniche o operative.
Eppure, nel nuovo scenario ipotizzato, questi operatori rischiano di essere relegati a semplici esecutori, privati di responsabilità dirette nella proposta in offerta e trasformati di fatto da imprenditori a dipendenti. Una contraddizione evidente, se si considera che sono proprio loro a finire nel mirino dell’opinione pubblica e delle restrizioni normative locali quando emergono casi di dipendenza o di abuso. È a loro che si rivolge la rabbia delle famiglie, sono loro che subiscono le sanzioni dagli enti locali e sono loro che finiscono in prima pagina quando il gioco d’azzardo viene messo alla gogna.
Un riordino che voglia davvero migliorare il gioco pubblico non può prescindere da questa realtà e dal ruolo centrale del presidio umano sul territorio. Ignorarlo significherebbe indebolire il sistema proprio nel punto in cui dovrebbe essere più forte.







