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Riordino del gioco fisico, vincita slot a 200 euro, PREU: cosa c’è di vero nella tempesta scatenata da un ordine del giorno al Senato

A ICE Barcellona 2026 non servivano slide o panel ufficiali per capire quale fosse l’argomento che davvero teneva banco nei corridoi. Bastava ascoltare le conversazioni tra produttori, gestori e concessionari che guardano – direttamente o indirettamente – al mercato italiano. La domanda era sempre la stessa, declinata in mille sfumature: è vero che le AWP potrebbero tornare più “forti”? Davvero si parla di raddoppiare la vincita massima da 100 a 200 euro e il costo massimo della partita da 1 a 2 euro? O siamo di fronte all’ennesima voce, buona per alimentare aspettative e timori, ma destinata a sgonfiarsi?

A far esplodere il dibattito è stato un articolo apparso sulla stampa generalista nazionale, con un titolo che lasciava intendere molto più di quanto il testo, in realtà, contenesse. Il riferimento era all’ordine del giorno approvato dal Senato lo scorso dicembre, a prima firma Claudio Lotito, nel corso dell’esame della Legge di Bilancio 2026. Un atto parlamentare che, va detto subito, non ha valore normativo vincolante, ma che ha trasformato una proposta emendativa sul comparto delle AWP in un impegno politico formale del Governo. Un segnale, non una riforma. Ma in un settore abituato da anni a navigare nel silenzio o nell’immobilismo, anche un segnale può diventare una scossa.

Il contesto in cui nasce quell’ordine del giorno è tutt’altro che secondario. I numeri parlano chiaro e raccontano una crisi strutturale del gioco fisico. La raccolta delle AWP è passata dai circa 24 miliardi del 2018 a una previsione di poco più di 15 miliardi nel 2026. Nel frattempo, il PREU è aumentato fino al 24 per cento, senza però arginare il calo del gettito, che anzi – secondo le stime ufficiali – ha prodotto una perdita cumulata di circa 900 milioni di euro. Un paradosso che il legislatore non può più ignorare: più tasse, meno raccolta, meno entrate e un mercato sempre meno presidiato.

Dentro questo quadro si inserisce il ragionamento politico espresso dal Senato. L’ordine del giorno riconosce apertamente che l’attuale assetto delle AWP ha perso competitività. La riduzione del payout minimo al 65 per cento e il tetto di vincita fermo a 100 euro hanno reso il prodotto legale meno attrattivo rispetto all’online autorizzato e, soprattutto, rispetto all’offerta illegale, che prospera proprio dove il gioco pubblico arretra. Non è una resa culturale, ma una presa d’atto economica e di sistema.

Da qui l’invito al Governo a valutare misure “tampone”, transitorie, che possano restituire equilibrio al comparto. Tra queste, l’ipotesi di certificare nuovi apparecchi con payout almeno al 70 per cento e vincita massima fino a 200 euro. Ed è qui che nasce la tempesta. Perché nel titolo dell’articolo che ha fatto il giro delle chat di settore, quell’ipotesi diventa quasi una decisione presa. Un “rompere gli indugi” che, nella realtà dei fatti, non c’è ancora.

Cosa c’è dunque di vero? Ad oggi, molto poco sul piano delle certezze. Il testo del decreto di riordino del gioco terrestre su cui stanno lavorando il MEF e l’ADM è ancora in costruzione. Sappiamo che dovrà passare dalla Conferenza Stato-Regioni e che i tempi sono stretti, perché la delega fiscale scade ad agosto. Sappiamo anche che, come sempre accade in queste fasi, le rappresentanze di produttori, gestori e concessionari stanno cercando di far valere le proprie posizioni. Ma non esiste, allo stato, alcuna norma approvata che modifichi automaticamente vincite e puntate delle AWP. Qualche dubbio invece sulle presunte rassicurazioni già arrivate dal ‘decisore’, ovvero rappresentati del ministero e del regolatore al settore per tramite di qualcuno, circa le modifiche di cui stiamo parlando. Come non pensare anche in questo caso del classico caso in cui la voce non nasce da una fonte ma da un’eco: tutti dicono di averla sentita da qualcuno, nessuno sa dire chi l’abbia messa in giro per primo né quando abbia davvero iniziato a circolare.

Eppure l’interesse è enorme. Per i produttori, perché un cambio di parametri significherebbe ripensare il parco macchine e farsi trovare pronti. Per i gestori, divisi tra chi vede nella maggiore attrattività una possibilità di sopravvivenza e chi teme un ulteriore irrigidimento regolatorio o fiscale. Per i concessionari di rete, che devono già fare i conti con le incognite del prossimo bando e con un modello economico sempre più fragile. In questo scenario, ogni parola pesa, ogni titolo viene scomposto, ogni ordine del giorno diventa terreno di speculazione.

Il punto, però, è un altro. L’ordine del giorno del Senato non impone nulla, ma racconta un cambio di clima. Per la prima volta dopo anni, il legislatore ammette che il declino del gioco fisico non è un effetto collaterale accettabile, ma un problema da affrontare. Che difendere la legalità significa anche rendere il prodotto legale sostenibile e competitivo. Che continuare a comprimere payout e vincite senza una visione complessiva produce solo squilibri.

La domanda, allora, non è se domani mattina le slot pagheranno 200 euro. La vera domanda è se il riordino del gioco terrestre avrà il coraggio di uscire dalla logica emergenziale e affrontare il nodo di fondo: come tenere insieme gettito, salute pubblica, presidio del territorio e tenuta industriale di un comparto che, piaccia o no, esiste e continuerà a esistere. Per ora, di certo, c’è solo una cosa: la partita è aperta, e il rumore che si sente non è quello di una riforma già scritta, ma quello di un settore che è fortemente preoccupato e che sa che in un clima come questo decisioni non opportunamente ponderate possono essergli fatali.

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