Tra gli elementi emersi nella maxi inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari figura anche un presunto sistema di controllo del territorio che avrebbe interessato il settore delle slot machine. Secondo l’ipotesi accusatoria, per poter installare apparecchi da gioco nei pubblici esercizi di alcuni comuni della provincia non sarebbe bastato un accordo commerciale con gli esercenti, ma sarebbe stato necessario ottenere anche il via libera dei clan operanti nelle diverse aree.
Le indagini descrivono un modello nel quale la forza intimidatrice delle organizzazioni criminali si sarebbe tradotta in una vera e propria rendita economica. In cambio della possibilità di operare senza interferenze, gli imprenditori del settore avrebbero riconosciuto ai gruppi mafiosi una quota fissa per ogni apparecchio installato.
Secondo le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, l’installazione di una quindicina di slot machine a Bitonto senza un preventivo accordo con il clan ritenuto dominante sul territorio avrebbe provocato una forte reazione da parte dell’organizzazione criminale. La richiesta sarebbe stata netta: raggiungere un’intesa economica oppure rimuovere gli apparecchi, con il rischio che venissero danneggiati o distrutti.
Per evitare un’escalation sarebbe stato organizzato un incontro tra i referenti del gruppo imprenditoriale e quelli del clan locale. Secondo la ricostruzione degli investigatori, durante il confronto si sarebbe raggiunto un accordo che prevedeva il pagamento di 100 euro a settimana per ciascuna slot machine installata, somma da corrispondere in occasione dello “scarico” delle macchine, cioè dell’apertura per il conteggio degli incassi.
Per gli inquirenti non si sarebbe trattato di un caso isolato, ma di un sistema replicato anche in altri territori della provincia, dove il controllo criminale avrebbe consentito ai clan di ottenere una quota fissa sull’attività delle slot senza gestirle direttamente.
Le dichiarazioni del collaboratore avrebbero trovato un primo riscontro nelle verifiche effettuate dagli investigatori attraverso i dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM). Dagli accertamenti sarebbe infatti emerso che, tra il 2008 e il 2014, una società riconducibile al gruppo imprenditoriale coinvolto nell’inchiesta aveva effettivamente installato apparecchi da gioco in diversi esercizi pubblici della città . La Procura precisa tuttavia che tali riscontri documentano esclusivamente la presenza delle macchine sul territorio e non comportano alcuna contestazione nei confronti dei titolari dei locali che le ospitavano.
Il quadro delineato dagli investigatori descrive quindi un presunto sistema nel quale il controllo mafioso del territorio avrebbe inciso anche sul mercato del gioco pubblico, imponendo, secondo l’accusa, un costo aggiuntivo agli operatori che intendevano svolgere la propria attività . Le contestazioni rappresentano l’ipotesi accusatoria accolta dal Gip nella fase cautelare e dovranno essere verificate nel corso del processo, nel rispetto della presunzione di innocenza degli indagati.






