Cerca nel sito
Facebook Twitter Youtube RSS
 

Il Tar Lombardia boccia il regolamento anti-slot del comune di Brescia

In: Apparecchi Intrattenimento, Diritto, Newslot, Videolottery

11 giugno 2012 - 11:43


sentenza_tar1

Lecce. 20mila euro di sanzioni per sei slot machine illegali

 

(Jamma) Il regolamento anti slot del comune di Brescia, volto a prevenire l’insorgere di fenomeni di ludopatia tra la popolazione più giovane, intralcia la libera iniziativa economica senza eliminare il rischio che il problema sia trasferito in altre zone. “Problemi di grande spessore sociale come quello rappresentato non possono essere unilateralmente risolti inibendo una tipologia di iniziativa economica”: queste le parole dei giudici del Tar Lombardia nell’accogliere il ricorso di un punto vendita Intralot Italia srl.

Nel settembre 2011, infatti il questore di Brescia aveva negato il rilascio della licenza per l’installazione di vlt al centro scommesse perché l’ubicazione richiesta ricadeva nel contesto urbano oggetto di riqualificazione, tutelato dall’amministrazione locale secondo quanto stabilito dal regolamento relativo al funzionamento di sale pubbliche da gioco. L’autorità di pubblica sicurezza non poteva non tenere conto della disposizione vincolante introdotta dal Comune.

“Questo Tribunale – hanno spiegato i giudici del Tribunale Lombardo – ha osservato che le sacrosante esigenze invocate dall’amministrazione comunale risultano meritevoli di tutela in rapporto alle condizioni di fatto in cui operano i singoli esercizi e alle eventuali nuove istanze di trasferimento, mentre un aprioristico divieto tout court esige un’indagine analitica di ogni Via e Piazza interessata ed un esame comparativo delle attività ivi presenti e della composizione della popolazione residente, alla luce degli accertamenti compiuti dagli organi di vigilanza. E’ altresì doveroso osservare che problemi di grande spessore sociale come quello rappresentato nella relazione comunale non possono essere unilateralmente risolti inibendo una tipologia di iniziativa economica.

E’ pur vero che il fenomeno del vizio del gioco è negli ultimi tempi sempre più all’attenzione delle autorità legislative ed amministrative. Recentemente la Provincia di Bolzano ha introdotto per via legislativa il divieto di autorizzazione delle sale da giochi o di attrazione ove siano ubicate nelle vicinanze (in un raggio di 300 metri) “Istituti scolastici, centri giovanili o altri istituti frequentati principalmente da giovani, o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio assistenziale”.

Nel riconoscere la competenza legislativa della Provincia, la Corte costituzionale ha affermato di recente che dette disposizioni sono dichiaratamente finalizzate a tutelare i soggetti ritenuti maggiormente vulnerabili, o per la giovane età o perché bisognosi di cure di tipo sanitario o socio assistenziale, e a prevenire forme di gioco cosiddetto compulsivo, nonché ad evitare effetti pregiudizievoli per il contesto urbano, la viabilità e la quiete pubblica – Ha aggiunto la Corte che – la tutela dei minori non è prerogativa della legislazione esclusiva statale poiché “le disposizioni censurate hanno riguardo a situazioni che non necessariamente implicano un concreto pericolo di commissione di fatti penalmente illeciti o di turbativa dell’ordine pubblico … preoccupandosi, piuttosto, delle conseguenze sociali dell’offerta dei giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli. Le disposizioni impugnate, infatti, non incidono direttamente sulla individuazione ed installazione dei giochi leciti, ma su fattori (quali la prossimità a determinati luoghi e la pubblicità) che potrebbero, da un canto, indurre al gioco un pubblico costituito da soggetti psicologicamente più vulnerabili od immaturi.

Ciò premesso – hanno continuato i giudici – l’intervento dell’autorità deve contemplare un accurato bilanciamento tra valori ugualmente sensibili (il diritto alla salute e l’iniziativa economica privata), sulla scorta di approfondite indagini sulla realtà sociale della zona e sui quartieri limitrofi, con l’acquisizione di dati ed informazioni – il più possibile dettagliati ed aggiornati – su tendenze ed abitudini dei soggetti coinvolti.

Ebbene l’atto deliberativo – proseguono – difetta di riferimenti ad indicatori statistici e dati numerici sui fenomeni descritti, e non elimina il rischio che in tal modo il problema sia soltanto “trasferito” in altre zone più periferiche, con la conseguenza che la compressione delle attività imprenditoriali non sarebbe accompagnata da effetti positivi sulla riduzione del rischio “dipendenza” per i minori.

Il lodevole obiettivo della prevenzione – hanno concluso in accoglimento di istanza – può essere perseguito con misure aggiuntive ove queste siano assistite da una serie di elementi probanti capaci di giustificare una così drastica scelta come quella in concreto adottata”.

Commenta su Facebook


Realizzazione sito