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L’Avvocatura di Stato italiana è una istituzione di uno Stato democratico?

In: Apparecchi Intrattenimento

22 marzo 2015 - 11:45


proprietàprivata

(Jamma) – Diverse organizzazioni di settore hanno presentato al TAR Lazio, seconda sezione, ricorso per l’annullamento, la disapplicazione e/o la declaratoria di illegittimità costituzionale ed europea del provvedimento del Governo in merito alla raccolta del gioco automatico introdotto con il veicolo legislativo denominato Legge di Stabilità 2015.

 

 

Sorvolando sulla effettiva opportunità di questo ricorso per le associazioni di categoria che rappresentano i terzi incaricati della raccolta, quello che risulta veramente paradossale è la memoria presentata dalla Avvocatura Generale dello Stato – alla quale purtroppo l’azione delle associazioni in qualche modo offre supporto – per l’udienza del 18 marzo 2015.

 

 

L’Avvocatura, nelle premesse, tenta una definizione del ‘gestore’ che riassume come “una figura che, in particolare, si occupa della sorveglianza periodica sulla funzionalità degli apparecchi, della loro manutenzione e, soprattutto, dello ‘svuotamento’ degli apparecchi dal denaro che in esso si accumula e che non ne fuoriesce per effetto di vincite durante il gioco” dimenticando, speriamo non intenzionalmente, di ricordare che questi soggetti detengono la proprietà dello strumento principale utilizzato dallo Stato per effettuare la raccolta: l’apparecchio.

 

 

Una proprietà privata messa a disposizione dello Stato, acquisita senza alcun aiuto pubblico da soggetti privati non sottoposti ad obblighi concessori. Grazie a questa disponibilità scaturiscono i corrispettivi della remunerazione dei diversi soggetti impegnati nella filiera, ripartiti in percentuale secondo le modalità previste in un contratto privatistico non regolamentato nelle convenzioni di concessione e considerato persino accessorio alla attività in concessione che potrebbero – come in alcuni casi lo sono – essere svolte in assenza dello stesso.

 

 

Ed è infatti la stessa Avvocatura che sottolinea: “Se gli apparecchi sono di proprietà diretta del concessionario, alla loro sorveglianza, manutenzione e svuotamento provvede lo stesso concessionario, con personale proprio o che lo stesso recluta appositamente per provvedere a questi compiti”. Ma anche che “In altre parole, non esiste una sola regola di settore (quanto alla ripartizione del guadagno, a titolo di remunerazione, fra concessionario, gestore ed esercente) e, anzi, le regole mutano fra loro da rete a rete”.

 

 

Poi in modo superficiale (potremmo anche definirlo irresponsabile), l’Avvocatura dello Stato spiega come ha compreso il meccanismo della raccolta. “I gestori degli apparecchi AWP con una certa frequenza – come detto – li svuotano dal denaro. Questa operazione, del resto, si rende necessaria anche perché i volumi interni degli apparecchi non consentono che vi si accumuli più di una certa quantità di denaro, specie in monete. Ebbene, per esemplificare al massimo, supponendo che la somma prelevata dall’interno dell’apparecchio sia costituita da 1.000 euro, il gestore – cui l’attività di ‘prelievo’ compete – in primo luogo deduce da tale somma l’importo corrispondente a quanto dovuto a titolo di prelievo fiscale (essendo l’aliquota di Preu circa il 13%, per rimanere nell’esempio il gestore deduce allora la somma di 130 euro) e lo consegna al concessionario (che a tanto è tenuto) affinché lo riversi all’Agenzia.
Analogamente il gestore fa con importi occorrenti a far fronte ad eventuali costi erariali.
Dedotto ciò, il gestore a quel punto – sempre per rimanere nell’esempio – resta in possesso di 870 euro, che costituisce la sommatoria dei compensi che spettano a sé, al concessionario e all’esercente.
Il gestore, infine, trattiene per sé la percentuale di compenso che gli compete in base al contratto stipulato con il concessionario, versa all’esercente la percentuale pattuita quale compenso per la ‘ospitalità’ dell’apparecchio all’interno dell’esercizio e versa altresì la percentuale eventualmente spettante al concessionario nella misura pattuita con il contratto che lega l’uno all’altro (il versamento del compenso al concessionario, per quanto detto sopra, è peraltro eventuale giacché constano casi nei quali il concessionario vi ha rinunciato per far sì che gestore ed esercente guadagnino di più).
Non sfuggirà, a questo punto, una singolarità: che se è vero che il gestore e l’esercente sono scelti dal concessionario (per far parte della sua rete di raccolta di gioco, formatasi nel momento nel quale il concessionario ha partecipato alla gara bandita dall’Amministrazione, aggiudicandosela) e dallo stesso contrattualizzati (onde è il concessionario che, per contratto, deve corrispondere una remunerazione agli altri componenti la filiera di raccolta di gioco), tuttavia nella pratica è il gestore, in realtà, ad avere sempre in pugno la ‘cassa’, ossia l’ammontare di denaro destinato ad essere ripartito (fra tre soggetti, nell’esempio più diffuso) a titolo di compensi”.

 

 

Ancora più di una colpevole omissione risulta evidente in questa descrizione: prima di tutto quella semplice ‘ospitalità’ è un servizio privato fornito dall’esercente che merita di essere remunerato (e bene) in quanto implicitamente prevede altri servizi di custodia e vigilanza del denaro contenuto negli apparecchi, degli apparecchi stessi e il lavoro di agevolazione alla fruizione responsabile dei giochi che proprio in base ai principi che giustificano la riserva di Stato su questo pericoloso prodotto deve avvenire in modo regolamentato, corretto e soprattutto in tutela del giocatore; l’altra omissione, la più grave, considerare nella parte residua e nelle disponibilità del gestore proprietario dell’apparecchio (870 euro) anche gli importi da versare alla Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e, soprattutto, la quota delle vincite spettante al giocatore che per l’esempio considerato ammonta ad oltre 760 euro (come accertato anche da diversi uffici della Agenzia delle Entrate).

 

 

Se l’Avvocatura dello Stato volesse svolgere a pieno il suo compito istituzionale è proprio sulla quota spettante al giocatore che dovrebbe focalizzare la sua massima attenzione in quanto proprio a tutela di questo soggetto che nasce il sistema concessorio. Ma nelle verità processuali non c’è spazio per i principi e allora sulle basi dei fatti dovrebbe essere facile osservare che se “è il gestore, in realtà, ad avere sempre in pugno la ‘cassa’” questo avviene – appunto – in virtù di quel contratto privato che attribuisce al gestore la qualifica di ‘terzo incaricato’.

 

 

Il gestore – facciamo anche noi un esempio chiarificatore – opera come la cassiera di un supermercato, ha sempre in pugno la cassa perché il rispetto di un contratto privato (che regola in questo caso il rapporto di lavoro) le impone di farlo ma quel denaro non è nelle sue proprietà, semmai deve risponderne della custodia e di eventuali ammanchi. E, a differenza del gestore, non è stata nemmeno costretta da contratto ad acquistare il registratore di cassa, non risponde del suo corretto funzionamento e della sua manutenzione.

 

 

Poi, dopo tali premesse, l’Avvocatura sulla Legge di Stabilità giunge a dichiarare: “La previsione della rinegoziazione dei contratti è stata – se ben si riflette – una necessità. I rapporti tra i soggetti della filiera. come detto, sono regolati da contratti di diritto privato. Il ‘taglio’ dei compensi si traduce necessariamente in un mutamento della componente patrimoniale di tali contratti. Era perciò gioco forza immaginare ed annunciare che i contratti della filiera si sarebbero rideterminati nel Quantum remunerativo. Ma questo, ovviamente, non in modo autoritativo bensì secondo libera scelta di mercato e negli rapporti interni fra concessionari, gestori ed esercenti”.

 

 

E quindi affonda il colpo: “Si sa che la rinegoziazione non necessariamente implica adempimenti formali. È valida ed efficace anche la stipulazione, e perciò la rinegoziazione, anche per fatti concludenti. E nulla di più semplice v’è che una rinegoziazione per fatti concludenti di un contratto che si ridetermina solo per quanto concerne la sua componente patrimoniale”.

 

 

D’altra parte, e quindi l’Avvocatura fa appello ai principi, “il taglio voluto con la Legge di Stabilità non ha nulla di punitivo quanto piuttosto manifesta la ‘chiamata’ al concorso pubblico e generale ai sacrifici che si rendono necessari per il lungo periodo di congiuntura negativa che il Paese attraversa. Ad un settore che da anni percepisce cumulativamente una remunerazione di circa 4 miliardi di euro è stato chiesto, in sostanza, di rinunciare soltanto ad 1/8 di tale remunerazione”.

 

 

Come a dire, sempre nell’esempio della cassiera del supermercato, che se il supermercato non incassa abbastanza è consentita e giustificata la riduzione del salario dei dipendenti anche se il contratto non lo prevede.

 

 

Siamo sicuri che questa “Avvocatura” sia una espressione di una istituzione conforme ai principi di uno Stato democratico che tutela la proprietà privata e si fonda sul primo principio della Costituzione italiana?

 

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

m.b.

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