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Stabilità. Barreca: “Il ricavato ed utile d’impresa del concessionario non è una sorta di aggio o compenso”

In: Apparecchi Intrattenimento

2 gennaio 2015 - 14:21


europabandiera

(Jamma) – Lo Stato – dichiara a Jamma l’avvocato Lino Barreca – interviene ancora una volta unilateralmente “a gamba tesa” nel settore dei giochi AWP e VLT, con una misura che modifica le condizioni economiche della convenzione di concessione, realizzando di fatto un rilevante aumento del canone di concessione, ossia delle somme che il concessionario deve versare ad ADM per la gestione della concessione.
Lo strumento utilizzato muove innanzitutto dall’inesatta affermazione, purtroppo supinamente accettata dai concessionari che hanno stipulato la nuova convenzione di concessione, che il ricavato ed utile d’impresa del concessionario sia in realtà una sorta di aggio o compenso.

Quest’idea- continua Barreca -, mossa dalla presunta necessità di conciliare l’affermazione dell’obbligo di presentazione del cd. “conto giudiziale” con la ripartizione della struttura dei proventi degli incassi del concessionario, è di per sé foriera di equivoci, ma sarebbe troppo lungo affrontare tale tematica, che di per sé non sposta più di tanto i termini del problema, poiché comunque – come vedremo – lo Stato sta unilateralmente modificando le condizioni economiche della convenzione di concessione, e ciò è inaccettabile per vari ordini di motivi.
Prima di addentrarci negli aspetti giuridici della vicenda è indispensabile una doppia riflessione preliminare:
a) vi sarà veramente l’auspicato aumento di gettito erariale?
b) quanto costerà in termini d’immagine allo Stato italiano l’ennesima dimostrazione che in Italia i patti ed i contratti non vengono rispettati?
La risposta da dare a questi quesiti è fondamentale per capire la stessa utilità e convenienza economica della misura prevista dallo Stato.
Per quanto attiene al primo quesito, ricordiamo che già lo Stato ha già ripetutamente illegittimamente aumentato il PREU sulle VLT, violando gli accordi e gli impegni presi con i concessionari con il DL 39/09, sulla cui base e sulle cui previsioni era stato costruito il business plan e realizzati gli investimenti. Le sale VLT poi sono state perseguitate dalle norme cd “antislot”, che ormai prevedono delle griglie di distanze da luoghi sensibili spesso incomprensibili che di fatto (dato che le città Italiane non sono come Los Angeles) escludono quasi tutti i centri storici e comunque gli agglomerati urbanizzati dai luoghi ove esercitare il gioco legale (poiché nelle vicinanze vi è sempre una scuola, una parrocchia, una chiesa, etc.).
A fronte di tali evidenti criticità, pare surreale la leggerezza con cui lo Stato ha ritenuto di poter pretendere dal comparto un obolo aggiuntivo.
E qui viene la prima domanda: quanto incideranno questi maggiori oneri sulle attività in essere, ove si consideri che non pare possibile evitare una contrazione del numero delle AWP e soprattutto delle VLT?
Si osservi peraltro che la misura dello Stato colpisce allo stesso modo “numerico” le SLOT e le VLT a prescindere dalla loro redditualità, per cui alla fine una AWP che rende 1000 euro al giorno viene tassata come una che ne incassa 100.
A fronte di queste considerazioni si sarebbe dovuto verificare quale sarebbe stato l’impatto sul mercato dei maggiori corrispettivi richiesti dallo Stato, poiché può anche darsi che la misura prevista determini una riduzione della raccolta in termini di minor PREU e minor canone di concessione, provocando quindi complessivamente un risultato addirittura negativo, rispetto a quello auspicato.
Ben più grave è invece certamente il danno – quantificabile anche economicamente – connesso alla perdita di credibilità dello Stato nei confronti dei potenziali investitori esteri, correlato all’ennesima dimostrazione che i contratti pubblici con lo Stato sono privi di tutela, poiché lo Stato per proprie unilaterali convenienze economiche non esita a “stracciare” letteralmente i patti, imponendo nuove gravose unilaterali modifiche economiche nell’ambito del rapporto concessorio.
Questa situazione, già verificatasi nel settore dell’energia (ove come si ricorderà le condizioni e patti del cd. “conto energia” per la produzione di energia nel settore del fotovoltaico ha visto lo Stato fare dietrofront rispetto agli impegni assunti con gli imprenditori) ha già sollevato montagne di critiche, evidenziando l’inaffidabilità dello Stato che viene troppo spesso meno agli impegni assunti.
Nel caso delle AWP e VLT la situazione è ben più grave, ove si consideri che lo Stato sta modificando unilateralmente delle convenzioni di concessione di durata novennale stipulate da meno di un anno, vanificando peraltro gli investimenti richiesti nel settore delle VLT.
Pare strano quindi che nessuno si sia preoccupato di verificare quale impatto avrà tutto ciò sulla credibilità istituzionale dello Stato, in un momento di profonda crisi in cui è assolutamente necessario attrarre investitori esteri. Chi verrà più ad investire in Italia – a parte i noti problemi in termini di tassazione, costo del lavoro, etc – quando lo Stato mostra di violare impunemente e non rispettare e garantire il contenuto dei contratti pubblici stipulati con gli operatori economici?
Un attenta e doverosa riflessione avrebbe probabilmente consentito di comprendere che il danno d’immagine alla credibilità ed affidabilità dello Stato è di gran lunga ben maggiore delle maggiori entrate erariali previste in 500 mil. di euro annui, sicchè il saldo finale sarà certamente negativo.
Passando ad esaminare – per grandi linee – gli aspetti giuridici, non pare possa dubitarsi delle plurime violazioni dello Stato Italiano, sia in relazione ai principi comunitari che a quelli nazionali.
Un primo aspetto riguarda lo stesso strumento concessorio, che differenzia l’Italia dagli altri paesi europei, strumento che la Corte di Giustizia ha più volte ritenuto legittimo, ma al solo ed esclusivo fine di tutelare ragioni di ordine pubblico e di controllo della legalità nel settore dei giochi, specificando chiaramente che sarebbe stato invece illegittimo l’utilizzo del modello concessorio per ragioni di “cassa”.
Sicchè, stride con questi principi comunitari l’affermazione che la natura pubblica del gioco affidato in concessione consentirebbe oggi di rimodulare gli “aggi” spettanti ai concessionari.
Sotto altro profilo, la misura pare fortemente selettiva e quindi idonea ad alterare i principi di libera concorrenza, non comprendendosi perché solo i giochi tipo AWP e VLT debbano esser colpiti da tale misura, a differenza ad esempio dei giochi di abilità online e dagli altri giochi pubblici che non solo non sono toccati da alcuna modifica in peius delle condizioni economiche, ma anzi vedono addirittura prevista la possibilità di incentivi e modifiche migliorative in relazione all’andamento della raccolta.
Questo aspetto, potrà certamente interessare la Commissione Europea (nella specie divisione DG concorrenza) che potrà richiedere allo Stato Italiano gli opportuni chiarimenti, e potrebbe anche essere oggetto di un esposto all’Antitrust Europeo.
Gli altri aspetti riguardano la violazione del principio dell’affidamento ed il rispetto dei diritti quesiti.
Sul punto, la posizione di chi scrive è ormai nota: lo Stato può modificare unilateralmente ex post le convenzioni di concessione solo per ragioni di ordine pubblico, ma non certo per aggravarne gli aspetti economici.
Sicchè, il potere “dinamico” d’intervento dello Stato può riguardare la disciplina dei controlli, o dei requisiti di ordine pubblico, o le tipologie dei giochi (ma sempre per ragioni d’ordine pubblico). Su tali basi ad esempio il Consiglio di Stato ha ritenuto eccessiva e non proporzionale l’onerosa pretesa di ADM di imporre la geolocalizzazione GPS dei PDA, quale requisito per il raggiungimento dei livelli di servizio correlati agli investimenti ai sensi degli artt. 531 e segg della legge 266/05.
Le ragioni d’interesse pubblico che consentono allo Stato e/o all’Amministrazione concedente di modificare le convenzioni di concessione, non possono quindi rinvenirsi in banali necessità economiche, poiché è proprio su questo aspetto che il profilo dei diritti quesiti assume decisiva rilevanza.
Il fatto poi che lo Stato sia intervenuto sulla materia con una cd “legge provvedimento”, non fa altro che spostare il controllo innanzi alla Corte Costituzionale, essendo quindi possibile impugnare al TAR la “legge provvedimento” e chiederne la declaratoria d’illegittimità costituzionale con rinvio alla Corte Costituzionale, come già avvenuto in passato sulla questione inerente le modifiche economiche introdotte con la legge di stabilità 220/10, ove il Consiglio di Stato ha rimesso alla Corte Costituzionale la relativa questione.
Sotto tale aspetto, l’intervento dello Stato viola certamente i principi di ragionevolezza e di tutela dell’affidamento previsti dall’art. 3 Cost., nonché il diritto di iniziativa economica previsto dall’art 41 Cost., e risulta certamente violato anche il principio contenuto all’art 1 protocollo 1 della CEDU che tutela gli investimenti economici e l’attività d’impresa, con correlata violazione dell’art 117 della Costituzione.
Sicchè, a ben vedere i concessionari del gioco da intrattenimento tramite AWP e VLT non sono certamente privi di armi per reagire a tale imposizione e far valere i propri diritti, ivi compresi tutti i danni che lo Stato rischia concretamente di dover risarcire, sia sotto la voce del cd “danno emergente” (ossia il maggior importo richiesto) che sotto il profilo del cd. “lucro cessante”, correlato ai minori introiti derivanti dalla contrazione degli investimenti.
Sorprende in tutto questo il silenzio di ADM, anche se è comprensibile la difficile posizione in cui si ritrova, posto che d’un canto siamo certi ben comprenderà le più che legittime ragioni dei concessionari, ma formalmente non può certo sconfessare l’operato dello Stato.

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