Il Senato ha assegnato il 2 luglio alla Commissione Cultura il disegno di legge 1902, presentato dal senatore Paolo Marcheschi (FdI), intitolato Disposizioni in materia di sistema calcistico italiano. Il testo introduce un contributo del 2% sulla raccolta delle scommesse calcistiche, in agenzia e online, da versare ogni trimestre alla FIGC a partire dal 1° gennaio 2027. Valore stimato: 230 milioni di euro l’anno.
La stampa di settore la chiama tassa. Il termine è impreciso, e nasconde il punto vero del provvedimento. Il ddl prevede una riduzione corrispondente del PREU sulle scommesse calcio a quota fissa, pensata per garantire l’invarianza del gettito complessivo per lo Stato: sul piano fiscale aggregato, il carico sul settore non aumenta. Quello che cambia è dove va il denaro, chi lo controlla, e a quali condizioni il calcio può spenderlo. La domanda che nessuno sta ponendo non è quanto costerà il 2% ai concessionari. È perché lo stesso testo lega, per la prima volta, le risorse del calcio italiano a obblighi di disciplina di bilancio.
Il 2% non è un costo per lo Stato, è un vincolo nuovo per la FIGC
Il meccanismo fiscale del ddl 1902 è progettato per essere neutro nei conti pubblici. La riduzione del PREU compensa il nuovo prelievo, quindi lo Stato non incassa né perde gettito per effetto della norma. È un dettaglio che la copertura generalista tende a saltare, concentrata sull’aliquota del 2% come se fosse un costo aggiuntivo per gli operatori.
Il costo aggiuntivo, quando c’è, non è fiscale. È amministrativo e di governance. Il versamento diventa trimestrale e diretto: i concessionari pagano alla FIGC, non allo Stato, secondo un meccanismo di riscossione che il testo dovrà ancora definire nel dettaglio attuativo. E il ddl impone all’Esecutivo di riferire al Parlamento entro ventiquattro mesi dall’entrata in vigore su come la FIGC ha impiegato le risorse. Una federazione sportiva privata diventa, per legge, oggetto di rendicontazione pubblica su un flusso di denaro che origina dal settore regolamentato del gioco.
Questo non ha precedenti nel rapporto tra Stato, calcio e industria delle scommesse in Italia. Fino a oggi il gettito da PREU confluiva nella fiscalità generale. Con il ddl 1902 una quota diventa vincolata, tracciata, e sottoposta a un obbligo di trasparenza che il PREU ordinario non prevede.
Per la prima volta la legge condiziona le risorse del calcio a una disciplina di bilancio
Il ddl 1902 non si esaurisce nel prelievo sulle scommesse. Interviene anche sulla redistribuzione dei diritti audiovisivi, destinando almeno il 15% del totale a una ripartizione premiale: il 50% legato alla valorizzazione dei vivai, il 30% a criteri di sostenibilità economico-finanziaria dei club (rapporto tra costi e ricavi, livello di indebitamento, assenza di perdite), il 10% all’impiego di calciatori italiani, il 10% alla qualità delle infrastrutture.
Il contesto che giustifica la norma è nei numeri che il ddl stesso cita: il sistema calcio italiano accumula oltre 730 milioni di euro di perdite l’anno, con un indebitamento complessivo vicino ai 5,5 miliardi. Nessun provvedimento precedente aveva legato l’accesso a risorse economiche del calcio italiano a una condizione di disciplina finanziaria verificabile.
Il precedente esiste, ma è europeo, non italiano. La UEFA ha introdotto nel 2022 le Financial Sustainability Regulations, che impongono ai club iscritti alle competizioni continentali un tetto sul rapporto tra costi della rosa (stipendi, ammortamenti sui cartellini, commissioni agenti) e ricavi, fissato al 70% a regime dopo un periodo transitorio, insieme a una regola sui pagamenti scaduti e una sull’equilibrio economico complessivo. Chi sfora rischia sanzioni progressive: avvertimento, multa, restrizioni sul mercato trasferimenti, deduzione punti, ed espulsione dalla competizione solo nei casi più gravi e reiterati. La leva della UEFA funziona perché quelle sanzioni si applicano dentro un sistema a cui i club hanno già chiesto di accedere.
Il ddl 1902 prova a replicare la stessa logica dentro il sistema italiano, senza la leva di esclusione dalle coppe europee. Al suo posto usa la leva economica: chi non rispetta i criteri di sostenibilità riceve una quota inferiore di diritti TV. Ed è il settore delle scommesse, attraverso il 2% versato alla FIGC, a fornire parte della base finanziaria su cui questo meccanismo di premialità si costruisce.
La scelta di finanziare questo meccanismo con risorse da scommesse, e non con fiscalità generale o un prelievo sui diritti TV già esistenti, non è tecnica. È politica, e produce un effetto che nessuna delle due parti ha ancora reso esplicito in pubblico. La salute del settore betting diventa, per la prima volta, una variabile che incide sulla capacità del calcio italiano di finanziare la propria disciplina di bilancio. Se la raccolta scommesse cala, calano anche le risorse per i vivai e per il controllo sulla sostenibilità dei club. Il sistema che il ddl vuole rendere più solido dipende, nella sua componente di finanziamento, dalla crescita di un settore che il calcio stesso, con il pressing sul Decreto Dignità, sta cercando di rilegittimare nella comunicazione pubblica.
Il rapporto tra calcio e betting si sta ristrutturando su due fronti nello stesso anno
Il ddl 1902 non è un dossier isolato. Nello stesso semestre in cui arriva in Senato, il neopresidente della FIGC Giovanni Malagò porta avanti il pressing per la revisione del Decreto Dignità, il divieto di pubblicità per le scommesse in vigore dal 2019, chiedendo di riaprire gli spazi di sponsorizzazione sportiva per gli operatori con licenza ADM.
I due dossier corrono in parallelo e raccontano la stessa dipendenza da lati opposti. Da una parte il calcio chiede al settore scommesse di tornare a comunicare in pubblico il proprio brand attraverso le sponsorizzazioni sportive. Dall’altra la stessa politica trasforma il settore scommesse in finanziatore statutario, tracciato e vincolato, del sistema calcistico. Il calcio italiano non sta scegliendo tra dipendere dal betting o normarne la distanza. Sta facendo entrambe le cose insieme, e il ddl 1902 è la prova che la seconda strada è già più avanti della prima nell’iter parlamentare.
La domanda che i concessionari ADM dovrebbero portare al prossimo meeting
Il 2% non è la voce che deve preoccupare il conto economico dei concessionari: la neutralità PREU dichiarata nel testo, se confermata in fase attuativa, la azzera. A pesare nel tempo sarà un’altra variabile, meno visibile e più duratura: il primo canale di pagamento statutario che porta risorse dal settore scommesse a un ente sportivo terzo, fuori dal perimetro ordinario di Stato e ADM, con obbligo di rendicontazione parlamentare sul suo utilizzo.
Una volta che il canale esiste, ed è normato, il presupposto per estenderlo ad altri sport o ad altre condizioni non richiede una nuova legge di sistema. Richiede solo la volontà politica di allargarlo. E quella volontà, nel calcio italiano del 2026, non manca.






