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Decreto Dignità, Vuolo alla Consulta: “Sanzioni sproporzionate sul divieto di pubblicità del gioco”

La rigidità del sistema sanzionatorio previsto dal Decreto Dignità è stata al centro dell’intervento dell’avvocato Alfonso Vuolo nel corso dell’udienza pubblica davanti alla Corte costituzionale dedicata alla questione di legittimità sollevata dal Tar Lazio sul divieto di pubblicità del gioco con vincite in denaro.

Nel suo intervento, il legale ha contestato sia la sanzione minima fissata dal legislatore a 50.000 euro, sia l’efficacia deterrente del criterio che prevede una sanzione pari al 20% del valore della promozione pubblicitaria. Secondo Vuolo, il meccanismo rischia di risultare inadeguato rispetto agli obiettivi perseguiti dal legislatore.

“Quale efficacia deterrente ha il criterio generale del 20% del valore della promozione della pubblicità?”, ha osservato l’avvocato, sottolineando che un soggetto che realizzi un profitto di un milione di euro potrebbe comunque conservare un guadagno netto di 800mila euro dopo il pagamento della sanzione. Per il legale, il problema non riguarda tanto chi non abbia ottenuto alcun vantaggio economico, quanto piuttosto i soggetti che conseguono profitti elevati attraverso tali attività.

Vuolo ha poi affrontato il caso concreto all’origine del giudizio, ricostruendo la vicenda di un giovane che si sarebbe affiliato a canali online dedicati al gioco. Secondo quanto riferito dal legale, il ragazzo realizzava e pubblicava video mentre giocava, condividendoli sulle piattaforme digitali.

L’avvocato ha evidenziato come alcuni aspetti della vicenda non emergano dall’ordinanza di rinvio, ma siano stati esaminati nel corso dei precedenti gradi di giudizio. In particolare, ha descritto il giovane come una persona inesperta e priva di una reale capacità di influenzare il pubblico. A sostegno di questa tesi, Vuolo ha ricordato che il ragazzo giocava somme molto modeste, comprese tra 10 e 15 centesimi, e che veniva persino deriso dagli utenti della rete.

Secondo la difesa, la condotta contestata non avrebbe assunto, sul piano concreto, una rilevanza tale da incidere sul bene giuridico della tutela della salute, obiettivo che il legislatore intende perseguire attraverso il divieto di pubblicità del gioco d’azzardo.

Per Vuolo, il nodo centrale della questione resta la proporzionalità delle misure previste dal Decreto Dignità. Il legale ha sostenuto che lo strumento individuato per la protezione del bene costituzionale risulta “sostanzialmente inadeguato” e presenta una “macroscopica carenza di proporzionalità”, soprattutto alla luce dell’automatismo che caratterizza il sistema sanzionatorio e della mancata considerazione delle circostanze soggettive dei singoli casi.

La Corte costituzionale è ora chiamata a valutare la compatibilità della disciplina con i principi costituzionali, in un giudizio che potrebbe incidere sull’attuale impianto normativo relativo alla promozione del gioco con vincite in denaro.

Redazione Jamma
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