Il bar resta uno dei simboli più riconoscibili della socialità italiana, un presidio diffuso capace di garantire servizi, relazioni e sicurezza urbana anche nei centri più piccoli del Paese. Eppure è proprio questa tipologia di attività a pagare il prezzo più alto delle trasformazioni che stanno interessando il settore dei pubblici esercizi. Negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso oltre 22 mila bar, con una contrazione del 18,2%, mentre ristoranti e attività di ristorazione veloce hanno continuato a crescere. È uno dei dati più significativi emersi dall’indagine “Pubblici esercizi e movida. La demografia d’impresa nei centri storici”, realizzata da FIPE-Confcommercio insieme al Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e presentata oggi a Roma.
L’analisi fotografa un settore che continua a rappresentare un presidio fondamentale del territorio. Su circa 7.900 comuni italiani, soltanto 162 non dispongono di almeno un bar o di un ristorante. Complessivamente sono attive quasi 263 mila imprese del comparto, con una densità pari a circa 4,5 esercizi ogni mille abitanti. Tuttavia la crescita che aveva caratterizzato gli anni precedenti si è arrestata. Rispetto al 2015 il numero complessivo delle imprese dei pubblici esercizi è diminuito del 3,7%, con una perdita netta di quasi 10 mila attività.
A preoccupare maggiormente è il dato relativo ai bar. Nel 2015 erano oltre 123 mila, mentre nel 2025 risultano poco più di 100 mila. Una diminuzione di 22.364 imprese che rappresenta il fenomeno più evidente della trasformazione in atto nel settore. Secondo FIPE, non si tratta necessariamente di una scomparsa definitiva delle attività, quanto piuttosto di una loro riconversione verso formule ritenute economicamente più sostenibili, in particolare la ristorazione con servizio.
Infatti, mentre i bar arretrano, i ristoranti crescono. In Italia le attività di ristorazione con servizio passano da circa 104 mila a oltre 114 mila unità, con un incremento del 9,8%, mentre i take away aumentano del 4,3% e gelaterie e pasticcerie del 6%. Il risultato è una profonda modifica dell’offerta commerciale, soprattutto nei centri urbani e nelle aree turistiche.
L’indagine evidenzia inoltre una netta differenza geografica. Molte città del Centro-Nord registrano consistenti perdite di imprese, mentre il Mezzogiorno continua a mostrare una dinamica espansiva. Napoli guida la classifica nazionale con 704 attività in più rispetto al 2015, pari a una crescita del 19,7%. Seguono Palermo, Bari, Taranto, Matera e altre città del Sud dove la ristorazione continua a rappresentare una delle principali opportunità di autoimpiego e sviluppo economico.
Particolarmente interessante è il focus dedicato ai centri storici. Nei 125 comuni analizzati, che rappresentano circa un terzo della popolazione italiana e oltre un terzo delle imprese del settore, emerge una tendenza molto precisa: i centri storici continuano ad attrarre attività economiche mentre le aree urbane periferiche registrano un progressivo arretramento. Complessivamente, tra il 2015 e il 2025, nei centri storici si registra una lieve crescita dello 0,5%, mentre nel resto del territorio urbano si osserva una flessione dell’1,8%.
Tuttavia questa crescita è trainata soprattutto da modelli di business molto diversi dal tradizionale bar di quartiere. L’espansione dei take away e delle formule di ristorazione senza servizio sta modificando profondamente l’equilibrio commerciale di molte zone centrali. In alcune aree di Milano le attività di ristorazione sono aumentate di oltre il 50%, mentre a Roma, in una parte di Trastevere, i take away sono cresciuti del 33,3% a fronte di una riduzione del 24,1% dei bar tradizionali.
Secondo FIPE, questa trasformazione produce conseguenze che vanno oltre l’aspetto economico. L’eccessiva concentrazione di attività orientate prevalentemente all’asporto, spesso caratterizzate da locali di piccole dimensioni, pochi addetti e forte vendita di bevande alcoliche, favorirebbe fenomeni di degrado urbano, rumore, abbandono di rifiuti e consumo incontrollato di alcolici, contribuendo alla diffusione della cosiddetta “malamovida”.
Per questo motivo la federazione dei pubblici esercizi chiede alle amministrazioni locali di abbandonare una logica fondata esclusivamente su ordinanze e divieti e di tornare a esercitare una vera attività di pianificazione del territorio.
“Le dinamiche in atto nei nostri centri storici richiedono una visione strategica e non semplici interventi tampone”, ha dichiarato il presidente di FIPE-Confcommercio, Lino Enrico Stoppani. Secondo FIPE, limitarsi a introdurre restrizioni sugli orari di apertura o sulle modalità di esercizio delle attività rischia di penalizzare le imprese regolari senza affrontare le cause del problema. La richiesta è quella di governare in modo più attento l’apertura di nuove attività nelle zone già sotto pressione, contrastando fenomeni di dumping commerciale e preservando la qualità urbana e la vocazione storica dei centri cittadini.
Il quadro che emerge dall’indagine racconta quindi una doppia realtà. Da un lato il settore continua a svolgere una funzione sociale fondamentale, mantenendo una presenza capillare sul territorio nazionale. Dall’altro, il progressivo ridimensionamento del bar tradizionale e la crescita di modelli commerciali orientati all’asporto stanno modificando profondamente il volto delle città italiane, ponendo nuove sfide sia agli operatori sia alle amministrazioni locali.







