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Un anno fa l’udienza alla Consulta sul decreto Balduzzi: oggi gli effetti si estendono anche al TULPS e al contenzioso tributario

Il 7 maggio di un anno fa, davanti alla Corte costituzionale, si consumava una delle udienze più rilevanti degli ultimi anni per il settore del gioco pubblico e, più in generale, per il rapporto tra regolazione, libertà economiche e proporzionalità delle sanzioni. Al centro del giudizio c’era la cosiddetta “norma Balduzzi”, l’articolo 7, comma 3-quater del decreto legge 158/2012, che vietava nei pubblici esercizi la messa a disposizione di apparecchiature capaci di collegarsi a piattaforme di gioco online.

Da quell’udienza sarebbe poi nata la sentenza n. 104 del 2025 della Consulta, depositata il 10 luglio successivo, con cui la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della disposizione e della relativa sanzione automatica da 20mila euro prevista dalla legge di stabilità 2016.

A distanza di un anno, però, appare chiaro come gli effetti di quella pronuncia abbiano superato il perimetro iniziale del contenzioso sui totem e sui pc a libera navigazione. La decisione della Corte costituzionale è diventata infatti un principio destinato a incidere trasversalmente su più ambiti del diritto del gioco pubblico, compreso quello tributario e quello relativo all’articolo 110 del TULPS.

Durante l’udienza del 7 maggio 2025, l’avvocato Marco Ripamonti — che ha patrocinato la questione di legittimità costituzionale poi accolta dalla Consulta, coadiuvato dall’avvocato Riccardo Ripamonti che ha predisposto le memorie nel procedimento dinanzi alla Consulta — aveva insistito soprattutto su un punto: la sproporzione di una norma che finiva per colpire indiscriminatamente qualsiasi apparecchiatura connessa alla rete, senza distinguere tra utilizzo occasionale, libera navigazione o effettiva organizzazione del gioco.

La Corte costituzionale ha poi fatto propria questa impostazione, parlando apertamente di una disciplina “eccessivamente inclusiva”, incapace di differenziare situazioni profondamente diverse tra loro e quindi lesiva dei principi di ragionevolezza e proporzionalità.

Ma il vero dato politico-giuridico emerso nei mesi successivi è che quella sentenza ha iniziato a produrre effetti ben oltre il solo decreto Balduzzi. In molte controversie amministrative ADM ha avviato revoche in autotutela delle ordinanze-ingiunzione fondate sulla norma dichiarata incostituzionale, mentre numerosi giudizi pendenti si sono chiusi con cessazione della materia del contendere.

Nel frattempo, la giurisprudenza ha iniziato a utilizzare i principi affermati dalla Consulta anche in ambiti differenti. È accaduto, ad esempio, nelle controversie legate all’articolo 110 del TULPS, dove alcune corti hanno escluso l’automatica assimilazione dei pc a libera navigazione agli apparecchi da intrattenimento con vincita in denaro. In una recente decisione richiamata da Jamma, la Corte d’Appello di Palermo ha infatti annullato una sanzione ADM evidenziando che i personal computer non possono essere trattati come apparecchi da gioco soltanto perché consentono l’accesso alla rete.

Avv Marco Ripamonti © Jamma

Secondo Marco Ripamonti, il passaggio più importante della sentenza n. 104/2025 è proprio quello che impone un limite al legislatore e all’amministrazione quando si interviene sul settore del gioco: non basta invocare la tutela della salute o il contrasto alla ludopatia per giustificare qualsiasi compressione delle libertà economiche. Occorre che le misure siano proporzionate, ragionevoli e realmente efficaci rispetto allo scopo perseguito.

Nel corso di questi dodici mesi, inoltre, la pronuncia della Consulta ha iniziato a essere richiamata anche in sede tributaria, soprattutto nei contenziosi dove il nodo centrale riguarda la qualificazione tecnica degli apparecchi, la natura delle postazioni telematiche e la possibilità di estendere in via analogica regimi sanzionatori previsti per gli apparecchi da gioco tradizionali.

È questo, probabilmente, l’aspetto più significativo emerso a un anno dall’udienza del 7 maggio 2025: la sentenza della Corte costituzionale non ha inciso soltanto su una specifica sanzione amministrativa, ma ha ridefinito il modo stesso in cui il diritto del gioco deve confrontarsi con le tecnologie digitali, imponendo alla regolazione un criterio di equilibrio che, fino a quel momento, era spesso mancato.

Redazione Jamma
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