La fotografia scattata da Tiziano Tredese nell’intervista “Crollo del 42% per i giochi senza vincita, Tredese (FEE): “Magari i politici se ne accorgessero!” | JAMMA” restituisce con chiarezza la condizione attuale del settore del gioco automatico in Italia, un comparto che negli ultimi quindici anni ha sostenuto una quota decisiva della raccolta complessiva, arrivando a rappresentare oltre la metà del giocato totale.
Questo stesso settore, tuttavia, ha operato sotto una pressione costante. Da un lato, l’opinione pubblica ha spesso individuato nelle cosiddette macchinette la causa principale delle derive patologiche legate al gioco d’azzardo. Dall’altro, il legislatore ha progressivamente maturato la convinzione che concentrare l’offerta in poche mani avrebbe reso più semplice il controllo e più sicuro il sistema. Ne è derivata una traiettoria ormai evidente: una tendenza alla concentrazione che richiama, per molti aspetti, un ritorno a modelli oligopolistici del passato.
La storia economica insegna però che i ritorni al passato risultano raramente perfetti. Nel Novecento i grandi operatori erano prevalentemente italiani, talvolta a partecipazione pubblica, e operavano in un contesto privo della variabile più dirompente del nostro tempo: Internet. Riproporre oggi modelli di concentrazione senza considerare la dimensione digitale rischia quindi di produrre effetti distorsivi.
Anche l’idea di un mercato anelastico, secondo cui la domanda complessiva resterebbe stabile mentre i diversi prodotti si limitano a sottrarsi quote a vicenda, appare sempre meno adeguata. In un ecosistema dominato dalla tecnologia, l’innovazione non si limita a redistribuire la domanda, ma la trasforma, la amplia e la sposta verso nuovi canali spesso difficili da presidiare. In un contesto oligopolistico, inoltre, l’assenza di reale concorrenza può tradursi in inefficienze, minori investimenti in qualità e una riduzione della capacità di adattamento del sistema.
Il riordino del gioco online offre già indicazioni significative. La riduzione del numero degli operatori a circa cinquanta concessionari ha prodotto una forte concentrazione, con pochi soggetti a controllare la gran parte del mercato. Molti degli altri appaiono destinati a uscire a breve, perché non possono fare pubblicità, non hanno una rete di distribuzione territoriale e anche a causa della progressiva riduzione delle opportunità per strumenti come i PVR. Resta quindi aperta la domanda se si sia trattato di un vero riordino o piuttosto di una restaurazione sotto nuove forme.
Un approccio simile sembra profilarsi anche per il gioco in presenza. Barriere d’ingresso elevate, requisiti stringenti e una regolazione che, pur formalmente orientata alla tutela, rischia di comprimere il tessuto imprenditoriale diffuso. Il risultato potrebbe essere duplice: l’espulsione dei piccoli e medi operatori e una graduale migrazione della domanda verso il canale online, favorita anche da una prolungata incertezza normativa nel comparto fisico.
Questa dinamica non è priva di rischi. Il sistema del gioco pubblico vive di equilibri delicati e ogni scelta regolatoria genera inevitabilmente effetti di reazione. Restringere eccessivamente l’offerta legale può aprire spazi a forme alternative non regolamentate o difficili da controllare.
I segnali sono già evidenti. Dai mercati di previsione alle scommesse legate agli oggetti virtuali nei videogiochi, fino all’utilizzo delle criptovalute come mezzo di accesso e pagamento, si sta sviluppando un’offerta parallela, fluida e globale, capace di intercettare una domanda sempre più sofisticata e meno legata ai canali tradizionali.
Il nodo centrale diventa quindi l’inclusività del sistema pubblico. Un mercato che espelle operatori, professionalità e competenze rischia di indebolirsi, lasciando spazio a circuiti illegali o grigi. Al contrario, un sistema capace di integrare, pur con regole rigorose, una pluralità di soggetti può mantenere vitalità, garantire servizi migliori e presidiare in modo più efficace il territorio.
Le esperienze internazionali offrono ulteriori spunti. Nel Regno Unito, l’aumento della pressione fiscale e l’introduzione di limiti stringenti hanno già prodotto effetti rilevanti, tra operatori in difficoltà e ipotesi di delocalizzazione. Allo stesso tempo, la persistenza di un’offerta accessibile attraverso canali esteri dimostra i limiti della regolazione nazionale in un contesto globale.
Il riordino del gioco in presenza non può dunque essere affrontato con logiche esclusivamente difensive o con il richiamo a modelli del passato. Serve una visione sistemica capace di conciliare tutela dei consumatori, sostenibilità fiscale, concorrenza e innovazione. La vera sfida è costruire un nuovo equilibrio, consapevoli della fragilità di quello attuale e del rischio che interventi non calibrati possano spingere il sistema verso scenari ancora meno governabili.







