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Scommesse: cos’è il ‘modello Portogallo’ e come funziona la quota dei ricavi destinata al calcio

Il modello portoghese sulle scommesse sportive balza al centro del dibattito italiano dopo la diffusione del dossier elaborato dalla FIGC sotto la guida di Gabriele Gravina. Il documento, che sarebbe dovuto essere presentato in audizione al Governo, richiama in modo esplicito quell’esperienza come possibile riferimento per il rilancio del calcio.

Nel testo si parla chiaramente di “destinazione di una percentuale dei ricavi delle società di scommesse verso il sistema calcio”, con finalità precise: sostegno ai settori giovanili, investimenti nelle infrastrutture, promozione della cultura sportiva anche nelle scuole. Un’impostazione che ricalca, almeno nelle intenzioni, il modello adottato in Portogallo.

Ma di cosa si tratta esattamente?

Il punto di partenza è il Decreto-Legge n. 66 del 2015, che ha riorganizzato il settore del gioco online in Portogallo, introducendo un sistema regolato, basato su licenze e controllo pubblico. Tuttavia, la parte più rilevante per la proposta formulata dalla Figc arriva con i provvedimenti attuativi successivi, che definiscono anche la destinazione dei proventi.

In particolare, per le scommesse sportive a quota fissa nel circuito statale è prevista una quota pari al 3,5 per cento dei proventi destinata allo sport, attraverso la distribuzione alle federazioni. A questa si aggiunge una componente indiretta legata alla tassazione del gioco online, che contribuisce ulteriormente al finanziamento del sistema sportivo.

Il punto centrale, però, è come questa quota è stata costruita. Non come una tassa aggiuntiva introdotta in un secondo momento, ma come parte integrante del modello. Una redistribuzione interna al sistema, pensata fin dall’inizio insieme alla regolazione del mercato.

Ed è qui che emerge la differenza rispetto al contesto italiano. Il rischio, nel dibattito nazionale, è quello di interpretare una misura di questo tipo come l’ennesimo prelievo sulle attività di scommesse, in continuità con interventi che negli anni hanno aumentato la pressione fiscale sul settore.

Il caso portoghese segue invece una logica diversa. La percentuale non si aggiunge a un sistema già definito, ma ne è un elemento strutturale. La crescita del mercato regolato genera automaticamente maggiori risorse per lo sport, senza bisogno di interventi straordinari.

Negli anni, questo meccanismo ha prodotto flussi stabili, oggi nell’ordine di oltre 60 milioni di euro annui destinati alle federazioni, con il calcio come principale beneficiario. Ma soprattutto ha costruito un legame economico diretto e prevedibile tra betting e sport.

È proprio questo il punto che il dossier Gravina richiama. Non semplicemente l’introduzione di una quota, ma la possibilità di ripensare il rapporto tra scommesse e sistema sportivo in chiave strutturale.

Il nodo, quindi, non è solo quanto destinare, ma come farlo. Se come ulteriore imposizione, il rischio è di replicare modelli già sperimentati in Italia, con effetti limitati e spesso distorsivi. Se invece come parte di un disegno complessivo, il modello portoghese mostra che è possibile integrare il betting nel sistema sportivo, trasformando una fonte di gettito in una leva stabile di sviluppo.

Redazione Jamma
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