Dopo settimane segnate da incertezze e annunci rimasti senza seguito, il percorso per il riordino del gioco fisico prova finalmente a prendere forma. Il primo passaggio concreto è atteso per il 10 aprile, quando – in sede tecnica – la bozza di decreto entrerà tra i lavori delle commissioni della Conferenza Unificata Stato-Regioni, segnando l’avvio del confronto istituzionale sul testo.
Si tratta di un passaggio atteso da mesi, soprattutto alla luce delle ripetute dichiarazioni del viceministro dell’Economia Maurizio Leo, che più volte aveva indicato come imminente l’approdo del provvedimento in Consiglio dei Ministri. Un approdo che, almeno per ora, non trova riscontro: il decreto non risulta infatti ancora iscritto all’ordine del giorno del CDM.
Il dato politico è evidente. Da un lato, il governo continua a ribadire la centralità del riordino del gioco fisico nell’ambito della delega fiscale; dall’altro, il testo resta in una fase preliminare, con un confronto istituzionale appena agli inizi e senza un vero passaggio formale a Palazzo Chigi.
A rendere il quadro ancora più delicato è l’assenza di un dialogo strutturato con gli operatori del settore. La bozza, infatti, non è stata ancora presentata alle associazioni di categoria, nonostante le richieste avanzate nelle scorse settimane. Una circostanza che contrasta con quanto affermato in Parlamento dalla sottosegretaria al MEF Sandra Albano, che aveva fatto riferimento a un confronto già avviato con il comparto.
Il percorso normativo si inserisce nel solco della delega per la riforma fiscale, che prevede il riordino complessivo del settore dei giochi pubblici, compreso il comparto terrestre. Il termine ultimo per l’adozione dei decreti legislativi è fissato al 29 agosto 2026, in virtù della proroga a 36 mesi introdotta dalla legge 8 agosto 2025, n. 120.
Da qui in avanti, la traiettoria del provvedimento seguirà una scansione articolata, ma tutt’altro che lineare. L’avvio del confronto nelle Regioni rappresenta solo il primo passo di un iter che dovrà necessariamente passare per il Consiglio dei Ministri, vero snodo di attivazione formale del procedimento.
Solo dopo l’approvazione in CDM, infatti, il testo potrà essere trasmesso alle Commissioni parlamentari per i pareri di competenza, con tempi che restano per loro natura variabili, tra audizioni, osservazioni e possibili richieste di modifica. Successivamente, il decreto tornerà al centro del confronto con le autonomie territoriali nella Conferenza Unificata Stato-Regioni, dove il parere favorevole rappresenta una condizione imprescindibile per proseguire.
È proprio questo uno dei passaggi più sensibili: le Regioni, già protagoniste nel dibattito sul gioco fisico negli ultimi anni, mantengono un ruolo di fatto determinante, con la possibilità di rallentare o condizionare l’iter in presenza di criticità o divergenze.
Superato questo snodo, il decreto dovrà affrontare il passaggio europeo. La notifica alla Commissione UE attraverso la procedura TRIS – prevista dalla direttiva (UE) 2015/1535 – introduce un ulteriore elemento di rigidità temporale. Il periodo di stand still, pari ad almeno tre mesi, blocca infatti l’adozione del provvedimento e può estendersi in caso di osservazioni da parte di Bruxelles o degli altri Stati membri.
È questo il vero vincolo strutturale dell’intero processo: un tempo minimo incomprimibile che, nei fatti, determina la durata complessiva dell’iter.
Se tutto dovesse procedere senza intoppi – approvazione rapida in Consiglio dei Ministri, esame parlamentare snello, via libera delle Regioni e assenza di rilievi europei – il decreto potrebbe vedere la luce entro l’estate del 2026, restando nei limiti della delega. Uno scenario, però, che appare oggi tutt’altro che scontato.
Più realistico, alla luce delle dinamiche emerse finora, è un percorso più lento, con possibili slittamenti già nella fase iniziale e margini di negoziazione sia in Parlamento sia nella Conferenza Stato-Regioni. In questo caso, anche la procedura europea potrebbe allungarsi, spingendo l’adozione del decreto verso la fine del 2026 o addirittura oltre la scadenza fissata dalla delega.
Il calendario del 10 aprile, dunque, segna sì l’inizio di un percorso, ma non ancora una svolta. Il riordino del gioco fisico resta, per ora, un cantiere aperto, sospeso tra annunci politici, tempi istituzionali e nodi ancora tutti da sciogliere.

Timeline procedurale con scenari
Il percorso di adozione del decreto si sviluppa attraverso passaggi istituzionali successivi, con tempi non del tutto prevedibili.
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1. Avvio della trattazione (10 aprile)
La Commissione Affari Finanziari della Conferenza delle Regioni ha calendarizzato per il 10 aprile l’inizio dell’esame della bozza.
È il primo confronto tecnico-istituzionale, senza effetti vincolanti sui tempi successivi.
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2. Approvazione in Consiglio dei Ministri
Il decreto dovrà passare dal CDM, ma al momento non c’è una data certa.
È il passaggio che attiva formalmente l’iter legislativo.
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3. Pareri parlamentari
Dopo il CDM, il testo arriva alle Commissioni parlamentari.
I tempi possono variare in base a audizioni e richieste di modifica.
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4. Conferenza Stato-Regioni
Prima data utile: 30 aprile.
Il parere delle Regioni è necessario e può incidere in modo determinante sui tempi.
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5. Notifica UE (procedura TRIS)
Dopo il CDM, il decreto viene notificato alla Commissione europea.
Previsto uno stop minimo di 3 mesi, estendibile fino a 6 in caso di osservazioni.
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6. Adozione definitiva
Il termine della delega è fissato al 29 agosto 2026
(Legge 8 agosto 2025, n. 120).
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Scenari temporali
Scenario ottimistico
Iter rapido, nessuna criticità politica o europea.
Conclusione stimata: luglio 2026.
Scenario prudenziale
Ritardi tra CDM, Parlamento, Regioni e UE.
Conclusione: fine 2026 / inizio 2027, con rischio di sforamento della delega.
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In sintesi
Il percorso è formalmente lineare, ma dipende da tre snodi chiave: Parlamento, Regioni e procedura europea, con quest’ultima che impone tempi minimi non comprimibili.







