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Casinò, Rizzo: “Fiches pubbliche puntate male. Il grande flop dei casinò italiani”

In: Casinò

30 settembre 2015 - 19:24


Sergio Rizzo, giornalista Corriere della Sera

(Jamma) Lo sanno i 128 mila valdostani che ciascuno di loro ha dovuto spendere 390 euro per tappare i buchi di casinò? In caso contrario li invitiamo a leggere una relazione sfornata un paio di mesi fa dalla Corte dei conti sulla situazione delle ottomila società partecipate dagli enti locali e reperibile facilmente su Internet. Dove c’è scritto che la Regione Valle D’Aosta, l’unica in Italia a trattenere il 100 per cento dell’Irpef pagata dai propri residenti, si è indebitata per 50 milioni di euro «al solo fine di rilanciare la casa da gioco gestita dal Casinò de la Vallée spa». Senza mancare di segnalare, nel rapporto, anche «un drastico calo dei proventi» spettanti per la concessione alla medesima Regione.

Il rosso vince a Saint Vincent

Per farsi un’idea dello stato dell’arte basta dare un’occhiata ai bilanci. Il casinò di Saint Vincent ha perso 19,1 milioni nel 2014: perdita che segue quelle di 21,1 0milioni dell’anno precedente e di 18,6 nel 2012. Negli ultimi dieci anni la casa da gioco valdostana ha accumulato un rosso di quasi 68 milioni. Colpa della crisi che ha attanagliato in paese e scoraggiato pure chi vuol tentare la sorte alla roulette, è la spiegazione ufficiale. E che ci sia una componente legata al difficile andamento dell’economia, non fa una grinza: se è vero che ancora nei primi cinque mesi di quest’anno il fatturato è sceso dell’11 per cento. Ma è pur vero che i bilanci chiudevano in perdita anche nel 2005 e 2006, quando la crisi nessuno se la sognava.

Un decennio in perdita

Il bello è che questa situazione, sia pure con sfumature diverse, non riguarda soltanto il casinò di Saint Vincent, ma tutte le quattro case da gioco italiane. Che sono, guarda caso, tutte di proprietà pubblica. Il che fa sorgere inevitabilmente alcune domande. La prima, semplicemente economica: com’è possibile che i quattro casinò italiani abbiano perduto negli ultimi dieci anni almeno 314 milioni di euro (il risultato di bilancio 2014 di Campione d’Italia non è ancora noto)? La seconda, squisitamente etica: è accettabile che un ente pubblico, Regione o Comune che sia, oltre a raccogliere i rifiuti e far marciare gli autobus gestisca anche il gioco d’azzardo? Per giunta, rimettendoci un sacco di soldi dei contribuenti? La terza domanda, decisamente politica: siccome esiste da oltre un anno una legge che impone a Regioni, Province e Comuni di razionalizzare le proprie partecipazioni societarie, cedendo le attività incoerenti con la funzione di ente che deve erogare servizi pubblici ai cittadini, perché nessuno di quei casinò è stato messo sul mercato? Forse qualcuno considera anche il gioco d’azzardo alla stregua di un servizio pubblico?

Le infiltrazioni criminali

Senza considerare implicazioni decisamente poco edificanti, ma sempre da mettere in conto quando corre il denaro facile. Nel 2012 cinque croupier del casinò di Sanremo sono stati arrestati con l’accusa del furto di fiches: non una novità, considerando che a Venezia, vent’anni prima, ne erano finiti in manette addirittura 25. E questo è ancora niente. Due anni fa gli uomini della Direzione investigativa antimafia hanno fatto un blitz antiriciclaggio, scoprendo la presenza di molti soggetti con precedenti in inchieste per mafia, camorra e ‘ndrangheta ai tavoli da gioco dei casinò di proprietà pubblica.

Il Comune di Campione, azionista unico

Di sicuro c’è chi, anziché vendere, ha allargato ancora di più il proprio raggio d’azione in quel campo. Il Comune di Campione d’Italia, per esempio, è dal primo gennaio 2015 l’azionista unico del locale casinò (foto sopra), che ha 530 dipendenti e in dieci anni ha collezionato perdite per 105,2 milioni: quasi metà, 50 milioni e mezzo, nei soli 2012 e 2013. In precedenza, il municipio di quella piccola enclave italiana di 2.000 abitanti nel Canton Ticino possedeva solo il 46 per cento della società di gestione del casinò, spartendo il pesantissimo rischio d’impresa con le Province di Lecco e di Como e con le Camere di commercio delle due città lombarde. Che adesso hanno mollato a Campione tutte le rogne, compresa quella di una perquisizione della Guardia di finanza che risale a qualche mese fa: le fiamme gialle hanno bussato alla porta della casa da gioco a gennaio, pochi giorni dopo che il Comune ne era diventato socio unico.

La cessione mancata a Venezia

Va detto che qualcuno ci aveva anche provato, a privatizzare. Come l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. Lui aveva lanciato un bando per la cessione della società che gestisce il casinò, da cui contava di ricavare una barca di soldi. Novecento milioni, disse. Ma l’inchiesta sul Mose l’ha azzoppato, e con lui è stato azzoppato definitivamente anche il progetto di cessione, che già non marciava troppo bene. Il nuovo sindaco Luigi Brugnaro, alfiere del centrodestra liberale, si è affrettato a dichiarare alla vigilia delle elezioni: «Oggi la privatizzazione non è più un’ipotesi percorribile». E anche lo sconfitto candidato della sinistra Felice Casson era della stessa idea: «Rimettere sul mercato ora il Casinò di Venezia dopo l’esito negativo della precedente gara sarebbe un errore madornale. In questo momento va prima rimesso in sesto».

Le raccomandazioni di Cottarelli

Nel suo rapporto sulla spending review, l’ex commissario Carlo Cottarelli aveva messo la casa di gioco veneziana, interamente controllata dal municipio, in cima alla lista delle società pubbliche più patrimonialmente disastrate, con un passivo di 20,3 milioni. Dal 2011 al 2104 i ricavi sono scesi del 30 per cento. E pensare che un tempo era la gallina dalle uova d’oro del Comune di Venezia, anche se i bilanci chiudevano in rosso. Un rosso profondo: 12,6 milioni nel 2005, 20,2 nel 2008, 30,6 nel 2009, 28 nel 2010 e 16,1 nel 2011. Un sussulto nel 2012, quando la casa da gioco è stata collocata in una nuova società scorporata dalla storica holding CmV (Casinò municipale Venezia) e ha archiviato un esercizio in sostanziale pareggio: più 147 mila euro. Poi l’emorragia è pian piano ripresa: -3,7 milioni nel 2013, -6,2 lo scorso anno. Il risultato è che nel decennio dal 2005 al 2014 le perdite di bilancio hanno toccato 117,1 milioni. Il quintuplo di quelle accumulate nello stesso periodo anche dal Casinò di Sanremo: 24,1 milioni. fonte il Corriere

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