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L’importanza della “slot lecita anche nel bar”: equilibrio – moderazione – sorveglianza sociale – redistribuzione dei redditi

In: Associazioni

6 giugno 2016 - 14:13


biondo

(Jamma) – «In un momento – scrive Fabio Biondo del Comitato di Presidenza AS.TRO – in cui sta emergendo la “singolare” idea, in virtù della quale “il problema relativo al gioco in Italia” si risolverebbe togliendo “la new slot lecita” da bar e tabacchi, è doveroso evidenziare l’erroneità di detta impostazione».

«In via preliminare – prosegue Biondo -, occorre evidenziare che oggi esistono due reti distributive del gioco lecito tramite apparecchi (quella generalista di bar e tabacchi, e quella dedicata delle sale), in quanto, nel 2009, sono state introdotte le VLT, ovvero congegni che “non potevano” essere collocate nei bar per via dei loro parametri di gioco (vincita massima per partita 5000 euro, jackpot fino a 500mila euro, e puntate sino a 10 euro al colpo).

Prima di tale data chi voleva giocare ad una slot legale doveva soggiacere a “regole di ingaggio” valevoli per tutti, e ovunque: dal fruitore del bar per un caffè, sino al frequentatore “stazionario” del bar o della sala giochi: la “livella sociale” imponeva a tutti di sfidare la sorte con un euro alla volta (al massimo), prospettandosi la sola gratificazione economica dei 100 euro previsti come massima vincita erogabile. Non contava “la posizione sociale”, e neppure “la propensione al gioco”: ogni partita, da chiunque effettuata, costituiva sempre e solo un “COIN IN in avanti” nel contatore del ciclo chiuso dell’apparecchio.

Chi guadagna in questo “modello” ? : il produttore che costruisce e vende l’apparecchio, il gestore che lo acquista e lo installa nel bar o nella sala giochi, il punto vendita (bar-tabacchi-sala giochi), il concessionario di Stato che gestisce da remoto i flussi contabili di gioco, l’Erario tramite il PREU, l’ordine pubblico che vede – dal 2004 al 2009 – la scomparsa degli 800mila videopoker clandestini censiti ancora operativi nel 2003 dalla G.d.F., la “salute pubblica”, che non annovera alcuna epidemiologia connessa al G.A.P., il commercio di prossimità, che grazie all’integrazione reddituale delle newslot non chiude l’attività nonostante la contrazione dei consumi. In parole povere, si consolida un settore composto da 100mila addetti, con più di 90mila esercizi che ne costituiscono l’indotto, cui si abbina la emersione erariale di ciò che dal 1995 e sino al 2003 esisteva solo nel sommerso funzionamento dei videopoker.

La soluzione che in questa sede si avversa, in altre parole, vuole imporre a chiunque voglia giocare di “professionalizzarsi”, ovvero: “entrare in una sala dedicata dove si fa solo gioco, dove il gioco non è passatempo generico (in un locale generalista), ma ossessione di vincere una somma risolutiva (delle perdite o della vita intera), e dove il “modello industriale” prevede una re-distribuzione dei redditi limitata a Concessionario ed Erario”. Non sono un medico, ma curare un giocatore patologico o addirittura curare l’intera popolazione ad uno “stile di gioco responsabile”, imponendo a tutti la sola frequentazione di mini-casinò (dove la promessa del “jackpot da mezzo milione di euro” è il biglietto di ingresso), pare francamente singolare

Da imprenditore che gestisce oltre alle newslot nella rete generalista, anche le sale dedicate, non ho dubbi nel preventivare l’esito nefasto che deriverebbe da un approccio “così privo di buon senso”: dopo aver “perso” bar e tabacchi e costretto i 18 milioni di italiani che mai sono entrati in una sala dedicata, ad adeguarsi al contesto “professionale e dedicato” del gioco “per soldi”, il settore non potrà che perdere anche il “circuito dedicato”.

Sino ad oggi, la sola ragione che poteva legittimare la “sala professionale di gioco all’angolo di ogni strada” era la sua “non-obbligatorietà”, in quanto lo Stato garantiva comunque la presenza capillare anche di “prodotti light di gioco pubblico” nei bar e tabacchi.

Se salta il “doppio binario” non è pensabile che il circuito “dedicato e professionale” non finisca per inglobare nella “criticità” anche quei 18 milioni di persone che attualmente giocano solo in bar e tabacchi, senza alcuna ripercussione per sé, la loro famiglia, il loro lavoro».

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